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L’eredità di Sacharov nelle parole della figlia Tatiana Yankelevich-Bonner

In occasione della 21esima edizione di Più libri più liberi, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria tenutasi a inizio dicembre a Roma, Meridiano 13 ha avuto il piacere e l’onore di conversare con Tatiana Yankelevich-Bonner, figlia adottiva di Andrej Dmitrievič Sacharov (1921-1989). Fautore della bomba atomica sovietica nonché attivista per i diritti umani e Premio Nobel per la Pace nel 1975, la sua biografia è uscita in italiano per Caissa Italia in forma di graphic novel qualche mese fa.

Per approfondire, leggi anche Andrej Sacharov, il fautore della bomba all’idrogeno che (non) aveva paura. Una recensione

Nata a Leningrado nel 1950, Tatiana Yankelevich-Bonner è un’attivista per i diritti umani naturalizzata americana laureatasi presso la facoltà di Giornalismo dell’Università Statale Lomonosov di Mosca. Figlia dell’attivista e medico Elena Bonner (1923-2011), seconda moglie di Sacharov, Tatiana è emigrata negli Stati Uniti nel 1977 insieme al marito e ai suoi due figli. Ha insegnato letteratura russa e storia dell’Urss in diverse università americane, continuando a difendere la causa portata avanti da sua madre e da Sacharov nella lotta per i diritti umani e la libertà di pensiero.

Tatiana, lei è una storica e ricercatrice indipendente all’Università di Harvard, che ha ricoperto il ruolo di direttrice del “Sacharov Program on Human Rights” presso il Davis Center for Russian and Eurasian Studies dal 2004 al 2009. Sin da quando è emigrata negli Stati Uniti, ha continuato la lotta per i diritti umani che sua madre, Elena Bonner, e suo padre adottivo, Andrej Sacharov, avevano iniziato negli anni Sessanta nell’allora Unione Sovietica. Di recente, ha curato anche la pubblicazione dei Diari di Andrej Sacharov. Che tipo di persona era Andrej e che rapporto si era instaurato fra voi?

Abbiamo stretto in fretta rapporti di amicizia con Sacharov sia io che mio fratello che mio marito, Efrim Yankelevich. Mio fratello all’epoca era adolescente, aveva 14 anni ed era il più scettico e cauto di noi all’inizio. Io e mio marito avevamo già letto Riflessioni sul progresso, la convivenza pacifica e la libertà intellettuale (Razmyšlenija o progresse, mirnom sosuščestovanii i intellektual’noj svobode) che era stato pubblicato in samizdat poco dopo che Andrej Dmitrievič lo aveva fatto arrivare in Occidente nel 1968.

Nel 1969 e 1970 sapevamo già di questo suo scritto; non ricordo la mia impressione, ma mia madre era poco colpita dalla lettura, anche se le era piaciuta l’epigrafe, che era una citazione di Goethe: “è degno di onore e libertà solo colui che ogni giorno lotta per essi”. Quando nell’agosto del 1970 mia madre ci disse che lei e Andrej Dmitrievič si amavano e lui avrebbe vissuto con noi, io e mio fratello eravamo contenti. 

Andrej Dmitrievič mi ha sempre chiamata “figlia”, per me era un grande onore, gli volevo molto bene.

Mio marito godeva della sua piena fiducia. Quando emigrò, divenne il suo rappresentante ufficiale per le trattative sulle pubblicazioni. A partire dalle memorie, che erano i testi più complessi perché le ricevevamo a pezzi, e che – anche dopo la liberazione da Gor’kij – Andrej Dmitrievič non vide mai per intero; non appena terminava di scrivere, mia madre le inviava in qualsiasi modo all’estero. Noi al tempo eravamo già negli Stati Uniti.

Per tre volte queste memorie furono sottratte dal Kgb e dopo la sua morte il capo del Kgb postsovietico, sotto Boris El’cin, le consegnò in un grosso tomo a mia madre, un volume che era stato stampato apposta per uso interno, in otto esemplari, per i membri del Politbjuro. Erano memorie di vecchia data. Andrej Dmitrievič le aveva riscritte dopo che gli erano state sottratte e si è rivelato che erano praticamente uguali parola per parola, cosa che la dice lunga su che genere di memoria aveva, su quanto si rapportava in maniera responsabile alla parola e alla sua testimonianza storica. Si tratta di un documento unico in questo senso. 

Noi gli volevamo molto bene, lui amava molto anche i miei figli. Lo dico con orgoglio: lui sapeva che poteva contare al 100% su di noi. Noi ci sentivamo grati di avere la sua piena fiducia.

Il nome di Sacharov e la sua eredità sono dei punti di riferimento per la lotta per i diritti umani nella storia dell’Urss e della Russia odierna. Tendiamo, però, a dimenticare che anche sua madre, Elena Bonner, ha avuto un ruolo fondamentale. In questi anni, si sta occupando proprio del suo archivio. Ci potrebbe raccontare qualcosa di più sulla sua figura e sul suo ruolo non solo come moglie di Sacharov – tant’è che Elena stessa ha sempre detto “Non mi piace quando mi chiamano moglie o vedova di Sacharov. Io sono io” – ma soprattutto come donna che ha sempre lottato per i diritti civili?

Con la mia migliore amica ricordiamo spesso mia mamma. Quando mia madre era ancora viva, scherzavamo sul fatto che Elena Bonner non è a favore dei diritti dell’uomo, ma a favore dell’uomo. Ed è molto azzeccato. Mia madre, ancora quando andava a scuola, si recava spesso dalla direttrice didattica, tanto che questa si era abituata a chiamare mia mamma “collega avvocato”, perché era sempre lì per difendere qualcuno. Mia madre aveva un senso molto sviluppato della giustizia. Le era insito nel carattere quello di non rimanere indifferente, essere giusta, dire la verità. Queste caratteristiche la portarono al movimento della difesa dei diritti. 

Alla fine degli anni Sessanta contribuì alla diffusione di Cronaca degli avvenimenti correnti (Chronika tekušich sobytij), rivista che talora viene chiamata underground, ma non è giusta come definizione; era semmai una rivista libera, non soggetta alla censura, libera nel modo in cui parlava di prigionia, arresti, condanne politiche, persecuzioni fuori dal tribunale, informazioni sulle repressioni ad esempio dei tatari di Crimea; queste cose non si potevano leggere da nessuna parte.

Il New York Times definì Cronaca degli avvenimenti correnti una delle testate più autorevoli, credibili e prive di preconcetti. Mia madre aiutava alla diffusione della rivista, che costava un rublo, il che non era poco per una persona che prendeva 70 rubli di stipendio al mese, e queste spese coprivano solo i copisti. A riguardo Aleksandr Galič ha scritto: “La macchina da scrivere Erika ammette quattro copie. Tutto qui! … Ed è sufficiente”. Una macchina da scrivere poteva battere quattro copie al colpo in genere, ma ce n’erano alcune che potevano batterne di più. I soldi che restavano andavano alle famiglie dei prigionieri politici dato che non avevano spesso neanche il minimo per sostenersi il viaggio per andare a trovare i cari in prigione, o per pagare l’avvocato o inviare i pacchi di cibo. 

Vorrei dire, rispetto a mia madre, che la compassione, la giustizia, l’umanità erano i motori della sua biografia. E in questo si trovò con Sacharov. La presenza di mia madre nella sua vita lo aiutò, lo disse lui stesso, a manifestare ancora di più la sua umanità. Lottare per ciascuna persona era la cosa più importante per lui. Non era mai stanco di farlo. Considerava la lotta per i diritti dell’uomo quella rara forza unificante che, a prescindere da religione, etnia, idee politiche, stato sociale, può unire tutte le persone che sanno cos’è la comunità umana.

E questo si lega a quanto diceva lui sul rischio fatale dell’atomizzazione umana, che va superata perché questa è la nostra firma della condanna a morte. Se riusciremo a superarla, grazie anche ai principi dei diritti umani, allora l’umanità avrà un futuro. Qui ci deve aiutare la generazione più giovane. 

Con il nuovo autoritarismo guidato da Putin e, soprattutto, con l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, la situazione dei diritti umani e civili in Russia è indubbiamente peggiorata. Cosa può dirci del movimento dissidente nella Russia di oggi? Quali sono le realtà locali che portano avanti il lavoro di Sacharov e Bonner?

La mia migliore amica è dovuta scappare adesso dalla Russia con la famiglia perché suo figlio è un giornalista indipendente ed è stato minacciato, così come noi negli anni ‘70 siamo dovuti andare via dall’Urss per le minacce di morte rivolte a mio figlio e a mio marito. Fu la minaccia a mio figlio il motivo per cui ce ne andammo.

Oggi la storia si ripete, con metodi nuovi; con la guerra, per via delle sanzioni non si riesce a inviare soldi in Russia e quindi è tutto più difficile; prima della guerra si poteva aiutare le famiglie attraverso il trasferimento di denaro per le spese, per gli avvocati; eravamo tornati al sistema che c’era quella volta. Oggi è tutto più complicato e tragico. Inoltre, siamo tornati al sistema repressivo staliniano in cui i giornalisti finiscono in carcere, come Kara-Murza condannato a 25 anni.

L’arma dei giornalisti è la parola.

Da molti anni il centro Memorial si occupa di divulgare informazioni sulle persecuzioni politiche. In particolare, dopo l’annessione della Crimea del 2014, lo seguo con attenzione. 

Come in epoca sovietica, anche oggi i più colpiti sono coloro che propongono di gettare nuove basi per ricostruire il proprio paese; ai dittatori è indifferente cosa si dice in Europa o in America, ai dittatori è tutto indifferente, Putin lo ha dato a intendere molto tempo fa, a partire dal discorso di Monaco. Servono però le sanzioni perché la popolazione comprenda in che crimini è coinvolta.

Purtroppo Putin non è l’unico esempio di ritorno all’autoritarismo e potenzialmente al totalitarismo. Il dittatore non porta la verità storica. La verità storica denuda la menzogna, smaschera i miti su cui si basa, il brainwashing, la propaganda con cui efficacemente colpisce i cervelli dei suoi concittadini.

Oggi in Europa vediamo una crescente propaganda di questo tipo, un emergente autoritarismo nei paesi dell’Europa orientale e non solo, posizioni di estrema destra che condividono le persone che hanno paura delle idee di sinistra, è una reazione da parte loro, vediamo posizioni essenzialmente filo-fasciste. Questo è pericoloso e credo che in Italia si capisca molto bene dal passato italiano. Lo stesso in Germania. 

Ma ci tengo a dire che la propaganda di estrema sinistra non è meno pericolosa, porta al supporto del terrorismo.

Tatiana Yankelevich-Bonner
Tatiana Yankelevich-Bonner a Più libri più liberi in compagnia della traduttrice e interprete Tatiana Pepe

Oggi l’eredità di Sacharov viene usata e spesso abusata da molti politici odierni.

Negli anni Settanta, insieme alla moglie Elena, Sacharov si recò a diversi processi politici, uno fra i tanti fu quello del difensore e leader dei tatari di Crimea, Mustafa Džemilev, che nel 1976 fu processato a Omsk per attività antisovietiche. Che tipo di rapporto c’è oggi tra i dissidenti russi e il movimento per i diritti umani dei tatari di Crimea, soprattutto in seguito all’annessione della Crimea da parte della Russia del 2014?

Džemilev lo conosco personalmente, sono stata sua interprete ad Harvard in occasione di una conferenza. È un leader di calibro europeo, di principi europei. Basta ascoltarlo per comprendere la profondità della sua coscienza giuridica. La sua biografia è tragica, riflette quella del suo popolo. Non può tornare in Crimea, ecco le promesse di Putin. Sua moglie invece è rimasta in Crimea (per i piccoli popoli è molto importante restare nella terra dei propri avi), è diventata cittadina russa. All’inizio le hanno dato una pensione russa, ma poi l’hanno chiamata e le hanno detto che c’era stato un errore e che doveva restituire i soldi ricevuti. Mustafa le ha detto di farlo e i russi le hanno detto di renderli, però in dollari.

Mia madre diceva che in Urss c’era il terrore, c’era un regime duro e mostruoso, milioni di persone hanno pagato con la vita la vittoria nella Seconda guerra mondiale, la cui colpa ricade in larga misura anche su Stalin per la sua collaborazione con il regime nazista; milioni di persone sono morte nei gulag, ma non c’è mai stato un momento in cui al potere ci fossero dei ladri. Così diceva mia madre. Ora è morta già da 12 anni. E questo regime continua a esistere. Un regime di ladri, criminali, che bisogna fermare. 

In una conversazione con Mustafa Džemilev, Putin una volta ha detto di riconoscere i diritti dei tatari. E invece avvengono repressioni sistematiche ai danni dei tatari di Crimea, che sono cittadini di passaporto ucraino. Tutte queste sue promesse sono state cancellate dopo l’annessione.

Sappiamo quanto valgono le promesse di Putin. Prima dell’invasione dell’Ucraina, diceva che l’ammassamento di truppe al confine non era affatto un segno di piani di aggressione e invasione, era solo un’esercitazione. Come si fa in Europa ad avere ancora dubbi su dove si fermerà Putin? La Polonia è un paese potente, ma la Moldova? La ingloberà. Lo stesso vale per i Baltici. La Nato non può nutrire alcuna illusione sulle sue intenzioni e sulla veridicità di quanto afferma.


Questa intervista è stata possibile grazie a Giorgia Spadoni e Tatiana Pepe. La trascrizione e traduzione dal russo è opera di Martina Napolitano.
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Redazione
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