Valerij Nepomnjaščij, il sovietico che portò il Camerun nella storia

La punizione dalla sinistra è calciata piuttosto male verso il centro. Sembra innocua, ma il difensore svirgola il pallone alzando un campanile. La situazione sembra sotto controllo, fino a quanto il numero 7 in maglia verde, François Omam-Biyik, spicca un salto che contravviene alle leggi della fisica terrestre. Rimane in aria un tempo infinito e poi, proprio quando la parabola del suo gesto imbocca la fase discendente, colpisce di testa il pallone.

Tutti sono sorpresi: i compagni, gli avversari, il pubblico dello stadio di San Siro, ma soprattutto il portiere dell’Argentina che non oppone nessuna resistenza. La palla finisce in rete. Camerun 1, Argentina 0. Tifosi e squadra africana esultano impazziti. Un uomo mantiene un certo aplomb. Ha i capelli sale e pepe pettinati da destra verso sinistra e gli occhiali scuri in stile Rayban. È l’allenatore dei “Leoni indomabili”, è russo, anzi sovietico, e si chiama Valerij Nepomnjaščij.

https://www.youtube.com/watch?v=T46HbbFvpa4

Oggi i mondiali vengono aperti da una partita a cui partecipa il paese ospitante, ma un tempo erano i campioni in carica che affrontavano i loro avversari nell’incontro inaugurale della manifestazione. Nel 1990 l’Argentina di Maradona, vincente quattro anni prima in Messico, si trovò di fronte una delle due squadre provenienti dall’Africa. Sembrava una gara dall’esito scontato, ma nonostante la doppia inferiorità numerica gli uomini di Nepomnjaščij portarono a casa una vittoria. Ma come c’era finito il sovietico sulla panchina del Camerun?

Dalla Seconda guerra mondiale al Mondiale di Italia 90

Valerij Nepomnjaščij nasce nel 1943 a Slavgorod, nel kraj (territorio) dell’Altaj, nella Repubblica socialista sovietica russa, vicino al confine con quella kazaka. La sua storia personale è strettamente legata con quella della Seconda guerra mondiale (o Grande guerra patriottica). Quando il padre muore durante il conflitto, la madre incinta di Valerij viene spostata lontano dal fronte. Il futuro allenatore ha un fratello più grande, sfollato in un campo profughi fra Mosca e Leningrado. La madre perde sue notizie e lo ritroverà soltanto cinque anni dopo vicino ad Alma-ata (oggi Almaty). Nel frattempo il ragazzo si è diplomato alla scuola tecnica per ferrovieri e trova lavoro in Turkmenistan. Siamo nel 1947 e la famiglia riunita si sposta con lui.

Il giovane Valerij vive nella città di Gyzylarbat (oggi Serdar). È una città militare, dove si testano i caccia a reazione e che ruota, per i civili, intorno a una grande officina meccanica dove il fratello lavora come ingegnere. La sua formazione è di alto livello e prosegue ad Ashgabat, dove si laurea all’Università di stato del Turkmenistan. Siamo nel 1969. 

I luoghi di Nepomnjaščij
I luoghi della vita “sovietica” di Nepomnjaščij

Nepomnjaščij prova anche la carriera da calciatore, ma a soli 25 anni è costretto ad abbandonare il campo a causa di problemi di salute. Non sembra una stella di prima grandezza, ma gioca qualche campionato nello Skif Ashgabat e nello Spartak Samarcanda. Poi, come detto, si dedica allo studio e alla panchina.

Con l’inizio del nuovo decennio inizia quindi la sua carriera da allenatore. I primi incarichi che riceve sono quelli legati alla scuola di calcio del Comitato sportivo del Turkmenistan. Questo lavoro andrà avanti per quasi vent’anni fino quasi agli anni Novanta, seguendo sempre i ragazzi. Vorrebbe specializzarsi nella scuola superiore per allenatori di Mosca, ma non accettano gli allenatori delle giovanili.

Quando gli chiedono di seguire la prima squadra del Kolchozči Ashgabat, Valerij fiuta l’opportunità e accetta. Nella rosa ci sono una decina di giovani che ha cresciuto personalmente dai 14 ai 18 anni. In più, con questa esperienza in un club che gioca in terza divisione sovietica, potrà accedere alla tanto agognata formazione superiore. Dopo due anni a Mosca torna in Turkmenistan per seguire la rappresentativa nazionale.

L’opportunità di allenare il Camerun

Al tempo era consuetudine che gli allenatori come Nepomnjaščij svolgessero degli anni di formazione in Africa o in altri paesi esteri. Valerij fa continui viaggi in Algeria, Tunisia e Suriname. A un certo punto dall’alto arriva l’ordine che dovrà trasferirsi proprio in quest’ultimo paese e si iniziano a preparare i documenti. All’ultimo momento però tutto salta. Ci sono due nuove destinazioni: Marocco e Camerun. L’allenatore lascia la scelta ai suoi superiori e finisce a Yaoundé.

Lo scalino è molto alto. Nepomnjaščij non parla né francese né inglese ed è costretto a servirsi sempre di un interprete. Eppure l’occasione è molto intrigante. La nazionale di calcio dei “Leoni indomabili” ha partecipato ai Mondiali del 1982, ha vinto la coppa d’Africa del 1984 e 1988. Insomma il livello è ottimo. In un’intervista all’African Sports Monthly, racconta che in realtà il suo interprete non era molto preparato:

Il mio traduttore era un giovane di nome Galius, ma il problema era che non aveva mai studiato russo. Da ragazzo si era allenato con il pugile russo Stanislav Stepaškin e, di conseguenza, aveva imparato qualche parola. Il suo russo non era migliore del mio francese! Inoltre, era un tifoso davvero appassionato e durante le partite, quando dovevo dare istruzioni ai giocatori, dovevo letteralmente spronarlo a entrare in azione. Era totalmente assorto dalla partita, seduto con gli occhi spalancati. Gli gridavo “Galius”, ma non mi sentiva.

La partecipazione alla Coppa d’Africa del 1990 è un grosso passo falso per il Camerun. Il capo di stato Paul Biya non è contento. Vorrebbe sostituire Nepomnjaščij e imporre la convocazione del suo amico personale Roger Milla. Grande campione ormai 38enne e fuori dalla rosa. Mentre la squadra è in pre-ritiro in Jugoslavia, l’attaccante si unisce alla squadra. L’allenatore non si oppone e il centravanti appare in forma. Si accordano per centellinare la sua presenza affinché possa essere utile alla causa. Entrambi capiscono di aver bisogno dell’altro. L’allenatore riesce anche a far digerire al gruppo l’arrivo dell’ingombrante nuovo compagno.

Il lavoro di Nepomnjaščij è soprattutto psicologico. Deve riuscire a fare in modo che il gruppo sfrutti al meglio le proprie potenzialità, coprendo con queste le eventuali mancanze. Studia gli avversari, ne coglie i possibili punti deboli. 

Ho spiegato ai giocatori che l’Argentina puntava alla finale e si stava preparando per giocare sette partite, quindi avrebbe giocato con cautela nella prima gara. Quando abbiamo visto la preoccupazione nei loro occhi, abbiamo capito che potevamo vincere. Anche quando siamo rimasti in nove uomini, non ci siamo fatti prendere dal panico. 

Italia 90 dopo l’Argentina

Il Camerun però fa sul serio e quello con i campioni del mondo in carica non è stato un risultato casuale. Nella seconda gara ci sono i romeni che hanno sconfitto l’Unione Sovietica nel primo incontro. La partita arriva negli ultimi dieci minuti di gioco ancora inchiodata sullo 0-0, quando Roger Milla (entrato da poco), ancora lui, la risolve con una doppietta in cinque minuti. A niente serve il gol di Balint che fissa il risultato sul 2-1. Gli africani sono qualificati per gli ottavi di finale.

L’ultima gara del girone sarà quella contro l’Unione Sovietica, in una sorta di derby per Nepomnjaščij. Sarà una sconfitta roboante e ininfluente per 4-0. Con quella partita la formazione con la falce e il martello sul petto segnerà l’ultima sua apparizione in un mondiale di calcio.

Il 23 giugno 1990, allo stadio San Paolo di Napoli, agli ordini del direttore di gara italiano Tullio Lanese, il Camerun affronta la Colombia per entrare nella storia. Nessuna squadra africana è mai andata oltre questo ostacolo. Se gli uomini di Nepomnjaščij sconfiggeranno i sudamericani per loro si apriranno le porte della leggenda. Non bastano novanta minuti a sbloccare il risultato. Ci sono i supplementari. Come in uno schema provato e riprovato, è ancora una volta il subentrato Roger Milla a sbloccare il risultato con un bel sinistro sul primo palo.

Ma non è finita qua. Giusto qualche giro di lancetta e Milla si fionda sul portiere avversario. René Higuita è uno dei simboli di questo Mondiale, esce palla al piede, imposta, colora, fa cose mai viste. Purtroppo per lui e per tutti i colombiani, stavolta incespisca sul pallone e Milla firma il 2-0. Anche in questo caso non serve a niente il gol avversario prima della chiusura: il Camerun va ai quarti.

La sconfitta con l’Inghilterra

L’ultima gara con gli inglesi è troppo anche per la strategia di Nepomnjaščij. La squadra ribalta l’iniziale vantaggio di Platt, ma non ce la fa a reggere il ritorno di Sua Maestà e capitola per 3-2 ai supplementari. Non importa, la storia è ormai scritta.

Valerij Nepomnjaščij
L’allenatore in una foto recente (wikimedia)

Nonostante la proposta di un rinnovo, Nepomnjaščij lascia la panchina degli africani e inizia una carriera da giramondo fra Cina, Corea, Uzbekistan, Giappone, Turchia e Russia, ottenendo anche discreti risultati. Tuttavia, la sua leggenda sarà per sempre legata alle notti magiche in cui i suoi “Leoni indomabili” spaventarono il calcio mondiale.

Condividi l'articolo!
Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".