Viaggio nella Repubblica del Karakalpakstan

I resti di quel che fu il Lago d’Aral, testimonianza di una delle più grandi catastrofi ecologiche della storia recente, sono sempre più frequentemente oggetto di visita da parte di chi, fra i numerosi turisti che ogni anno affluiscono in Uzbekistan a ritmi vertiginosi, è disposto a spingersi sino alle propaggini occidentali del paese. Tuttavia, ben pochi esplorano la meno nota regione del Karakalpakstan, o meglio la Repubblica, in cui il lago si sviluppa, e ne colgono appieno il patrimonio culturale e storico.

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La Repubblica autonoma del Karakalpakstan occupa circa il 37% della superficie dell’Uzbekistan, pur rappresentando solamente una frazione minima della sua popolazione totale (5-6%), a causa della densità abitativa fra le più basse al mondo. Costituisce anche una delle aree più economicamente depresse della nazione, con stipendi medi mensili inferiori a quattrocento euro. La sua popolazione estremamente variegata è composta per circa il 40% da karakalpaki, gruppo etnico locale di lingua turcica che prende il nome dal tipico copricapo (qalpaq) di colore nero (qaral) che tradizionalmente li contraddistingue. 

La questione dell’autonomia in Karakalpastan

Lo status di autonomia del Karakalpakstan risale all’era sovietica, quando venne inizialmente formato nel 1929 come oblast’ autonoma e poi promossa a Repubblica Socialista Sovietica Autonoma (ASSR)  in seno alla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFR), dalla quale fu distaccata in favore della RSS Uzbeka a partire dal 1936.

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica mantenne ampie garanzie d’autonomia nella costituzione uzbeka, il cui articolo ottantanove arriva persino a concedere la facoltà di secedere previo referendum. Per gli studiosi di diritto costituzionale, tale posizione rappresenta pressoché un unicum al mondo, dal momento che l’ammissibilità della secessione di unità territoriali è universalmente rigettata da quasi tutti gli ordinamenti, fatto salvo per circostanze o procedimenti eccezionali in via residuale.

Il Karakalpakstan è anche dotato di una propria bandiera, speculare a quella nazionale salvo per la banda centrale in colore giallo invece che bianco, e per il numero e la composizione delle stelle poste a fianco della mezzaluna nel cantone superiore sinistro.

Tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare dai formalismi giuridici; l’esperienza autoritaria della presidenza di Islom Karimov (1991-2016) lasciò per tutta la propria durata scarse prospettive di autodeterminazione alla regione. L’avvicendamento al potere interno al regime con Shavkat Mirzoyev ha portato molti a paventare speranze di riforme in senso liberale, che sono però rimaste tradite dal tentativo di abolizione dell’autonomia costituzionale del 2022, comprensivo di rimozione dell’articolo ottantanove.

La svolta accentratrice ha suscitato accesi moti di protesta in Karakalpakstan, nonostante la reputazione di scarsa militanza politica dell’Asia centrale, repressi con vigore dallo Stato centrale, le cui forze di polizia hanno causato, secondo Reuters, 18 morti e svariate centinaia di feriti.

Malgrado il successo delle proteste nel fermare gli emendamenti costituzionali, successivamente ritirati, lo stato dei diritti umani rimane critico, con arresti sommari e arbitrarie detenzioni di attivisti per i diritti civili e politici. Permangono, inoltre, tensioni di tipo etnico fra la demograficamente calante e economicamente marginalizzata componente karakalpaka, per molti versi più affine per cultura e tratti ai kazaki che agli uzbeki, e le altre comunità. Tuttavia, poco di tutto ciò è percepibile a un visitatore esterno, fatta eccezione per il profondo orgoglio karakalpako che le guide locali esibiscono. 

Le meraviglie del deserto

Per chi si addentra nel cuore della Repubblica, le sabbie dei deserti a nord del fiume Amu Darya custodiscono le affascinanti “cinquanta fortezze” dell’antica Corasmia, meraviglie poco pubblicizzate e rimaste al di fuori di qualsiasi circuito turistico di larga scala. Costruite fra il primo e il quarto secolo a.C. quando l’area costituiva un insieme di rigogliose oasi sul delta dell’Amu Darya, le loro vestigia sono ora immerse fra piane aride e abbozzi di dune a causa degli spostamenti del letto del fiume e del suo sfruttamento intensivo per la produzione di cotone.

Arrivati con autista privato, del resto unico mezzo per poterle raggiungere, è impossibile non rimanere catturati dal mistero di questi antichissimi insediamenti fortificati zoroastriani, espressione più genuina della suggestione per la Via della Seta, ormai inevitabilmente compromessa dall’avvento del turismo di massa.

A differenza di molti siti nel resto del moderno Uzbekistan, in cui chiunque con occhio relativamente attento può facilmente cogliere gli invasivi interventi di restauro, se non di esplicito rifacimento, spesso effettuati, le fortezze della Corasmia sono lasciate quasi del tutto a loro stesse, senza nemmeno pannelli espositivi o minime precauzioni di sicurezza. Sull’ultimo punto posso testimoniare con certezza, avendo rischiato di cadere in un pozzo non segnalato. A dispetto del nome, è difficile dire esattamente quante siano: quelle degne di nota ammontano a circa una mezza dozzina.

La fortezza di Ayaz-Qala (Meridiano 13/Michele Santolini)

In particolare, Qyzyl Qala (unica in parte ricostruita), Toprak-Qala e soprattutto Ayaz-Qala 1, 2 e 3 costituiscono i complessi di maggior rilievo e bellezza. Gli scavi, lanciati con grande entusiasmo dalle autorità sovietiche negli anni Trenta dopo la scoperta dei primi ritrovamenti, sono in fase di stallo da lungo tempo e continuano potenzialmente a celare un patrimonio archeologico inestimabile.

Nukus, i coreani e l’arte dissidente

Superate le fortezze, è d’obbligo soffermarsi a Nukus, capitale del Karakalpakstan. La città, di modeste dimensioni in termini di abitanti, riserva numerose sorprese.

In primo luogo a livello culinario, per qualsiasi stanco viaggiatore che abbia voglia di rifocillarsi dopo il deserto. Infatti abbonda di ristoranti di barbecue coreani, in quello che potrebbe a prima vista sembrare il trionfo della globalizzazione. Al contrario, la forte comunità coreana di Nukus, visibile oltre che per via  dei ristoranti anche grazie a negozi, insegne e prodotti sugli scaffali dei supermercati, è una testimonianza delle deportazioni collettive d’epoca staliniana quando le popolazioni coreane che allora abitavano l’Estremo Oriente sovietico furono forzatamente trasferite nell’Asia centrale, tacciate di irredentismo e sentimenti controrivoluzionari. I loro discendenti, noti come koryo-saram (kорё сарам), coltivano ancora fieramente le proprie radici culturali, mescolandole con le tradizioni e le cucine centroasiatiche. 

Negozio Korea con bandiera karakalpaka (Meridiano 13/Michele Santolini)

Oltre alla bizzarria della presenza coreana, Nukus vanta anche la presenza del Museo Statale delle Arti della Repubblica di Karakalpakstan, intitolato al suo fondatore e pioniere  avveniristico Igor’ Savickij. Chiunque abbia letto Sovietistan di Erika Fatland, sarà rimasto senza alcun dubbio colpito dalle vicissitudini travagliate del cosiddetto “museo nel deserto” che racchiude la più grande collezione d’avanguardia russa al mondo e un vasto repertorio d’arte tradizionale e popolare karakalpaka.

Savickij raccolse di propria iniziativa le opere nell’arco di due decenni, recuperandole dalle cantine e dai mercati delle pulci dove erano finite in seguito alle persecuzioni in nome dell’imperante “realismo socialista” e rifugiandosi in quello che all’epoca era un piccolo insediamento periferico.

In un primo momento osteggiato da Mosca, ottenne ampio riconoscimento da parte delle autorità e del pubblico solo agli inizi degli anni Ottanta, poco prima di morire. Al momento il museo è ubicato all’interno di un ampio complesso moderno su più piani costituito da due edifici gemelli e rappresenta un esempio tangibile di conservazione e promozione del patrimonio culturale karakalpako e uzbeko, avendo ricevuto persino il plauso del governo di Taškent che ne sta valutando un ampliamento.

Scena familiare, Museo Savickij (Meridiano 13/Michele Santolini)

Seppur con una certa diffidenza nei confronti dell’istituzione, le autorità centrali mirano a ricondurre saldamente l’eredità di Savickij sotto la propria sfera di controllo. L’opera, insieme a molti viali monumentali di recente edificazione nel centro città, rientra in un ampio progetto di rifacimento delle grandi città uzbeke, simbolo del frangente di grande crescita economica che il paese sta vivendo, di cui però il Karakalpakstan può solo intravedere una vaga parvenza.

L’inaridimento del territorio ha infatti compromesso significativamente la promettente industria cotoniera, ormai del tutto trasferitasi in altre aree dell’Uzbekistan, e posto fine alle attività ittiche che gravitavano attorno al Lago d’Aral e all’Amu Darya, spogliando la repubblica delle sue due principali filiere produttive e di quel singulto di industrializzazione che aveva avuto grossomodo fra la fine dell’era Chruščëv e i primi anni di Brežnev. Il turismo, sino a dieci anni fa nettamente marginale rispetto ad altri comparti, sta al contrario crescendo, sollevando spiragli di redenzione economica sebbene il divario con la parte orientale del paese sembri continuare ad acuirsi.

Per lasciare Nukus, sono due le strade principali che un viaggiatore non automunito può intraprendere. La prima, il treno per Bukhara, o verso qualsiasi altra località più nell’est del paese, rappresenta senza dubbio l’alternativa più confortevole, a patto che si sia disposti a condividere una cuccetta per la notte e si abbia giorni a sufficienza a causa delle lunghissime distanze del paese. A partire da Bukhara in poi è persino probabile incontrare uno dei nuovi treni spagnoli ad alta velocità Talgo 250, orgoglio del sistema ferroviario nazionale. Si vocifera che nell’arco di pochi anni potrebbero esser messi in servizio anche fino a Nukus.

La seconda, invece, è salire sulla principale tratta aeronautica interna all’Uzbekistan, la Nukus-Taškent, che, a scanso di qualche disagio, opera sin dagli anni Sessanta due voli al giorno che in una manciata di ore portano alla capitale e viceversa, adesso anche senza dover mettere piede su velivoli di fabbricazione sovietica, come era ancora prassi sino al 2018. Naturalmente propendiamo per quest’ultima opzione, non certo per feticismo del disagio, ma perché racchiude perfettamente l’essenza del Karakalpakstan con il suo nostalgico carattere in sospeso fra rinnovamento e immobilismo.

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Michele Santolini
Michele Santolini

Laureando in relazioni internazionali della doppia magistrale LUISS-ULB, da sempre appassionato di spazio post-sovietico, vicinato orientale e Balcani, al momento sta focalizzando le proprie ricerche sulle dinamiche politiche e i conflitti del Caucaso meridionale.