Futuro a data da destinarsi. Le lavoratrici di cura ucraine in Italia fra guerra e precarietà

di Maria Izzo*

Le migrazioni femminili dall’Ucraina all’Italia sono iniziate alla fine degli anni Novanta e da allora le donne ucraine sono diventate una presenza stabile, spesso inosservata, ma essenziale per il funzionamento di un intero settore lavorativo, quello della cura. La notizia dell’invasione russa ha raggiunto queste lavoratrici di cura a chilometri di distanza, dopo diversi anni di vita in Italia, ma il tempo e la lontananza non hanno reso l’impatto meno forte. 

Come nel caso di Julija, arrivata dall’Ucraina nel 2009, quando aveva appena passato i sessant’anni. Oggi vive a Napoli, in un quartiere a pochi passi dal mare. Ma dalla sua finestra il mare lo vede poco, impegnata com’è ad assistere notte e giorno una persona affetta da una malattia neurodegenerativa. Però non accenna a fermarsi. Il lavoro è la sua panacea, dice, ed è vitale per sé e per la sua famiglia in Ucraina, soprattutto ora che la guerra ha reso le condizioni di vita estremamente difficili.

Settecento chilometri più a nord, a Milano, Inna invece il lavoro lo ha appena perso, insieme alla casa dove viveva e lavorava. Inna, come Julija, è una lavoratrice di cura, arrivata dall’Ucraina occidentale dodici anni fa. La persona che assisteva è morta da poco, e Inna ora cerca un posto dove vivere, ma soprattutto un lavoro per aiutare la sua famiglia rimasta in Ucraina.

Julija e Inna sono due delle trentatré lavoratrici di cura intervistate nell’ambito di un progetto di ricerca universitario sulla protezione sociale (pensioni, salute, ma anche reti di supporto informale) fra le migranti ucraine in Italia. Molte di queste donne hanno lasciato il loro paese quasi trent’anni fa, in età già adulta, talvolta oltre l’età pensionabile. Il fenomeno è nato dall’intreccio di trasformazioni profonde. Da un lato, la crisi occupazionale e le persistenti disuguaglianze di genere nell’Ucraina post-sovietica hanno colpito in modo particolarmente duro le donne, spesso espulse o marginalizzate dal mercato del lavoro formale. Dall’altro lato, le trasformazioni dei sistemi di welfare e di cura hanno reso l’Italia un contesto particolarmente permeabile a questa mobilità femminile.

Una forte domanda di assistenza privata, un sistema di welfare di tipo familistico e politiche migratorie formalmente restrittive ma, nei fatti, produttrici di ampi spazi di irregolarità, hanno progressivamente incorporato il lavoro migrante nel settore domestico e nell’architettura stessa del sistema di cura italiano. In questo processo, il lavoro delle donne migranti è diventato una componente strutturale e imprescindibile del sistema dell’assistenza.

Dall’arena geopolitica del collasso post-sovietico allo spazio intimo delle nostre case, dove molte di queste lavoratrici si occupano di assistenza agli anziani, questo legame migratorio è nato e si è consolidato in silenzio, quasi inosservato. 

Prima del 2002 l’Ucraina non era presente nella lista ufficiale dei principali paesi di origine dei migranti in Italia. Dopo la sanatoria del 2002, con 101.651 richieste di regolarizzazione, la presenza ucraina in Italia è aumentata di otto volte. Da allora, la comunità ucraina in Italia è cresciuta costantemente, arrivando a circa 230mila persone nel gennaio 2022. Oggi il 75.4% è rappresentato da donne, per il 69,2% impegnate nel settore dei servizi alla persona. Quasi la metà di queste migranti ha oltre sessant’anni, come riporta il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2023.

Le cifre sono il ritratto di una comunità migrante prevalentemente femminile che, nel corso degli anni, è diventata l’asse portante del settore della cura. Oggi molte di queste donne stanno invecchiando in migrazione, ancora inserite in un ambito lavorativo complesso, faticoso e strutturalmente precario. Infatti, il lavoro domestico e di cura è storicamente costruito a livello sociale e istituzionale come naturale estensione della propensione femminile alla cura, e questo si traduce in diritti fragili per lavoratrici e lavoratori del settore: salari miseri, contratti informali, scarse tutele in materia di salute occupazionale, solitudine, vulnerabilità sociale ed economica che persiste nel presente e getta un’ombra sul futuro, fortemente condizionato dalle magre prospettive pensionistiche offerte dal settore.

L’invasione russa dell’Ucraina vista dalle lavoratrici di cura

In questo scenario già difficile, il 24 febbraio 2022 all’alba è arrivata la notizia dell’invasione russa dell’Ucraina. L’eco della notizia ha fatto un rumore fortissimo nelle vite di queste persone, perché le relazioni umane – sociali, familiari, di appartenenza – hanno tenuto e tengono insieme i paesi attraverso i confini, nonostante i chilometri e i decenni di distanza.

In molte conversazioni, l’invasione russa viene descritta come uno shock inatteso. Natalija racconta della chiamata ricevuta da sua cognata alle 5 del mattino, che l’ha lasciata sconvolta:

Io ancora non ci credevo… Ho acceso la TV subito la mattina, tutti i canali dicevano che è così!

(Natalija, Milano)

Per Valentyna, invece, il motivo di shock è stata la scoperta dell’odio da parte dei russi: 

Non mi aspettavo questo odio che hanno i russi per noi.

(Valentyna, Milano)

Davanti a questo odio, spesso esprimono orgoglio e appartenenza al loro paese sotto attacco: 

Io sono orgogliosa di essere ucraina. Possono dire che siamo neonazisti, come dice la Russia. Siamo assolutamente persone che vogliamo vivere nel nostro paese, una vita normale, come abbiamo fatto finora.

(Kira, Milano)

Ma soprattutto c’è dolore e sgomento davanti alla grande tragedia della guerra sul paese, terra che per loro è casa: 

Ce je žach (questo è orrore), come diciamo in ucraino, ce je bil’ (questo è dolore), è doloroso vedere i soldati russi uccisi restare a terra per tre giorni senza poterli portare via, e anche i nostri non si possono portare via, perché sparano

(Jaryna, Napoli)

Non mancano disillusione e amarezza: 

I giovani muoiono per niente

(Darija, Milano)

Il sentimento che emerge più forte di tutti è la preoccupazione costante per le famiglie rimaste in Ucraina. “Ci sono i miei cari là adesso in prima linea. E questo per me è come se fosse un coltello… Ti taglia tutto”, dice Natalija.

Molte donne sono madri di giovani in età da coscrizione o impegnati direttamente nelle operazioni militari. Lida (Milano), madre di due ragazzi, dice: “La cosa più brutta che c’è per una mamma”. Kira invece ha un figlio ufficiale dell’esercito che vive in una cittadella militare non lontana da Kyiv, e una nipote che dalla sua nascita non ha ancora vissuto un giorno di pace. Kira racconta che quando cadono i missili, i suoi genitori le dicono: “È un tuono, adesso dovrebbe piovere”.

lavoratrici di cura
Manifesto contro la guerra a Napoli (Maria Izzo)

Quasi tutte raccontano di controllare costantemente le notizie: al mattino presto, durante la notte, appena lo smartphone segnala un’allerta. “Quando scatta la sirena, vedo il segnale sul telefono e chiamo subito”, dice Jevhenija (Milano). “Ti svegli e controlli se hanno bombardato”, fa eco Veronika (Milano), che poi riconosce che la sua salute è peggiorata da quando è iniziata la guerra a causa della tensione continua.

La guerra attraverso i confini

Le preoccupazioni per molte di queste lavoratrici di cura sono legate non solo al pensiero del pericolo costante in cui vivono i loro familiari, ma anche alle difficoltà economiche che molti ucraini e ucraine stanno affrontando a causa della situazione di conflitto.

Nei primi mesi di guerra sono andati perduti 4,8 milioni di posti di lavoro, pari al 30% dell’occupazione pre‑conflitto. Alla disoccupazione si è aggiunta la forte inflazione, conseguenza della guerra, che ha ridotto le risorse e aggravato le condizioni economiche nel paese. Come racconta Inna: “Lì tutto costa tre volte più che qui. Tutto è più caro”.

Questo per molti migranti fuori dal paese si è tradotto in un maggiore impegno per sostenere le famiglie. Le relazioni familiari sono in molti casi al centro dell’esperienza migratoria, ma per le donne questo legame assume un peso ancora più marcato: sono loro, infatti, a farsi carico delle responsabilità familiari a distanza, del supporto affettivo ed economico e della gestione della crisi, riproducendo le persistenti disuguaglianze di genere che attraversano tanto le società di origine quanto quelle di arrivo.

La guerra ha reso queste relazioni più dense, più faticose, amplificando il carico materiale ed emotivo che grava sulle migranti e accentuando la vulnerabilità strutturale che già caratterizza la loro presenza nel mercato del lavoro sia in Italia, sia in Ucraina.

Molte donne ucraine hanno aperto le loro case ai familiari. Liza a Napoli ha ospitato 10 minori subito dopo l’attacco russo. Racconta che, al momento della consegna dei documenti, il poliziotto le ha detto: “Signora, ma che casa avete? Che tutta questa gente, non è possibile”. 

Valentyna si è ritrovata a dividere una stanza nella sua casa in provincia di Milano con quattro familiari, assumendosi tutte le pratiche burocratiche. 

Cinque donne in una camera non è facile – dice – ognuna col suo carattere, c’è stato anche un po’ di stress.

E poi c’è il sostegno economico a distanza, che si è intensificato. Come racconta Jeva: “Dobbiamo restare qui per aiutare. Compriamo sempre cose e le spediamo a casa”. Anche Inna compra di tutto, soprattutto detersivi, racconta, il cui prezzo in Ucraina è diventato inaccessibile.

L’invio di merce di ogni tipo è sempre stata una pratica diffusa nella storia migratoria ucraina in Italia, ma ora ha assunto una doppia valenza, intrecciando il sostegno familiare con forme di aiuto collettivo. Come racconta Iryna:

Ogni domenica andiamo in chiesa e lasciamo sempre qualcosa. O mandiamo soldi, perché abbiamo tanti nipoti e cugini al fronte.

Un futuro incerto

Di fronte a questa emergenza, molte lavoratrici di cura hanno messo in secondo piano il proprio benessere fisico e psicologico, molto spesso messo a rischio dal lavoro di cura stesso. Il lavoro di cura infatti è strettamente associato a rischi di salute fisica e mentale, che diventano più alti quando si intrecciano al declino generale delle condizioni di salute dovuto all’età avanzata di molte lavoratrici. 

Natalja dice: “Arrivi ai 50 anni e hai già la tua salute… dimezzata”. Ma molte vanno avanti a lavorare, perché non hanno scelta. Alla domanda se desiderasse riposare, Inna risponde: “Quando finirà questa guerra, forse sì”. 

La coordinatrice di una Ong a Napoli ha riportato che numerose donne ucraine hanno sospeso cure mediche per destinare tempo e risorse alle famiglie. Le fa eco un medico di una Ong a Milano, che osserva: “La guerra ha aumentato le preoccupazioni e il bisogno di lavorare”.

L’invasione russa ha fatto irruzione nelle traiettorie di vita delle lavoratrici migranti, riportandole a una condizione di forte precarietà dopo anni passati a inseguire un fragile equilibrio. Per Natalija, l’inizio della guerra ha significato perdere tutto per la seconda volta, richiamando il trauma vissuto con il crollo dell’Urss. Allora, il collasso politico, economico e sociale riversò i suoi costi proprio su queste donne, che attraverso il lavoro di cura hanno cercato di assorbire l’urto della crisi. 

Oggi una nuova, ancora più tragica, frattura rimette in discussione anni di fatica, quando non li cancella del tutto. Lilija, Milano, ha visto crollare gli sforzi di una vita: la casa ristrutturata nella regione di Cherson, pensata per il ritorno, è stata colpita da un missile.

Leggi anche: Ucraina, cos’è casa dopo un’invasione

Sullo sfondo di questo scenario, il futuro appare come un orizzonte lontano, coperto dalle incertezze della situazione di guerra, di cui è difficile prevedere gli sviluppi. Molte guardano al presente, senza fare piani a lungo termine. 

Come dice Inna: “Io adesso non posso pensare al mio futuro, io penso a mia figlia”. Sofija (Napoli), di piani ne ha molti: studiare, prendere la patente, fare volontariato. Ma per realizzarli, aspetta che la guerra finisca: “Adesso tutti i pensieri sono in Ucraina. Dobbiamo risolvere questo problema”. Molte non hanno smesso di pensare al ritorno. Come Jana, Milano, che ha dovuto rimandare i suoi piani dopo l’invasione russa. Ma non ha dubbi, rientrerà in Ucraina appena possibile, anche se non sa ancora dire quando. 

Julija, invece, sembra avere meno fretta. Non vede molte prospettive in Ucraina, né ora, né nel dopoguerra, quindi dice di voler restare in Italia e lavorare finché “le gambe la reggono”, poi, quando non sarà più in grado di lavorare, “andare a casa, a un certo punto”. Ma come Jana, non sa dire quando. Per entrambe – e per molte lavoratrici di cura – il futuro è a data da destinarsi.


*Maria Izzo è ricercatrice presso l’Università di Glasgow. Si occupa di politiche sociali, genere e migrazioni, in particolare dall’Europa orientale verso l’Italia.

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