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"Free Gaza" sui muri di Tbilisi (Meridiano 13/Sofia Mischi)
La questione israelo-palestinese è ormai protagonista nel dibattito politico e sulle testate internazionali. In questo articolo, ci siamo chiesti si stia affrontando il dibattito su Palestina e Israele in Georgia, dato che l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina sembra essere dominante come tema di analisi e riflessione. Per fare ciò, abbiamo anche intervistato Tazo Sozashvili, attivista che ha di recente pubblicato un articolo di opinione al riguardo su OC Media, portale in lingua inglese sulle notizie dal Caucaso.
I rapporti tra Georgia e Israele
Sin da quando la Georgia è diventata indipendente a seguito della caduta dell’Unione Sovietica, Tbilisi e Tel Aviv hanno goduto di ottimi rapporti economici, militari e culturali. Sebbene il paese caucasico, nel 1992, avesse riconosciuto anche lo Stato di Palestina, i legami con Israele erano comunque estremamente solidi a causa della grande emigrazione (l’aliyah) degli ebrei georgiani verso Gerusalemme dagli anni Settanta in poi.
L’importanza dell’esodo verso il Medio Oriente, con le conseguenti difficoltà dovute all’integrazione e all’allontanamento dalla Georgia, sono anche citate in uno dei film più conosciuti della cinematografia georgiano-sovietica, Mimino (1977). In una delle scene finali, il pilota Valiko Mizandari, dopo aver chiesto di poter comunicare con Telavi, la sua città d’origine, si ritrova invece a parlare e a cantare nostalgicamente con un perfetto sconosciuto, georgiano, risedente a Tel Aviv.
Non stupisce, quindi, che i georgiani abbiano mantenuto negli anni un rapporto privilegiato con Israele: nel 2008, il paese si era esposto a supporto della Georgia nel conflitto contro la Russia, anche se mesi prima del conflitto aveva fermato l’export di armi verso il Caucaso. Allo stesso modo, numerose manifestazioni a favore della politica interna israeliana erano avvenute nel corso del 2012, quando Tel Aviv diede inizio all’operazione “Pilastro di Difesa” e al bombardamento della Striscia di Gaza.
Con il tempo, i legami tra i due paesi sono rimasti stabili, e l’opinione pubblica abbastanza invariata. La fruizione da parte delle nuove generazioni dei media internazionali ha portato, piano piano, a una discussione più complessa sulla questione palestinese. Un dibattito più acceso, però, è esploso solo a seguito del massacro del 7 ottobre 2023 e della risposta efferata dello stato israeliano, ora accusato di genocidio nei confronti della popolazione palestinese dalla Corte Penale Internazionale di Giustizia.
Il supporto alla Palestina e la propaganda israeliana
Per quanto l’argomento sia entrato a far parte del discorso pubblico, rimane discusso prevalentemente nella nicchia underground dei giovani di sinistra, che frequentano spazi come il “Praktika”, “Muhudo” o “Mutant Radio”, nei quali si organizzano mostre fotografiche e raccolte fondi a supporto dei civili palestinesi (la prossima sarà il 30 novembre); oppure, nel contesto del movimento “Free Palestine Georgia”, che indice manifestazioni contro il supporto del governo georgiano a Israele. Di recente, il gruppo ha protestato, per esempio, in occasione della visita del premier israeliano Ben Gvir a Tbilisi.
Solo in pochissimi casi, come riferitoci da una ragazza russo-israeliana, si criticano le azioni dello stato israeliano fuori da questi ambienti: come nel caso dei cittadini russi, vi sono luoghi (pochi) in cui ai cittadini israeliani è interdetto l’ingresso. A volte, invece, può succedere che costoro vengano insultati nei bazaar per i crimini dell’esercito sionista a Gaza. È difficile però stabilire se questi comportamenti siano legati a un interesse per la questione palestinese o, invece, se siano frutto della propaganda russa in funzione antioccidentale sui media georgiani, che solitamente diffonde disinformazione sulla guerra in Ucraina e su Israele per criticare la politica estera degli Stati Uniti e l’Unione Europea.
In Georgia, specialmente a Tbilisi, all'entrata di diversi ristoranti e luoghi culturali sono appuntati degli sticker che "impediscono" l'ingresso a chi appoggia l'invasione russa dell'Ucraina o a chi non riconosce Putin come un criminale di guerra (di solito, sono accompagnati da altre affermazioni, come "La Russia è un paese occupante"). Naturalmente, come nel caso dei locali che condannano i crimini di guerra israeliani a Gaza, non è un divieto reale. Tuttavia, sono un segnale interessante del dibattito interno dei giovani della società georgiana.
In generale, la maggior parte delle persone non sembra avere un’opinione informata sulla situazione in corso: innanzitutto, perché la questione dell’Ucraina e dell’imperialismo russo è preponderante e rende la discussione pubblica monotematica. In secondo luogo, perché su Facebook, il social media di riferimento delle generazioni meno giovani, e in televisione si dà voce alla propaganda di stato israeliana (più che a quella russa) o alle posizioni geopolitiche degli Stati Uniti (a favore dell’Ucraina e Israele). Non vi sono ricerche né dati raccolti in maniera compiuta su tale fenomeno, una tendenza che stona con la miriade di report sulla propaganda russa prodotti dalle varie organizzazioni no-profit georgiane.
Protesta a favore di Israele e dell’Ucraina (quindi, del potere politico degli Stati Uniti e l’Europa) contro la Russia di Putin, Tbilisi, settembre 2024 (Meridiano 13/Sofia Mischi)
Abbiamo discusso di queste tematiche con Tazo Sozashvili, attivista per i diritti umani e LGBTQ+ che, con un suo recente articolo d’opinione su OC Media, ha acceso un dibattito su come la questione palestinese possa essere discussa e assimilata in Georgia, un paese parzialmente occupato anch’esso da una potenza imperialista.
Uno sguardo dall’interno
Tazo Sozashvili ha iniziato da tempo a riflettere sulla visione georgiana della questione israelo-palestinese, seguendo e documentando le diverse narrazioni presenti sui media e sui social. Molto presto ha constatato che, anche sui canali da lui considerati affidabili, le dichiarazioni del governo israeliano sono state presentate come fatti, senza che vi fosse alcun approccio critico o senza prendere in considerazione la storia e le testimonianze dei palestinesi, descritti solamente come terroristi. Questa situazione è peggiorata notevolmente in seguito all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023:
Ho visto i commenti di alcuni attivisti, che ho sempre considerato degni di fiducia e che stanno combattendo per la giustizia, per i diritti umani e per la democrazia in Georgia, che dicevano cose aberranti.
[…] C’erano persone, politici o rappresentanti dei media, che dicevano addirittura che fosse una battaglia tra l’oscurità e la luce, tra barbarie e civilizzazione. O che non vi fosse nessun bambino palestinese innocente.
Secondo Sozashivili, questa tendenza fa parte di quello che Francesca Albanese, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, ha definito come “performance dell’ignoranza” (“performing stupidity”), ovvero, della propensione della politica e dei media a ignorare e diminuire la gravità di quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza per creare artificialmente una separazione tra gli interessi economici di Israele e l’occupazione dei territori palestinesi.
Per esempio, ho visto politici, anche dell’opposizione, sostenere in televisione che Gaza e la Cisgiordania non sono territori occupati da Israele, contravvenendo allo stesso diritto internazionale a cui costoro si appellano per discutere dell’illegittimità dell’occupazione russa dell’Abcasia e l’Ossezia del Sud.
L’autore evidenzia che in un paese orgoglioso come la Georgia, con una sua lunga storia di resistenza all’oppressione, sussiste una grande contraddizione tra il criticare (giustamente) l’imperialismo russo e l’influenza russa e il non mettere in dubbio le pratiche coloniali israeliane, appoggiate militarmente dagli Stati Uniti. L’opposizione, inoltre, usa per la sua propaganda politica i reportage e le dichiarazioni di quelle stesse organizzazioni internazionali di diritti umani, come Amnesty International, Human Rights Watch e Medici senza Frontiere, di cui negano la credibilità nel contesto israelo-palestinese.
Vista la difficile elaborazione della narrazione politica sulla questione palestinese, Sozashvili prende atto di quanto sia difficile per gli attivisti e per le persone comuni intavolare una conversazione credibile su ciò, dato che:
Quando sei in Georgia, è molto difficile avere una visione d’insieme, anche perché ci si può muovere sempre e solo in spazi molto ristretti. Se fai attivismo tutti i giorni, ventiquattr’ore su ventiquattro, non è facile fermarsi a pensare, dato che ancora disperdi tanta energia per una causa che speravi di vincere anni fa e, invece, hai fallito e l’oppressione è diventata sempre più grave.
Allo stesso tempo, però, per Tazo è stato spiacevole trovarsi in situazioni in cui associazioni di cui ha fatto parte prima di emigrare in Europa nel 2021 abbiano preso le distanze dalle sue opinioni sulla questione palestinese e dal suo articolo: “Israel’s Occupation, Apartheid and Genocide in Palestine” (“Occupazione israeliana, apartheid e genocidio in Palestina”). Tuttavia, è stato proprio questo scritto a convogliare l’attenzione di OC Media sull’attivismo di Sozashvili.
L’articolo su OC Media su Palestina e Israele in Georgia
Per redigere l’articolo commissionato da OC Media, l’autore ha deciso di riattivare Facebook per vedere se la discussione politica su Gaza fosse la stessa anche più di due anni dopo l’inizio dei massacri. Ha constatato che nulla era cambiato, e che sui media non c’era alcuna discussione sui fatti più recenti, quali l’approvazione in prima lettura nel Parlamento israeliano della pena di morte per i palestinesi responsabili di aver ucciso israeliani (e, naturalmente, non viceversa).
Le narrazioni sui media nella discussione politica e culturale del paese sostengono, come prima, che Israele sia l’unica democrazia del Medio Oriente a sopravvivere tra i terroristi che vogliono uccidere i cristiani, sostenuta dal più grande esempio della democrazia mondiale, gli Stati Uniti.
Nell’articolo, l’autore si schiera fermamente contro le posizioni liberiste e superficiali dei media e dei politici georgiani, sottolineando ancora una volta le contraddizioni tra la feroce critica dell’imperialismo russo e l’assenza, invece, di posizioni simili nei confronti dell’imperialismo americano e della situazione nello stato di Israele:
Mi sembra assurdo che i georgiani non vedano i paralleli tra ciò che sta succedendo in Palestina e la guerra del 2008, quando nel 2008 siamo stati noi ad aver vissuto una situazione simile e a non essere stati ascoltati dalla comunità internazionale.
La difficoltà nell’approccio alla questione palestinese nel contesto georgiano è stata anche confermata dagli editor del giornale: se l’autore avesse parlato delle proteste pacifiche dei palestinesi, questo si sarebbe potuto interpretare anche come una sorta di supporto alla resistenza militare e ad Hamas, provocando critiche da parte dei lettori.
Invece, una volta pubblicato, l’articolo ha ottenuto un grande successo mediatico ed è stato il più letto sul sito per più di una settimana, ricevendo commenti molto positivi. Fiducioso dell’approvazione ricevuta, Sozashvili spera che questo abbia effetti a lungo termine nella trasformazione della discussione interna della società civile georgiana. L’aspirazione della Georgia nel diventare parte dell’Unione europea (come, ci tiene a ribadire, è anche scritto nella Costituzione) dovrebbe quindi proseguire a pari passo con il riconoscimento della debolezza politica dell’Europa. Ecco due esempi a riguardo:
Non posso esimermi dal vedere una differenza tra la condanna che vi è da parte del governo tedesco della violenza politica nelle strade di Tbilisi, mentre lo stesso establishment non rispetta il diritto a manifestare dei gruppi pro-Palestina in Germania, dove vivo. Questo, come in altri paesi europei.
Parlando di ciò, Sozashivili cita anche il ruolo politico dell’“Eurovision Song Contest”. Israele, infatti, non è stato ancora escluso ufficialmente dalla competizione, come è invece accaduto alla Russia nel 2022. Tuttavia, nel 2009, quando i rapporti tra Europa e Russia erano buoni, era stata la Georgia ad essere stata scartata per la canzone “Don’t wanna put in”, che era una critica ironica nei confronti di Vladimir Putin.
Infine, la pubblicazione dell’articolo e la questione palestinese hanno dato a Tazo una visione diversa dell’occupazione dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud. Gli ha consentito, infatti, di entrare in contatto con abcasi che sostenevano l’odierna indipendenza dell’Abcasia. Per quanto non concordasse su questo punto, ha potuto intavolare una discussione costruttiva e scoprire di più, per esempio, sulla cultura abcasa e sull’imposizione della lingua e delle usanze georgiane nella regione durante il periodo sovietico:
Siamo vittime dell’imperialismo russo, vero, ma potremmo anche pensare di essere stati i carnefici. Anche noi, come gli israeliani, abbiamo dato fuoco alle biblioteche e alla cultura di un popolo.
Palestina, dibattito e solidarietà
Come emerge dalla testimonianza di Sozashivili, il dibattito istituzionale sulla questione palestinese è totalmente assente. Allo stesso tempo, non ci sono strumenti di monitoraggio efficaci per interpretare correttamente la percezione effettiva di tale crisi-politico umanitaria all’interno della società georgiana. Infine, gli unici luoghi in cui si promuove la solidarietà nei confronti del popolo palestinese sono parte di una nicchia di giovani, le cui azioni sono però limitate dalle repressioni e dalle generali difficoltà del fare attivismo in Georgia.
Neolaureata del master in East European and Eurasian studies (MIREES) presso l’università di Bologna. S’interessa della storia, politica e cultura dello spazio ex sovietico, specialmente del Caucaso. Attualmente, vive tra Milano e Tbilisi.