Gli spomenik e la Jugoslavia che resta

Spomenik. Viaggio spaziale nella Jugoslavia che resta è l’ultimo libro di Gianni Galleri, edito da Bottega Errante Edizioni e illustrato da Federica Moro. Un viaggio geografico e metafisico alla scoperta dei mastodontici monumenti del paese che fu, silenziose e malinconiche sentinelle di uno stato scomparso.

L’obiettività, dicono alcuni, non esiste: anche quando cerchiamo di essere il più oggettivi possibili nell’osservazione e nella descrizione della realtà, di un fatto o di uno scritto, inevitabilmente il nostro bagaglio culturale e il nostro particolare punto di vista renderà la descrizione soggettiva. A maggior ragione quando l’argomento trattato ci coinvolge emotivamente.

Premessa doverosa alla recensione di un libro che tratta di spomenik. Potrei anche provare a mentire e mentire a me stesso millantando l’obiettività del redattore di un’agenzia di stampa, ma in poche righe il mio tentativo risulterebbe inevitabilmente smascherato. Tanto vale quindi precisare sin da subito che non sarò obiettivo nella scrittura di questa recensione. Non potrebbe essere altrimenti visto che la passione di Gianni, che imbeve ogni pagina del suo Spomenik. Viaggio spaziale nella Jugoslavia che resta è anche la mia.

Nelle sue avventure balcaniche, nelle sue deviazioni di ore e ore per i monti jugoslavi a caccia di spomenik, nelle sue attese colme di aspettativa mi ci sono ritrovato, come se fossimo stati insieme a macinare quei chilometri che per molti apparirebbero insensati. Nel suo stupore, nella sua emozione difficilmente esprimibile nel trovarsi al cospetto di uno di questi colossi di cemento ho ritrovato la mia stessa emozione, il mio stesso stato d’animo: un mix indescrivibile di stupore, malinconia, eccitazione, tristezza, felicità, riconoscimento.

Impossibile, dunque, essere oggettivi. Al contrario: rivendico il diritto ad essere di parte. Ad essere partigiano, visto che questi monumenti sono dedicati proprio al loro sacrificio.

Gli spomenik come macchine del tempo

Spomenik dopo spomenik, Gianni ci porta alla scoperta di questi monumenti, senza tralasciare né fermarsi all’aspetto puramente estetico o alla narrazione degli eventi che determinarono l’esigenza di costruire questi luoghi di commemorazione. Interrogandosi, per esempio, anche sui messaggi che essi volevano e continuano a veicolare, con le loro mutazioni semantiche profonde, talvolta dolorose, con i cambi di narrazione ai quali sono stati soggetti dopo gli anni Novanta.

Il fascino per questi colossi scaturisce dal fatto che ci raccontano la storia di un paese che non esiste più, e che in molti casi versano in stato di semi-abbandono, negligenza, quando non sono colpiti da veri e propri atti di vandalismo. È come assistere alle vestigia di una gloriosa civiltà passata, ormai decaduta e dimenticata, che attraverso questi monumenti tramanda fino ai giorni nostri codici estetici e semantici a noi sconosciuti e incomprensibili. 

Spomenik di Podgarić
Spomenik di Podgarić – Monumento alla rivoluzione del popolo della Moslavina (Nicola Zordan/Meridiano 13).

Lo spomenik, che inizialmente colpisce e attrae nella sua forma esteriore, spinge a chiedersi che cosa stesse a significare, cosa cerchi di comunicare e a che fine.

Si passa alla sostanza, si compie un ulteriore passo verso la comprensione più profonda del linguaggio architettonico. Si dialoga con gli architetti, con l’ideologia che sottende il cemento. Si riscopre il tentativo ciclopico di costruire una società nuova su basi differenti dalle precedenti, che doveva inevitabilmente passare attraverso tutte le arti, trovando canoni estetici che si differenziassero da quelli precedenti proprio per demarcare la nascita di qualcosa di diverso da qualsiasi esperimento fin lì tentato.

L’architettura si prostra alle esigenze della società, non è più bella perché esteticamente appagante, è bella perché utile e a misura di cittadino, è funzionale.

I monumenti seguono di pari passo. Lo spazio pubblico deve veicolare un messaggio innovativo rispetto al passato, i riferimenti storici sono nuovi: via le statue a cavallo di eroi nazionalisti, ecco comparire monumenti astratti che richiamano alla lotta di liberazione contro il nazifascismo.

Il tentativo, assolutamente progressista negli intenti, fu quello di superare le divisioni etniche, religiose e nazionali di quel mosaico assolutamente composito costituito dagli slavi del sud attraverso una retorica conciliante, unificante: bratstvo i jedinstvo, appunto, fratellanza e unità.

Siamo tutti fratelli, uniti siamo riusciti a respingere un nemico mortale come il nazifascismo, insieme abbiamo costruito questo paese e, sempre insieme, potremo tenerlo in vita. Non è un caso se negli anni Novanta questi stessi simboli di fratellanza e unità diventano uno dei bersagli prediletti del nazionalismo riemergente: la fratellanza tra etnie doveva finire, i suoi simboli andavano obliati o risemantizzati in chiave nazionalista.

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La volontà di smarcarsi dai canoni artistici precedenti è evidente: questo nuovo tipo di architettura doveva servire e ispirare una società nuova. la cesura con il passato, anche estetica, doveva essere netta. E così fu. Però la Jugoslavia e l’intero blocco socialista in generale sono collassati, e del tentativo di edificare un’alternativa al blocco capitalista e una società più giusta sono rimasti solo questi colossi di cemento. Se li si guarda da questo punto di vista sicuramente gli spomenik ci raccontano dell’immane tentativo, fin qui fallimentare, di elevare la società umana a uno stadio differente.

La scomparsa di questi stati ha però reso gli spomenik degli oggetti strani, a metà tra reperti da museo e resti di una civiltà futura. È anche questa dualità a renderli estremamente suggestivi: da una parte il declino materiale dovuto al passare del tempo li ha trasformati (anche se non in tutti i casi) in relitti, antichi simboli di un’era passata, d’altro canto la loro carica ideologica e progressista continua a trasparire anche dal calcestruzzo più deteriorato.

Si tratta di forme nuove, futuristiche, ma invecchiate prima del dovuto: la sensazione è straniante. È come se una civiltà del futuro avesse teletrasportato questi monumenti indietro nel passato, lasciandoli alla mercé del tempo fino ai giorni nostri.

Spomenik di Jasenovac
Il fiore di Jasenovac (Meridiano 13/Nicola Zordan)

Allo stesso tempo, il continuo richiamo alla lotta di liberazione nazionale dal nazifascismo e alla fratellanza e unità tra gli slavi del sud riveste gli spomenik di un ruolo ben meno astratto, ben più concreto.

Emerge così ancora più prepotentemente quello che le repubbliche che oggi compongono l’ex-Jugoslavia avrebbero potuto continuare a essere, se solo fossero rimaste unite: uno stato di assoluto rilievo a livello internazionale, fondatore di quell’incredibile movimento dei non allineati che per un certo periodo aveva dato l’impressione di poter costruire una seria alternativa alla divisione del mondo in blocchi.

Lo smembramento della Jugoslavia ha determinato, con fortune differenti, l’assoluta marginalizzazione sullo scenario globale degli eredi di quel paese. Gli spomenik sono lì anche a raccontarci che un’alternativa alla divisione etnica, al nazionalismo più becero c’è ed è possibile.

Sono luoghi pregni di storia, che vogliono raccontare e che li ha attraversati. Le loro cicatrici rivelano infatti molto anche del passato più recente. Ci sono spomenik distrutti, fatti saltare in aria proprio per l’eredità ideologica o il messaggio di unità che trasmettevano. Altri mantenuti con ogni attenzione, ma convertiti in qualche modo al nuovo potere, distorcendone irrimediabilmente il messaggio.

A partire dagli anni Novanta rimozione e risignificazione è il destino al quale sono andati incontro la maggior parte di essi.

Dagli spomenik, insomma, si possono dedurre tutta una serie di elementi collaterali che non ci parlano solo del paese che rappresentarono, ma anche del nuovo contesto nel quale si sono trovati inseriti: ben più di una storia morta e sepolta.

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Oltre la Jugoslavia

Se siete appassionati di monumenti jugoslavi e avete già avuto modo di visitarne qualcuno, Spomenik è il libro che fa per voi. Gianni vi condurrà per mano alla loro scoperta, ne racconterà i segreti con occhio clinico pur senza mai abbandonare la meraviglia e l’entusiasmo dell’esploratore.

Ma soprattutto vi porterà a casa della gente, tra i ricordi e le memorie di chi quei monumenti li ha vissuti quando ancora erano la rappresentazione plastica di un esperimento sociale vivo e proteso verso l’avvenire.

Spomenik agli jugoslavi caduti lontano dalla patria, Gonars.
Spomenik agli jugoslavi caduti lontano dalla patria. Cimitero di Gonars, Italia (Meridiano 13/Nicola Zordan)

Se invece conoscete poco o nulla di questo mondo ma ne siete incuriositi, a maggior ragione si tratta di un testo da aggiungere alla propria libreria, o meglio ancora al proprio zaino. Senza bisogno di andare nell’ex Jugoslavia per vedere con i propri occhi le meraviglie descritte.

Gianni ci parla infatti anche degli spomenik eretti da questa parte dell’Adriatico, lungo lo stivale. Quattro, per la precisione: da nord a sud Gonars, Sansepolcro, Roma e Barletta. Luoghi di commemorazione che ospitano i resti degli slavi del sud che trovarono la morte in suolo italiano, resi possibili dal clima di distensione tra Italia e Jugoslavia degli anni Sessanta e Settanta. Ma che, come i loro omologhi d’oltremare, con la dissoluzione della patria che ne ha commissionato l’erezione e la manutenzione non se la passano più troppo bene.


Spomenik. Viaggio spaziale nella Jugoslavia che resta di Gianni Galleri, copertina e illustrazioni di Federica Moro, Bottega Errante Edizioni, 2025

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Nicola Zordan
Nicola Zordan

Mosso da un sincero interesse per la storia e la cultura della penisola balcanica, si è laureato in Studi Internazionali all’Università di Trento, per poi specializzarsi in Studi sull’Europa dell’Est all’Università di Bologna. Ha vissuto in Romania, Croazia e Bosnia ed Erzegovina, studiando e impegnandosi in attività di volontariato. Tra il 2021 e il 2022 ha scritto per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Attualmente risiede in Macedonia del Nord, dove lavora presso l’ufficio di ALDA Skopje.