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La guerra d’invasione russa in Ucraina e il conflitto israelo-palestinese nascono da contesti geopolitici ben distinti, coinvolgono attori differenti e sollevano questioni di diritto internazionale che meritano ciascuna un’analisi specifica e accurata, di cui non è nostra intenzione occuparci qui. Qualsiasi tentativo di sovrapporli rischierebbe non solo di banalizzare la complessità di entrambe le situazioni, facendo un torto alle popolazioni che ne subiscono le dolorose conseguenze, ma anche di alimentare narrazioni distorte e strumentalizzate.
Questa riflessione non intende, perciò, equiparare le due realtà, né entrare nel merito delle ragioni che hanno portato allo scoppio delle ostilità. L’obiettivo è quello di evidenziare come gli approcci proposti per porre fine ai suddetti conflitti presentino sorprendenti analogie strutturali, soprattutto perché chi ci sta dietro è lo stesso interlocutore: il presidente statunitense Donald Trump.
Perché cessare il fuoco senza un percorso diplomatico realistico che lo accompagni e che prenda in considerazione soprattutto chi quei luoghi li abita non basta.
Quando chi propone la pace persegue in primo luogo i propri interessi strategici ed economici e politici, se non addirittura personali, la mediazione infatti perde credibilità ed efficacia. Gli accordi si trasformano in meri strumenti geopolitici incapaci di offrire soluzioni autentiche, e questo spiega perché incontrano resistenze e indignazione forti da parte di chi dovrebbe di fatto beneficiarne.
In entrambi i conflitti menzionati, infatti, la realtà è inequivocabile: c’è un invasore/occupante e c’è un invaso/occupato, e c’è indubbiamente una chiara violazione del diritto internazionale. Eppure, i piani del presidente Donald Trump capovolgono questa elementare distinzione morale e giuridica: non vanno che a “premiare” chi ha occupato territori con la forza e commesso crimini di guerra nei confronti della popolazione civile. In Ucraina, la Russia ottiene il riconoscimento internazionale delle terre conquistate mentre Kyiv deve rinunciare, oltre a una parte di territori, anche a garanzie di sicurezza. A Gaza, Israele mantiene il suo arsenale militare e il controllo del territorio sulla Striscia, senza riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese.
Questo ribaltamento della logica della responsabilità trasforma le proposte di pace in strumenti che legittimano l’uso della forza come mezzo per ottenere obiettivi altri. Non si tratta più di un compromesso per la pace vera e propria, giusta o meno che sia, è la celebrazione dell’aggressione come strumento politico efficace, una capitolazione che distrugge ogni residua credibilità del diritto internazionale.
Trump, l’architetto della “pace”
Le due iniziative volute da Trump – bramoso di porre fine, come lui stesso afferma, al nono conflitto nel mondo – seguono una matrice identica che rivela un preciso metodo diplomatico portato avanti dall’amministrazione americana. A guardarle, la struttura di base è la stessa: un documento articolato in punti numerati (20 per Gaza, 28, poi sceso a 19, per l’Ucraina), presentato come proposta unica e definitiva e accompagnato da scadenze non negoziabili.
In entrambi i casi emerge quindi una sorta di archetipo: Trump presenta gli accordi di pace come iniziative personali, più che come processi di diplomazia tradizionale. Entrambi i “suoi” progetti portano la “sua” impronta politica e impongono uno schema negoziale verticale, dove manca un percorso multilaterale solido che coinvolga i diretti interessati (in questo caso Palestina e Ucraina in prima battuta) e che riesca a trasformare il piano in un accordo credibile e accettabile. Sembrano progettati ad hoc per far sì che Trump ottenga vittorie e successi diplomatici e politici rapidi, senza realmente affrontare le cause profonde dei conflitti e addirittura spingendo a una partigianeria evidente mossa dagli interessi del momento – il che spiega anche perché incontrano resistenze così forti.
Il piano in 20 punti per porre fine al conflitto a Gaza presentato lo scorso settembre – palesemente sbilanciato a favore di Israele e a cui manca qualsiasi garanzia di un vero ritiro israeliano o di un futuro Stato palestinese – prevedeva il cessate il fuoco immediato, il rilascio graduale degli ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi, il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane dalla Striscia in tre fasi. Al centro della proposta c’era poi la creazione di un “Board of Peace” (consiglio di pace) presieduto dallo stesso Trump insieme all’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, che dovrebbe gestire la ricostruzione e la governance di Gaza attraverso un comitato palestinese tecnocratico e apolitico.
Abbastanza speculare è il piano iniziale di 28 punti per risolvere il conflitto in Ucraina, ancora però in fase di dibattito (un’altra bozza ridotta a 19 punti è in fase di stesura dopo il rifiuto della controproposta presentata dalle leadership europee), reso noto pochi giorni fa ed elaborato dall’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, in seguito a una serie di negoziati riservati con l’inviato russo Kirill Dmitriev. La proposta, sbilanciata a favore della Russia, avrebbe significato per l’Ucraina, tra le altre cose, concessioni territoriali e garanzie condizionate.
Studiando i due accordi ci rendiamo conto che contengono lo stesso schema applicato due volte: pressione sulla vittima, legittimazione dell’aggressore, controllo americano sui benefici economici, e la firma di Trump come garanzia suprema al posto delle istituzioni internazionali.
La pressione è sempre sulla parte aggredita, mai sull’invasore.
È come se le due guerre venissero ricondotte a una medesima matrice strategica: una grammatica della negoziazione in cui ritornano gli stessi strumenti, le stesse leve, la stessa filosofia politica. Questa convergenza non riguarda tanto i dettagli tecnici – che sono oggetto di continui aggiustamenti, dichiarazioni, smentite e interpretazioni – quanto il metodo. Guardando a come Trump si presenta come potenziale mediatore, si riconosce una struttura che intreccia pragmatismo, pressione economica e personalizzazione del processo negoziale.
Entrambi i piani prevedono, ad esempio, strutture di governance controllate dagli Stati Uniti, seppur su basi diverse: per Gaza un “Board of Peace” presieduto da Trump in persona, una struttura ibrida che non è né un organo Onu né un’organizzazione internazionale tradizionale; per l’Ucraina un consiglio di pace a guida americana che gestirebbe la ricostruzione. Nei due casi si promettono massicci investimenti economici sotto controllo di Washington: joint-venture russo-americane per l’Ucraina, gestione tecnocratica per Gaza. Le garanzie di sicurezza offerte rimangono vaghe e fumose, mentre le rinunce richieste alla parte aggredita sono concrete e immediate: disarmo, cessioni territoriali, limitazioni alla sovranità.
L’ospedale pediatrico Ochmatdyt a Kyiv dopo l’attacco russo dell’8 luglio 2024 (Wikicommons/KMDA)
Nell’approccio trumpiano, organismi multilaterali come Nazioni Unite o Unione Europea tendono a essere posti sullo sfondo o a non comparire minimamente, mentre assume un ruolo dominante la diplomazia bilaterale. L’idea è semplice: se si eliminano i “troppi tavoli”, diventa più facile chiudere un accordo. È una visione che riduce la complessità dei conflitti e aumenta il peso di Washington come arbitro unico, riproponendo uno schema già visto in altri dossier internazionali.
A questo si aggiunge un secondo tratto ricorrente: l’uso del potere economico come leva politica. Tanto per la Palestina quanto per l’Ucraina, la pace viene descritta come un equilibrio di incentivi e pressioni. Investimenti e ricostruzione diventano premi per la stabilità; sanzioni e isolamento, strumenti per piegare la resistenza dell’interlocutore. È una lettura coerente con la formazione imprenditoriale di Trump e con la sua idea di politica estera come successione di “deal” (termine che usa e e di cui abusa lui stesso).
Un altro elemento comune è la priorità assegnata alla cessazione immediata delle ostilità, anche a costo di rimandare questioni cruciali come la definizione dei confini, lo status dei territori o le responsabilità legali delle parti. Il modello è quello del congelamento del conflitto: fermare la violenza subito, affrontare i nodi politici in un secondo momento. Una strategia che privilegia risultati rapidi, ma che rischia di lasciare irrisolti i problemi strutturali da cui le guerre sono scaturite.
C’è poi la dimensione personale. L’efficacia dell’accordo, nella visione trumpiana, dipende dalla capacità di convincere o pressare direttamente i capi di governo coinvolti. Il processo negoziale si riduce così a una partita tra figure di potere, in cui il presidente americano si propone come colui che è in grado di chiudere la partita.
Anche sul piano della legittimità, gli accordi fanno acqua da tutte le parti: assomigliano più a una “capitolazione” o, peggio, a una “svendita”, che a vere soluzioni di pace.
Infine, i due piani condividono una stessa impostazione comunicativa: tempistiche molto brevi, promesse di soluzioni semplici a crisi complesse, forte enfasi sulla propria capacità di ottenere risultati dove altri hanno fallito. È una narrazione che funziona mediaticamente, ma che difficilmente riflette la realtà multilivello dei conflitti contemporanei.
Guardando Palestina e Ucraina attraverso questa lente comune, appare dunque evidente che i due piani non vanno letti isolatamente. Questa lettura permette di notare il parallelismo fra i due accordi, che sta tutto nel modello Trump, e di interpretarli non come risposte ad hoc a crisi diverse, ma come la manifestazione di un’unica idea di ordine internazionale: un mondo governato non da istituzioni multilaterali, ma da accordi diretti tra potenze e leader forti. Una visione che “affascina” alcuni, preoccupa altri, ma che senz’altro segna in modo evidente l’impronta politica di Donald Trump.
Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.