Alla vigilia dei sei anni dalle grandi proteste del 2020, la Belarus’ resta uno dei paesi più repressivi d’Europa. Il sistema costruito da Aljaksandr Lukašenka, al potere dal 1994, ha ulteriormente consolidato il proprio carattere autoritario attraverso una combinazione di repressione interna, dipendenza crescente dalla Russia e progressiva militarizzazione dello Stato. Nonostante alcuni recenti segnali di apertura, la situazione dei diritti umani continua a destare forti preoccupazioni che passano, tuttavia, in sordina nel clima di crisi internazionale.
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La lunga ombra della repressione
Secondo il Centro per i diritti umani Viasna, organizzazione il cui fondatore Ales’ Bjaljacki è stato insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2022, nel luglio 2026 risultano ancora almeno 860 prigionieri politici detenuti nelle carceri bielorusse. Il numero reale potrebbe essere superiore, poiché molte famiglie evitano di rendere pubblici gli arresti per timore di ulteriori ritorsioni.
Negli ultimi mesi il regime ha rilasciato alcune centinaia di detenuti, ma gli osservatori internazionali sottolineano come tali liberazioni siano state accompagnate da nuovi arresti e non rappresentino un cambiamento strutturale del sistema repressivo.
La repressione iniziata dopo le contestate elezioni presidenziali del 2020 non si è mai infatti realmente fermata. Migliaia di persone sono state condannate per accuse di “estremismo”, “incitamento all’odio” o “organizzazione di disordini di massa”, formulazioni estremamente elastiche che consentono alle autorità di criminalizzare ogni forma di dissenso.
Giornalisti indipendenti, avvocati, attivisti, accademici e semplici cittadini che hanno espresso critiche online continuano a essere perseguiti. Persino Viasna è stata dichiarata “organizzazione estremista” dalle autorità bielorusse, costringendo gran parte dei suoi membri all’esilio.
Le condizioni di detenzione restano particolarmente dure. Numerose testimonianze parlano di isolamento prolungato, privazione di cure mediche, pressioni psicologiche e limitazioni dei contatti con i familiari. Organizzazioni internazionali e relatori speciali delle Nazioni Unite hanno denunciato pratiche assimilabili a trattamenti inumani e degradanti, segnalando anche casi di torture e sparizioni forzate temporanee. Alcuni ex detenuti hanno descritto il sistema carcerario bielorusso come uno strumento deliberato di annientamento fisico e psicologico dell’opposizione.
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Inoltre, il caldo dietro le sbarre si trasforma in un’ulteriore punizione: indumenti sintetici neri a maniche lunghe con 25 gradi, finestre ermeticamente chiuse, lavoro in prossimità di macchinari surriscaldati, svenimenti durante ispezioni che durano ore sotto il sole. Cinque ex prigionieri politici, tra cui Pavel Sevjarynec, Nasta Lojka, Kiryl Kazej e l’avvocato Uladzimir Labkovič, descrivono condizioni che vanno da un grave disagio a una negligenza che mette a rischio la vita (comprese celle in cui le guardie hanno trasformato la ventilazione stessa in un’arma, interrompendo il flusso d’aria come punizione collettiva). Per chi è ancora dietro le sbarre, questo caldo è una questione di vita o di morte.
Negli ultimi mesi si è registrata una certa attività diplomatica attorno alla questione dei prigionieri politici. Diversi rilasci sono avvenuti nell’ambito di negoziati con gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, favorendo un parziale allentamento di alcune sanzioni occidentali. Tuttavia, sia Viasna sia numerosi ex detenuti hanno invitato alla cautela, sostenendo che il regime utilizzi i prigionieri come strumenti di pressione politica e diplomatica. Secondo questa interpretazione, Lukašenka cercherebbe di ottenere una limitata normalizzazione dei rapporti con l’Occidente senza modificare la natura autoritaria del sistema interno.
Zelens’kyj: il terzo incomodo nel legame tra Lukašenka e Putin?
Parallelamente, la posizione internazionale della Belarus’ è sempre più intrecciata a quella della Russia. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, Minsk ha consentito alle forze russe di utilizzare il proprio territorio come base logistica e di partenza per l’offensiva contro Kyiv. Sebbene l’esercito bielorusso non sia entrato direttamente nel conflitto con proprie truppe combattenti, il paese è diventato un elemento essenziale dell’architettura militare russa nella regione.
La dipendenza da Mosca è aumentata significativamente. Sul territorio bielorusso sono state dispiegate armi nucleari tattiche russe e si sono intensificate le esercitazioni militari congiunte. Secondo l’opposizione in esilio, la sovranità della Belarus’ appare oggi più limitata rispetto al passato, con decisioni strategiche sempre più influenzate dal Cremlino. Diverse inchieste indipendenti indicano che centinaia di imprese bielorusse hanno intensificato la cooperazione con il complesso militare-industriale russo dopo il 2022, rendendo la Belarus’ un importante retroterra logistico e produttivo per lo sforzo bellico di Mosca.
Lukašenka continua tuttavia a mantenere una posizione ambivalente. Da un lato, ribadisce la piena alleanza con Vladimir Putin e denuncia l’Occidente come una minaccia esistenziale; dall’altro, cerca di evitare un coinvolgimento diretto dell’esercito bielorusso in Ucraina, consapevole della forte impopolarità di tale scelta all’interno del paese.
Sul piano delle relazioni personali e politiche, il legame tra Aljaksandr Lukašenka e Vladimir Putin è diventato negli ultimi anni sempre più stretto ma anche profondamente asimmetrico. Putin ha garantito appoggio economico-politico e sicurezza al regime bielorusso, ottenendo in cambio una crescente integrazione militare e strategica tra i due paesi. Non mancano tuttavia elementi di diffidenza reciproca: il presidente bielorusso è consapevole del rischio che il suo paese possa perdere ulteriori spazi di sovranità, mentre Mosca considera Minsk un alleato indispensabile ma non sempre completamente affidabile.
Ben più deteriorati sono invece i rapporti tra Lukašenka e il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj. Prima del 2022 i due leader avevano mantenuto relazioni relativamente pragmatiche e l’Ucraina considerava la Belarus’ un interlocutore utile anche nei negoziati legati al conflitto nel Donbas. L’utilizzo del territorio bielorusso per l’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022 ha però segnato una rottura profonda.
Zelens’kyj ha più volte accusato Lukašenka di essere corresponsabile dell’aggressione russa, pur distinguendo tra il regime di Minsk e la popolazione bielorussa, generalmente contraria a un coinvolgimento diretto nella guerra (una larga parte della popolazione bielorussa si oppone alla partecipazione diretta alla guerra, alcuni volontari bielorussi combattono inoltre nelle file ucraine, considerandosi impegnati in una doppia lotta: contro l’aggressione russa e contro il regime di Minsk). Dal canto suo, Lukašenka continua a presentarsi come possibile mediatore e sostiene di voler evitare l’ingresso diretto delle proprie truppe nel conflitto, ma Kyiv guarda con estrema diffidenza a queste aperture, ritenendo Minsk ormai parte integrante del dispositivo strategico del Cremlino.
Sul piano interno, le elezioni presidenziali del 2025 hanno ulteriormente consolidato il potere di Lukašenka in un contesto privo di reale competizione politica. I principali leader dell’opposizione sono in carcere o in esilio, mentre i media indipendenti sono stati quasi completamente smantellati. La società civile bielorussa opera ormai prevalentemente dall’estero, in particolare dalla Lituania e dalla Polonia, da dove continua a documentare le violazioni dei diritti umani e a sostenere le famiglie dei detenuti.
Quale destino per la Belarus’ di Lukašenka?
La Belarus’ del 2026 appare quindi come uno Stato sempre più isolato, caratterizzato da un controllo capillare della società e da una crescente subordinazione strategica alla Russia. Le recenti liberazioni di alcuni detenuti rappresentano certamente un segnale positivo per le persone coinvolte e per le loro famiglie, ma non indicano, almeno per il momento, un reale processo di democratizzazione.
La questione dei prigionieri politici resta il principale indicatore dello stato dei diritti umani nel paese. Finché centinaia di persone continueranno a essere incarcerate per le proprie opinioni politiche, e finché organizzazioni come Viasna saranno costrette a operare dall’esilio, sarà difficile sostenere che Minsk stia imboccando una strada diversa da quella intrapresa dopo il 2020.
Per Lukašenka, il problema centrale rimane quello della sopravvivenza del regime. In questo equilibrio precario, il presidente bielorusso continua a muoversi tra la necessità di mantenere il sostegno del Cremlino e il tentativo di ottenere un limitato riavvicinamento all’Occidente. Ma, almeno per ora, il prezzo di questa strategia continua a essere pagato soprattutto dai cittadini bielorussi e dai centinaia di prigionieri politici ancora detenuti nelle carceri del paese.
Resta tuttavia aperta la domanda sul futuro della Belarus’. Per l’Unione europea, il dilemma rimane quello di continuare a esercitare pressione sul regime di Lukašenka attraverso sanzioni e sostegno alla società civile, senza però chiudere completamente i canali di dialogo. Il destino del paese dipenderà in larga misura dall’evoluzione della guerra in Ucraina, dalla stabilità interna del regime e dalla capacità della società bielorussa di mantenere vive le proprie aspirazioni democratiche. Se e quando si aprirà una nuova fase di transizione politica, i rapporti con l’Ue potrebbero tornare a rappresentare una delle principali alternative alla crescente dipendenza da Mosca.