La nazionale di calcio della Bosnia non è da sottovalutare

Martedì 31 marzo, Italia e Bosnia ed Erzegovina si giocheranno un posto nel prossimo mondiale che si disputerà in Messico, Canada e Stati Uniti. Sarà la compagine balcanica a giocare in casa, per la precisione a Zenica, nel centro del paese, allo stadio Bilino Polje. Nelle due semifinali, gli azzurri hanno eliminato l’Irlanda del Nord, mentre i balcanici hanno battuto a domicilio, dopo i calci di rigore, la nazionale gallese. Da parte dell’Italia ci sono state delle smodate e – a nostro personale avviso – immotivate esultanze. L’Italia è favorita, può vincere, ma la nazionale di calcio della Bosnia non è da sottovalutare.

Leggi altri articoli di sport

Se dell’Italia si sa praticamente vita, morte e miracoli, dei giallo-blu di Sarajevo si conoscono molti meno aspetti e si danno per scontate tantissime cose. Vada come vada l’incontro di martedì, i nostri avversari non sono da sottovalutare. Il grande deus ex machina di questa rivoluzione che ha portato la Bosnia ed Erzegovina a essere competitiva dopo diversi anni di anonimato è Sergej Barbarez, attuale commissario tecnico e calciatore con un ottimo passato in Germania, nelle file di Hannover, Union, Borussia Dortmund, Amburgo e Bayer Leverkusen.

La cura Barbarez

Barbarez, che assomma nelle sue origini tutte e tre le etnie del popolo bosniaco, e il direttore sportivo Emir Spahić hanno rivoluzionato il modo di selezionare i calciatori, facendo esattamente l’opposto di quello che comunemente succedeva ai ragazzi nati e cresciuti in Bosnia. Questi ultimi spesso percorrevano tutta la trafila delle giovanili per la nazionale di Sarajevo, ma quando erano pronti a spiccare il volo si accasavano in una delle altre nazionali balcaniche, sfruttando parentele e sperando di tagliare più traguardi che con la Bosnia.

Lo stadio Bilino Polje, dove si giocherà la finale (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Serbia e Croazia offrivano sicuramente maggiori probabilità di partecipare alle grandi competizioni internazionali. L’ultimo lampante esempio è quello di Petar Sučić, centrocampista dell’Inter, nato a Bugojno, in Bosnia, nel 2003. Dopo aver giocato nell’under 19 e nell’under 21 di Sarajevo, il giocatore ha scelto di rappresentare la nazionale di Zagabria. 

Barbarez e Spahić hanno fatto l’esatto opposto, cercando nella diaspora dei calciatori che avessero legami con la Bosnia e potessero essere orgogliosi di rappresentarla. Sono andati in America, in nord Europa e sono tornati con una rosa nuova, con persone motivate e con un grande sogno: quello di andare al Mondiale.

Grande attenzione per la diaspora

Circa l’80% dei giocatori non è nato in Bosnia o, se vi è nato, aveva inizialmente preferito giocare per altre nazionali. Questa operazione ha richiesto tempo e in questo Barbarez è stato perfetto, “mourinhano” in qualche modo. Ha difeso i suoi ragazzi, facendo da parafulmine e assumendosi le critiche che arrivavano dal pubblico, dando così il tempo alla sua squadra di farsi un’ossatura e un’identità ben precisa. Li ha protetti e ha permesso loro di crescere. Inutile sottolineare quanto i risultati gli abbiano dato ragione.

Non scordiamoci che nella partita di Zenica c’è una squadra che ha fatto una specie di miracolo e una che invece ha tutto da perdere. Questo potrebbe anche rappresentare un vantaggio per i ragazzi di casa che giocano con la libertà e la freschezza di chi invece ha tutto da guadagnare.

Oggi il prospetto a cui guardare con più attenzione è: Esmir Bajraktarević, nato negli Stati Uniti, gioca in Olanda del Psv. C’è un video online che lo ritrae nel giardino di casa mentre segna un gol nella porticina. Indossa la maglia di Edin Džeko, suo grande idolo e compagno di reparto dalla carriera estremamente longeva. Esmir è un’ala insidiosa che ama giocare a piede incrociato in modo da andare al tiro.

Ma non è il solo a essere nato lontano dalla Drina e dalla Narenta. Tarik Muharemović, nato in Slovenia, gioca nel Sassuolo e ha fatto le giovanili nella Juventus. Benjamin Tahirović, nato in Svezia, con un passato nella Roma. Dennis Hadžikadunić, anch’egli nato in Svezia, gioca nella Samp. Amar Dedić, nato in Austria, gioca nel Benfica. Amir Hadžiahmetović, nato in Danimarca. Armin Gigović, nato in Svezia. Dženis Burnić, Kerim-Sam Alajbegović e Ermedin Demirović, nati in Germania. Haris Tabaković, nato in Svizzera. Samed Baždar, nato in Serbia nella parte bosniaca. Infine, Nikola Katić e Ivan Šunjić hanno fatto tutte le giovanili nella Croazia.

A loro si aggiungono gli eterni Edin Džeko, classe 1986, e Sead Kolašinac, classe 1993, ben noti al pubblico italiano, che sicuramente avranno il compito, dal campo o dalla panchina, di guidare i loro giovani compagni in un impegno che può risultare davvero complesso, ma epico.

Brasile 2014, l’ultimo mondiale

Ironia della sorte, sia la Bosnia che l’Italia mancano dai mondiali dal 2014, dall’edizione brasiliana. Per i balcanici fu anche l’unica partecipazione. Erano altri tempi, fu un’impresa che vista con gli occhi di oggi risulta ancora più incredibile. Oggi la nazionale di Sarajevo è cambiata tantissimo. Al tempo c’era la leggenda Safet “Pape” Sušić, probabilmente il miglior giocatore bosniaco di sempre. Un carisma che da solo vinceva le partite. Oggi il suo testimone è stato raccolto da Sergej Barbarez che si sta dimostrando all’altezza del compito.

Sono cambiati di molto i tempi, sono cambiati gli uomini, gli interpreti, ma anche la mentalità. Sono passati trent’anni dalla fine del conflitto, e i ragazzi che vestono la maglia della nazionale sono giovani che non hanno vissuto quegli anni, ma che ne hanno solo sentito parlare dai genitori o dai nonni. Il ruolo della diaspora è fondamentale, decisivo nell’ottica di una rivitalizzazione del paese, del movimento calcistico e non solo.

Il calcio da quelle parti non è solo la più importante delle cose poco importanti, ma è una di quelle leve su cui si può ricostruire l’identità di un paese che ha una smodata necessità di scrollarsi di dosso l’eredità bellica per entrare definitivamente e pienamente nella pace e nella sua mentalità, con tutto ciò che questo comporta.

La nuova generazione di calciatori potrebbe rappresentare un volano che avrà effetti anche sul resto della popolazione. L’Italia che esultava per la sconfitta del Galles rischia – speriamo di no – di diventare il primo fiore di una nuova primavera bosniaca.

In vista dello partita Bosnia ed Erzegovina - Italia siamo andati a Zenica. Continua a seguirci sui nostri canali (Facebook, Instagram e Telegram) per ricevere tutti gli aggiornamenti. 
Le spese di viaggio per questo articolo sono state coperte da chi ha scelto di sostenere Meridiano 13 APS. Nei prossimi mesi, pianifichiamo di raccontare sul posto altri eventi nella regione da noi seguita. Per aiutarci, sostieni il nostro progetto (questo è il link con le informazioni per donare). Qualsiasi contributo sarà ben accetto!

Condividi l'articolo!
Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".