“Sindromul Italia”: il lavoro di cura come esperienza traumatica

Giulia Panfilo* parla di Sindromul Italia, un disturbo di cui soffrono molte donne dell’Europa dell’est rientrate in patria dopo aver lavorato per anni come badanti nel nostro paese.

2005, Ivano-Frankivs’k, Ucraina occidentale: due psichiatri, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych, notano sintomi ricorrenti in un piccolo gruppo di donne ricoverate nel loro reparto. Soffrono entrambe di attacchi di panico, depressione, persino istinti suicidi. Ma queste donne hanno qualcos’altro in comune: sono tornate dall’Italia dopo anni trascorsi come badanti nel Belpaese.

I medici ipotizzano quindi l’esistenza di un disturbo correlato alla loro esperienza di donne migranti all’estero, in particolare alla condizione di badanti (oggi diremmo, assistenti familiari o caregiver, ma ci torniamo) lontane da casa e dalle loro famiglie di origine. Viene così coniato il termine Sindrome Italia, per l’effetto che l’Italia ha avuto su queste donne e che ha lasciato loro una volta tornate nel loro paese di origine – più che mai Romania, Moldavia e Ucraina. È proprio in Italia, affermerà in seguito il dottor Faifrych, che le donne dell’Europa dell’est sono state inglobate più delle altre nel lavoro della cura per gli anziani.

Degli studi medici di Faifrych e Kiselyov sul fenomeno non si trova altra menzione. Il termine Sindrome Italia non è riconosciuto nei manuali diagnostici. Eppure, anche se non chiarito del tutto dal punto di vista medico, la sindrome scoperchia un problema di natura sociale e familiare: ci parla di migrazione femminile, isolamento, solitudine, maternità “interrotte” o delegate ad altri. Una flebile voce da ascoltare se vogliamo capire chi sono, da dove vengono e cosa provano le nostre badanti straniere in Italia. 

La migrazione rumena in Italia: i primi anni Duemila

Perché l’Europa dell’est, e proprio la Romania? Dopo la caduta di Ceaușescu, nel 1989, milioni di cittadini rumeni lasciano il paese per arrivare in Europa, in particolare in Italia, segnando l’inizio di quella che diventerà la prima comunità straniera in Italia. La prima ondata (1990-1993) vede migrazioni prevalentemente di minoranze etniche (rom, ebrei, tedeschi etnici), alla ricerca di asilo e maggiori protezioni sociali. Questo tipo di migrazione, va detto, non è motivata da motivi economici, bensì umanitari, e non vede l’Italia come principale meta. 

La seconda ondata (1994-1996) riguarda maggiormente “rumeni etnici” (così sono chiamati i rumeni che non fanno parte di minoranze) in cerca di condizioni di vita migliori. Si tratta del fenomeno dei “cervelli in fuga”, in rumeno “exodul creierelor”. Tra il 1997 e il 2001 l’emigrazione rumena aumenta, e questa volta riguarda anche migranti provenienti dalle aree rurali senza competenze specifiche. Gli ingressi sono ancora per lo più irregolari. L’Italia e la Spagna sono i principali paesi di ricezione. Solo nel 2002 i rumeni ottengono il diritto di entrare nell’Ue senza un visto. La decisione agevola l’ingresso nei paesi europei, sì, ma facilita la domanda di lavoro, appunto, non qualificato e sottopagato.

Le ondate migratorie dalla Romania si distinguono per scopo (umanitario, economico) e progettualità (trasferimento a lungo o a breve termine). Se agli inizi degli anni Novanta i migranti dalla Romania si spostano per stabilirsi altrove, verso la metà del decennio la migrazione diventa economica (labour migration), ovvero spinta dalla necessità di paghe migliori e condizioni lavorative più sostenibili. Il piano è quello di un progetto temporaneo: lavorare per qualche anno in Italia, guadagnare denaro per poi tornare verso la Romania. Per molte donne, però, presto si trasforma in un programma a lungo termine.

Le aree di maggior impiego dei migranti rumeni sono il settore edilizio, il settore di cura e assistenza e il manifatturiero. I migranti sono uomini e donne in età giovane, dai 20 ai 40 anni, proprio la fetta demografica in grado di trainare l’economia del paese. Una grossa componente di migranti è costituita da donne giovani, nell’intervallo 20-35 anni, che fungono da principali fonti di sostentamento economico (breadwinner) per le famiglie rimaste in Romania. Molto spesso sole, lontane dai figli, approdano in paesi stranieri grazie a reti di supporto intessute da donne partite e lì stabilitesi prima di loro. Eccole, in gran parte, le nostre badanti. Cominciamo a conoscerle meglio.

Donne e migranti intrappolate nel lavoro di cura

Il 70% delle badanti in Italia è straniero, con Romania e Ucraina come primi paesi di origine. A differenza delle caregiver, lo fanno per lavoro, offrendo un “servizio” che, complici l’invecchiamento costante della popolazione e i prezzi delle case di riposo, è e sarà sempre più richiesto. Nel 2007, quando la Romania diventa membro dell’Unione europea, i suoi cittadini possono godere degli stessi diritti sul lavoro degli altri cittadini Ue. Eppure, il “danno” psicologico è fatto. 

Leggi anche: Futuro a data da destinarsi. Le lavoratrici di cura ucraine in Italia fra guerra e precarietà.


2017, Iaşi, Romania orientale: nel rinomato ospedale psichiatrico “Socola”, al 5% delle pazienti donne ricoverate viene diagnosticata la Sindromul Italia (circa 160 donne su 3600). Un gruppo ben più nutrito di quello ravvisato in Ucraina 12 anni prima.

Nel 2024 il documentario di Ettore Mengozzi Sindrome Italia espone per la prima volta in Italia la sindrome tramite le storie di due donne, entrambe badanti, partendo proprio dall’ospedale Socola. Una vive e lavora in Italia, dove accudisce una signora non autosufficiente, ma riferisce di sentirsi sola e allo stesso tempo controllata nel suo tempo libero e nei suoi spazi privati dai parenti della sua paziente. L’altra, tornata dopo anni di lavoro in Italia, è da lungo tempo in terapia antidepressiva, non intende tornare nel Belpaese e ha difficoltà ad accettare anche lavori in Romania per il suo stato depressivo.

Oggi al termine “badante” si preferisce “assistente familiare” o “caregiver”. Laddove il caregiver cura per definizione un suo familiare e lo fa a titolo gratuito, l’assistente familiare è una figura professionale qualificata che opera dietro compenso ed è tipicamente un membro estraneo alla famiglia del paziente. Per la natura della sindrome trattata, si insiste qui sul termine “badante” per sottolineare il deprezzamento professionale e talvolta umano riservato ad assistenti familiari straniere in Italia, e il suo conseguente effetto sulla psiche delle stesse: non sono parte della famiglia e neppure di un ordine professionale rispettato. Sono, come diciamo spesso per dequalificare la professione, solo “badanti”. 

La sindrome Italia affligge solo le donne. Non è una novità che il lavoro di cura sia tradizionalmente associato alle donne; uno studio condotto tra il 2006 e il 2012 su 55 badanti dell’Europa dell’est, molte delle quali rumene, registra che questo lavoro è dominato dalle donne. L’articolo parla di “doppia presenza”, ovvero un nesso fra genere, origine straniera e lavoro di cura che rende il caregiving e la femminilità legate quasi intrinsecamente: l’accudimento rappresenta “sia un obbligo sia un elemento cardine della loro identità di genere”.

Non solo il genere, ma anche la nazionalità giocano un ruolo chiave: una rapida ricerca su Internet su badanti restituisce titoli che sottolineano il valore aggiunto di una badante rumena. Uno colpisce su tutti: su un sito di ricerca di assistenti familiari, una donna in costumi tipici con la bandiera nazionale della Romania sovrasta una pagina del blog sulle qualità delle badanti rumene, quanto a disponibilità, spirito di sacrificio e affidabilità. E ancora, si legge che le donne rumene provengano da una cultura della famiglia che le rende ancora più dedite alla causa.

Disponibilità, sacrificio, dedizione massima: l’assistenza familiare, per definizione un “servizio lavorativo”, si basa quindi su generalizzazioni di intere nazioni e di un sesso – rigorosamente quello delle badanti, al femminile. In sostanza, è proprio in forza del loro genere e della loro nazionalità, e delle aspettative su entrambi i fronti, le donne rumene approdano più di altre al lavoro di cura e ad esso rimangono ancorate. 

Un’ancora lavorativa che presenta dei lati negativi e degradanti. Numerosi sono i casi di coabitazione col paziente da curare, in cui la badante è costretta a vivere sotto lo stesso tetto della famiglia dell’anziano. In questo caso, alla “doppia presenza” si aggiungono la quasi eliminazione della sfera privata e l’offuscamento tra tempo di lavoro pagato e non pagato, che sfocia addirittura nella privazione del sonno, poiché ci si aspetta un’assistenza costante, di ventiquattr’ore. Questo culmina nella “seclusione”, ovvero il senso di isolamento aggravato da contesti emotivamente pesanti. 

Famiglie transnazionali e “orfani bianchi”

Nel film documentario di Ettore Mengozzi, vediamo una delle due protagoniste destreggiarsi tra la Romania, dove ha tre figli, e l’Italia, dove lavora. Mantiene viva la relazione con i figli tramite videochiamate e doni inviati in Romania tramite bus. L’altra protagonista, i cui figli non vengono mostrati ma solo menzionati, accenna a momenti passati in cui si rifiutavano di parlare con lei, rea di essere lontana da loro. Entrambe sono rappresentanti di un modello di famiglia a distanza emerso con le migrazioni: il fenomeno delle famiglie transnazionali – famiglie dove, soprattutto le madri, sono costrette a delegare la cura dei figli ad altri per poter costruire per loro un futuro migliore all’estero.

La famiglia transnazionale, resa tale dalla migrazione di un genitore, da una parte risolve il problema economico (con le rimesse), dall’altra causa costi psicologici, sociali e comportamentali anche in chi viene lasciato indietro.

Questo fenomeno non è peculiare solo della Romania ma anche di altri paesi ad alto tasso di emigrazione economica. Esso implica che le madri rumene in Italia vivano un doppio isolamento: da un lato, molto spesso coabitano coi pazienti in contesti socialmente difficili, in servizio anche spesso fuori dall’orario pattuito; dall’altro, alla solitudine in un paese straniero si unisce la nostalgia di casa e dei propri figli cresciuti altrove. 

Silvia Dumitrache, presidente di A.D.R.I. (Associazione donne romene in Italia) denuncia quindi l’altro lato del fenomeno, quello degli “orfani bianchi” (nella letteratura anglofona sull’argomento vengono invece chiamati “left behind”, i “lasciati indietro”). Si tratta di bambini figli di donne migranti in Italia, sradicati dalla figura materna. Anche loro sono una categoria a rischio di depressione, un ulteriore effetto collaterale della Sindrome Italia.

La necessità di una riflessione sulla Sindromul Italia

Ad oggi non esistono statistiche ufficiali sul numero di donne affette dalla Sindrome Italia, semplicemente perché la sindrome non è riconosciuta dal punto di vista psichiatrico, quanto piuttosto sociale. Sappiamo che il fenomeno si estende oltre la Romania, con picchi anche tra donne ucraine e moldave. 

Concentrarsi su una sindrome tutta femminile non dovrebbe far dimenticare chi altro è coinvolto in questo fenomeno. Perché queste donne sono costrette a trasferirsi e perché solo da loro dipende il benessere psicologico dei figli? È necessaria quindi una riflessione sulle famiglie rumene, o sull’assetto familiare di tutte le famiglie transnazionali, sul ruolo dei padri – personaggi assenti anche dal film documentario di Mengozzi – e sull’ostracismo rivolto a donne colpevolizzate per aver abbandonato, solo perché volevano offrire un futuro migliore ai figli. 


*Giulia Panfilo è una ricercatrice indipendente affiliata all’ITSS Verona e formatasi presso l’Università di Helsinki. Si occupa di Europa orientale e studi di genere. Le sue pubblicazioni approfondiscono i temi dell’agenda Donne, Pace e Sicurezza, i diritti delle donne e la migrazione femminile, con particolare attenzione ai contesti dell’Europa orientale, dei Balcani e del Caucaso.

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Redazione
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