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Per chi canta il muezzin a Veles?

Veles giunse a me per la prima volta sotto forma di visione semi-mistica all’alba di un luglio di molti anni fa quando, travolta da un’ondata di energia improvvisa ed abbagliante, mi svegliai a bordo di un treno che mi portava da Belgrado a Salonicco, avvertendo un senso di inspiegabile familiarità con lo scenario fuori dal finestrino.

Era il 2006, la prima volta che il destino mi portava ad attraversare i territori dell’allora Repubblica di Macedonia, e la bellezza del paesaggio di quella cittadina mi folgorò nella luce color pesca del mattino incipiente. Non avrei più dimenticato quel piccolo scorcio di verità, una consapevolezza improvvisa e misteriosa si era impressa come un timbro deciso fra le pieghe più recondite del mio passaporto interiore. Ma l’avevo solo sognato o era realmente esistito?

Qualche ora dopo, giunta a destinazione nelle coordinate spazio-culturali di un’altra Macedonia, rimuginavo sul miraggio di quel fiume che avevo intravisto scorrere placidamente in parallelo alla linea del treno, sul gregge di pecore felicemente al pascolo e sui pittoreschi personaggi che popolavano la riva rigogliosa da cui tale suggestione era scaturita. Nella solitudine di quel momento di dromomania, la mia mente si abbandonava gioiosa a contemplazioni e fantasticherie, eppure tale condizione non fungeva di certo da garante alla veridicità delle mie percezioni sensoriali. Con il passare delle ore queste si erano via via espanse, arrivando ad abbracciare impressioni che oltrepassavano i contorni di un’immagine visuale, includendovi i suoni, aromi e gusti di quell’estate balcanica che volgeva al più completo stadio di maturazione, fuori e dentro a me. Veles era diventato più di un luogo, corrispondeva ormai ad uno stato dell’anima, le sue sillabe un rintocco alla magia pulsante ed indomabile nel cuore della mia amata penisola di formazione.

Tre anni dopo, il miracolo della sua apparizione si ripeté in modo del tutto inaspettato, quando, nuovamente di passaggio per quelle terre a bordo di un bus partito dalla città meridionale di Bitola in direzione di Skopje, mi risvegliai di scatto da un sonno profondo ritrovando la stessa visione della volta precedente: questa volta il fiume Vardar scorreva alla mia destra, e per un attimo pensai si trattasse di un’allucinazione; eppure, davanti a me si susseguivano inalterati i promettenti paesaggi di un tempo, e riconoscevo in essi ogni dettaglio divenuto a me così caro. Quale spiegazione trovare dunque a quel fatto così insolito?

In preda ad una frenesia ossessiva, mi consultai con un paio di amici esperti di quei luoghi. Il
primo non si mostrò eccessivamente stupito e mi assicurò che eventi del genere erano comuni, si trattava di un noto fenomeno paranormale che poteva manifestarsi in alcuni punti del mondo catalizzatori di energie particolari. Io mi ero evidentemente sintonizzata su una lunghezza d’onda affine a quella di Veles, che aveva un suo messaggio di verità da comunicarmi. Inoltre, e forse non casualmente, Veles era anche il nome dell’antica divinità slava dell’acqua, delle foreste, dei pascoli e degli inferi; quindi, poteva esserci una connessione più risonante tra tutti gli elementi che mi erano stati trasmessi attraverso tale visione.

Un altro amico invece si burlò di me, sentenziando che mi ero sognata tutto: a Veles c’erano solo poche casette messe in croce, tetti spioventi in tipico stile macedone, un piccolo ruscello fangoso e decisamente nulla di bucolico. Stavo probabilmente esotizzando quelle regioni, una tendenza del resto piuttosto diffusa fra gli antropologi erranti come me…

Ascoltai il mio cuore e preferii credere alla prima spiegazione, decidendo che prima o poi avrei trovato il modo per tornarci e questa volta fermarmi, per capire se Veles potesse essere la stessa anche al di fuori di quell’alterante dimensione in movimento.

Per anni le rotte della mia vita mi portarono molto vicina a lambire le sponde di quel sogno, ma non ebbi mai la fortuna di poterlo guardare ad occhi aperti. Mi nutrii del suo ricordo e della sua magia, ritrovandola brillare con enorme sorpresa fra i versi di un mirabile poeta, istanbuliota di parziale origine balcanica, Adnan Özer, che qui aveva trascorso dei giorni in tutt’altra stagione climatica e storica rispetto al mio incontro con quel luogo, attraversando a ritroso i cammini percorsi dai suoi antenati esiliati dall’impero ottomano in frantumi:

“A Titov Veles, nella casa del poeta Koço Ratsin

muore dentro me qualche altra ombra bugiarda

nata con l’orgoglio di incontri, di separazioni.

Una gelida fine d’autunno, qui,

guardando i generosi cucchiai, alla vita dono

pure l’ultimo luccichio che attendevo dall’amore.”*

I versi di Adnan mi confermavano la possibilità che quel luogo calamitasse intensi momenti di ispirazione, elevazione ed autocoscienza, validando dunque la spiegazione alla quale avevo voluto fermamente credere. Eppure, nei versi del poeta trovavano spazio anche elementi decisamente più terreni, primo fra tutti l’umiltà delle dimore macedoni a fare da sfondo ad una poesia che si era nutrita della materia più essenziale e veritiera del luogo:

“A Titov Veles, nella casa del poeta Koço Ratsin

mura stuccate in stile balcanico

con la spensieratezza del sole.

Ecco la realtà dentro la luce industriosa”.*

Una verità ospitava pertanto l’altra, sarebbe stato ingenuo credere di poter separare la poesia dalla realtà, la sfida stava forse nell’amalgamarle assieme in una forma di simbiosi ininterrompibile e terapeutica.

Quasi dieci anni dopo la sua prima apparizione, presi la decisione di toccare con mano la materia viva e più che mai urgente di quel luogo della mente. Qualcosa era irrimediabilmente cambiato nel mio immaginario dopo aver letto un articolo riportante la tragica vicenda consumatasi nei pressi di Veles, dove lo stesso treno che aveva ospitato il mio primo viaggio “ierofanico” aveva falciato via per sempre le vite di quattordici migranti in rotta verso l’“Europa” che camminavano lungo i binari ferroviari. Non riuscivo più a levarmi quel pensiero dalla mente, e da tale dolore era scaturita la volontà di non rimandare più la visita a quella località, per trovare delle risposte ad emozioni contrastanti ed oramai intrattenibili. Contrariamente alle mie abitudini, questa volta avrei viaggiato in automobile, con partenza dalla città di Istanbul da cui mi separavo amaramente in maniera definitiva.

In prossimità del confine greco-macedone, Veles sembrava ormai vicina, eppure improvvisamente non incarnava più una destinazione da raggiungere: era il viaggio ad assorbire ogni mio impulso, ogni mia tensione empatica di verità. Ed il viaggio era quello che compivano in parallelo a me, ma in maniera tragicamente distante alla mia, le persone in marcia incessante lungo quel percorso, sotto il caldo solstiziale di quel giugno del 2015, che appariva nel suo bagliore verdeggiante carico di promesse e miraggi di Ponente. Decine, centinaia, migliaia di persone, tra cui bambini, ragazzini, donne e uomini di tutte le età camminavano sulla strada in parallelo alla linea del treno, in fuga dalla guerra e i suoi orrori, per raggiungere il sogno di un’Europa che ignorava del tutto le loro sorti. Io, in viaggio verso tutt’altro sogno, avevo intercettato per caso il loro, e negli sguardi, nelle parole e nei gesti che scambiai timidamente, pietrificata com’ero dalla visione della Storia che mi scorreva accanto, trovai tutta la lacerante verità del Levante, con le sue partenze forzate, i colpi di coda degli ex imperi, e le sue contraddizioni sbattute in faccia senza alcun filtro.

E fu così che infine giunsi a Veles con un bagaglio di coscienza ben più denso, caricato sulle ruote di un immaginario che aveva dilatato i suoi confini. Era la strada che aveva parlato, attraverso un dialogo polifonico e solidale che aveva disseminato le sue fervide tracce di vita dentro di me; avevo deciso di restituire ad essa le parole che avevo cercato per anni, intrecciate con quelle di molte altre anime che in quegli stessi luoghi invocavano risposte possibili a domande assolute.

A Veles, le pecore brucavano l’erba, il fiume scorreva limpido sotto il ponte di ferro azzurro, le case sembravano sorridere ospitali, e lungo i binari del treno teatro di quel drammatico incidente per fortuna non camminava più nessuno. Nel tepore del primo pomeriggio inondato di luce, un muezzin intonava il suo canto. Lo ascoltai assorta in un silenzio contemplativo, e dunque mi chiesi… “Per chi canta il muezzin a Veles”?

Per chi canta il muezzin a Veles?
Dietro al ponte impercorribile
a separare memoria ed oblio
giacciono i sogni dell’ennesimo miglio
macinati, consumati
dalle piante assetate di piedi in cammino
sotto le verdi fatamorgana
di un’estate balcanica senza tempo.


L’amara strada di ferro sibila moniti
assordanti
in lingue che sfuggono
alla lunga traccia di speranza
dipanatasi
fra Oriente e Occidente.


La voce del muezzin risuona vasta
dal minareto in fervore
avvolge il silenzio intraducibile
avviandosi verso i corridoi di un’Europa lontana
straniera
sommersa dal peso delle sue sbarre
frantumata dal logorio incessante
dei suoi confini contratti.

*tratto da Adnan Özer, “La Forza delle Lacrime” (Gözyaşlarının Gücü), testo turco a fronte, traduzione di Luis Miguel Selvelli e immagini di Hervé Bordas, Venezia, Prova d’Artista, 2014.

Foto di copertina: Wikimedia commons

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Giustina Selvelli
Giustina Selvelli

Antropologa e ricercatrice di origine italo-messicana-levantina. Attualmente impiegata come assegnista di ricerca presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. I suoi temi di ricerca, che si ripercuotono anche sulla sua scrittura non accademica, riguardano la diaspora, i confini, la diversità culturale e le minoranze etnolinguistiche, con una predilezione particolare per l’area balcanica. Quando messa nelle giuste condizioni, parla più o meno fluentemente una dozzina di lingue e ne legge almeno altre cinque (romeno, russo, portoghese, un po’ di romanì e mandarino), grazie al suo bagaglio genealogico multiculturale e ai numerosissimi soggiorni di ricerca e studio all’estero finanziati da diversi enti nazionali ed internazionali.