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Lingue contaminate: dal mélange ucraino-russo al dialetto cosacco

La mescolanza di due o più lingue, contaminate dalle parlate locali o da prestiti e calchi che si radicano con il passare del tempo, è un fenomeno linguistico diffuso e molti sono gli esempi non solo da citare, ma anche da scoprire. In particolare, ci sono due fenomeni che mescolano due lingue che oggi sappiamo essere oggetto di grandi polemiche, il russo e l’ucraino: si tratta del suržyk e delle varianti, ormai quasi scomparse, del dialetto cosacco –  la balačka.

Per approfondire, leggi anche: Il ricco puzzle linguistico dell’Ucraina

Una lingua di bassa qualità

Il suržyk (суржик) nasce dalla combinazione di elementi di due idiomi, il russo e l’ucraino. È una sorta di  lingua franca diffusa principalmente nelle regioni orientali dell’Ucraina al confine con la Russia (confine oggi molto labile), e nelle regioni russe attigue (Kursk, Voronež e Belgorod). 

Uno dei significati del termine suržyk è quello di “miscela”. Più precisamente, la parola indica il pane prodotto da una mescolanza impura di farine di grano, segale, avena e frumento, una ricetta evidentemente di bassa qualità. Concetto che si è traslato, risemantizzato sul piano linguistico. Il termine ha, inoltre, un ulteriore significato decisamente interessante che viene riportato dal dizionario ucraino dell’inizio del Ventesimo secolo di Borys Hrinčenko: suržyk è anche la “persona di origine etnica mista”. 

Sebbene il lemma nell’uso moderno raramente faccia riferimento a questi due significati, non esiste una definizione precisa che copra tutte le connotazioni linguistiche e socioculturali del termine. Di fatto si sa solo che ha una connotazione piuttosto negativa: secondo diversi studiosi della situazione linguistica attuale dell’Ucraina, infatti, la persistenza del suržyk testimonia il complesso permanente di inferiorità degli ucraini come “fratelli minori” della Russia (il nome ufficiale dell’Ucraina al tempo dell’Impero zarista russo era infatti “Piccola Russia” – Malorossija). Sottoscrivendo tale visione, tuttavia, gli autori tendono a sottovalutare la forza dell’abitudine come fattore della scelta linguistica del parlante, una scelta che oggi sembra aver preso una piega completamente diversa a causa degli eventi dello scorso 24 febbraio.

Tra storia e politica

Il suržyk emerge alla fine del Settecento, quando i contadini ucraini entrano a stretto contatto con l’ambiente russofono. Il processo di sviluppo e modernizzazione della società ucraina accelera nel momento in cui l’industrializzazione prende piede e le città ucraine cominciano a ospitare l’amministrazione civile e militare russa, ma anche strutture culturali, ecclesiastiche ed educative, che divengono ben presto aree linguistiche russificate.

Con la fine della Seconda guerra mondiale, il fenomeno di “sconfinamento linguistico” tra l’ucraino e il russo, o meglio della penetrazione del russo nella lingua ucraina (e non certo il contrario), è aumentato. La russificazione è stata riconosciuta e incoraggiata nei discorsi sovietici perché considerata un “arricchimento” per la lingua ucraina. Durante il periodo sovietico la politica di russificazione del paese, intensa fra gli anni Trenta e i primi anni Ottanta del Novecento, ha sviluppato negli ucraini una conoscenza del russo formale migliore rispetto a quella dell’ucraino formale.

Dopo l’indipendenza dell’Ucraina, avvenuta nell’agosto del 1991, l’ucraino è stato eletto per costituzione lingua ufficiale dell’Ucraina, da utilizzare pertanto negli uffici pubblici come nelle scuole, sebbene una gran parte della popolazione, eccetto nei territori occidentali, preferisca spesso optare per l’uso del russo o della lingua ibrida, il suržyk, perlomeno nella sfera privata.

“È abbastanza frustrante. La nostra generazione, nata e cresciuta durante l’Unione Sovietica, è stata abituata a parlare russo. Ma ora le cose stanno cambiando e negli ultimi anni è stata imposta ufficialmente la lingua ucraina, perlomeno nelle istituzioni pubbliche. Il risultato è che molti di noi, parlanti russo a casa e nella sfera privata, finiscono per mescolare le due lingue e parlare suržyk.” – afferma una donna della regione di Sumy (2018).

Se tradizionalmente strade, mercati e bazar sono luoghi favorevoli per il suržyk, negli anni Novanta la sua eco giunge addirittura alle sessioni alla Verchovna Rada, il parlamento ucraino. Molti politici, deputati e burocrati ucraini sono noti per i loro errori durante i discorsi ufficiali. Rinat Achmetov, l’uomo più ricco di Donec’k (e dell’Ucraina), sostenitore dell’ex presidente filorusso Viktor Janukovyč, non parla un ucraino puro, ma un russo con un ampio accento tataro, mentre Janukovyč parla decisamente suržyk. Anche l’attuale presidente ucraino, Volodymyr Zelensky (madrelingua russo e originario di Kryvyj Rih) sin all’inizio del suo mandato presidenziale, nel 2019, tendeva a mescolare le due lingue, seppure in maniera più distinta e ragionata (si rivolge ancora oggi molto spesso ai cittadini ucraini nei due idiomi al fine di includere e culturalmente raggiungere anche i russofoni delle regionali orientali del paese, occupate dai separatisti).

Oggi, l’aspetto linguistico del fenomeno rimane un po’ in ombra, soppiantato da quello etnico e politico, tanto che questa lingua ibrida viene spesso usata solamente per ottenere un effetto comico, come ben dimostrato dalla popstar Vjerka Serdjučka, che ha un repertorio abbastanza ampio di canzoni in suržyk.

Di recente è spuntato anche un personaggio inventato, Gus’, un’oca disegnata da un’artista ucraina, Nadija, che affronta temi sociali a suon di vignette umoristiche utilizzando spesso e volentieri il suržyk.

L’aspetto linguistico del suržyk 

Se a livello sociale il suržyk rappresenta una varietà diastratica bassa – caratterizzato da una certa informalità e colloquialità – a livello linguistico viola le norme di entrambe le lingue. Esso infatti combina la grammatica russa alla pronuncia ucraina, ma in modo piuttosto arbitrario, come afferma Oleksandra Serbens’ka. Nel suo manuale Anty-Surzhyk (L’viv, 1994), la linguista scrive: “l’obiettivo dell’Anty-Surzhyk è quello di aiutare gli ucraini a capire le regole che separano le due lingue, il russo e l’ucraino”. Aggiunge, inoltre, che il suržyk è come “un virus che infetta lentamente un organismo ucraino indifeso, un piano sovietico che svolge un linguicidio sistematico, la completa distruzione dell’idioma ucraino”.

Il lessico varia molto a seconda del luogo, del livello di istruzione e delle esperienze personali. Il suržyk non è pertanto uguale a seconda delle zone geografiche. Spostandosi verso est o verso sud, o attorno alle grandi città dove si parla – soprattutto nell’ambito familiare e privato – ancora russo, come a Charkiv, Odessa, Sumy o nella stessa capitale Kyiv, o nelle repubbliche secessioniste di Luhans’k e Donec’k o, ancora, in Crimea (dove la maggioranza della popolazione è russofona), la lingua assorbe inevitabilmente forti influenze russe (80% di russo, 12% di ucraino, 8% di forme dialettali locali) e viene parlato dal 70% della popolazione.

Un suržyk con poche influenze russe (50% di ucraino, 25% di polacco, 15% di ceco e 10% di ungherese) viene parlato dal 20% della popolazione delle zone rurali lontane dai centri urbani dell’Ucraina occidentale, dove entrano in ballo altri tipi di contaminazioni linguistiche.

Esempi linguistici di suržyk

A livello fonetico, l’occlusiva velare sonora russa [g] corrisponde alla fricativa glottidale sonora ucraina [h]. Gli ucraini parlanti russo o i russofoni ucraini pronunciano ad esempio la parola “città” [hórod] invece di [górat], utilizzando quindi la variante ucraina.

Sul piano della sintassi, invece, non si tratta di semplici fenomeni di calco da una lingua all’altra: le varianti sintattiche sono più complesse. Un esempio è quello dell’uso del locativo russo al posto dello strumentale ucraino. 

  • Knyha napysana na anhlijs’koj movi invece di Knyha napysana anhlijs’koju movoju (“Il libro è scritto in inglese”). In questo caso il suržyk sceglie la variante russa, mantenendo però il lessico ucraino. Mova è infatti il lemma ucraino che indica l’idioma, derivante da rozmovljaty (parlare), un verbo molto più simile al polacco (mówić) o al ceco (mluvit) che al russo (govorit’).

Parlando di lessico, un esempio molto chiaro nella regione di Sumy, alla frontiera con la Russia, è l’uso della parola noski (calzini in russo) al posto del suo equivalente ucraino škarpetky.

lingue antisurzyk

Burul’ka in ucraino indica le stalattiti di ghiaccio (sosul’ka in russo)

L’uso così diffuso del suržyk fa sorgere non poche questioni a livello nazionale, legate soprattutto all’identità ucraina. L’ucraino sta cercando di differenziarsi il più possibile dal russo, ora più che mai, evitando tracce di impronte esterne che possano collocarlo sullo stesso piano; ma il suržyk non molla facilmente la presa.

La balačka, il dialetto dei cosacchi

Immancabile il paragone tra suržyk e balačka, altra lingua mista russo-ucraina, oggi in via d’estinzione in quanto parlata principalmente dai cosacchi del fiume Don, nelle regioni meridionali della Russia.

Il lemma balačka deriva dal verbo ucraino balakaty che colloquialmente significa “parlare”, “chiacchierare”. Originariamente il termine balačka veniva usato nella lingua russa in modo dispregiativo per descrivere la famosa parlata dei cosacchi del Kuban’, che si distanziava considerevolmente dal russo letterario puro. Oggi, indica semplicemente la varietà di sfumature dialettali parlate dai cosacchi che vivono nel territorio della Federazione russa, dal Don agli Urali, fino alle zone più periferiche della Russia asiatica e dell’Asia centrale.

La balačka non ha status di lingua ufficiale all’interno della Federazione russa, perciò non viene insegnata nelle scuole locali. Nella vita quotidiana viene usata principalmente dalla popolazione anziana che abita nelle campagne e dai gruppi folkloristici, quali il famoso Kubanskij Kazačij Chor (Coro dei cosacchi del Kuban’). A partire dagli anni Novanta, con la rinascita del corpo cosacco, molti entusiasti hanno cercato di rivitalizzare questo dialetto e di riconoscerlo come lingua indipendente, in quanto parte integrante degli usi e costumi locali, ma senza riscontri.

La balačka e le sue sfumature

Nonostante la loro apparente somiglianza, esistono diverse forme di balačka che solo un buon orecchio riesce a cogliere e distinguere nettamente. La più diffusa rimane quella dei cosacchi delle steppe del Kuban’, ma anch’essa sta lentamente scomparendo a causa della mancanza di pratica quotidiana e di parlanti.

La cultura dei cosacchi del sud della Russia, ai confini con l’attuale Ucraina e con la catena del Caucaso, mescola inevitabilmente elementi di origine russo-ucraina e prende numerosi prestiti dalle genti delle montagne vicine (Caucaso in particolare). Le stesse parlate risentono di queste influenze, acquisendo sfumature lessicali e grammaticali, senza regole precise.

Oggi la balačka ricorda molto il suržyk parlato nelle regioni russofone dell’Ucraina, sebbene i linguisti abbiano la tendenza a differenziare le due parlate: la balačka non è una lingua mista, ma un vero e proprio dialetto del russo impregnato di prestiti provenienti da altre lingue. Un dialetto documentato anche da testimonianze scritte: ballate, canzoni e poesie cosacche.

La balačka del Kuban’

La forma più nota di questo dialetto è la balačka del Kuban’, una zona geografica del sud della Russia, situata tra le steppe del Caspio, il delta del Volga e la rive del Mar Nero. Prende questo nome dall’omonimo fiume che scorre all’interno del suo territorio, il Kuban’, teatro di scontri al tempo della guerra civile russa tra l’armata bianca (con cui si schierarono i cosacchi) e quella rossa.

La balačka del Kuban’ è considerata una costola della lingua ucraina parlata dai cosacchi del Mar Nero che giunsero in questa regione nel 1792. Nel tempo, l’idioma è stato influenzato sempre più dal vocabolario russo come conseguenza della russificazione avvenuta a cavallo tra il 1800 e il 1900.

Nella forma scritta si utilizza, abitualmente, l’ortografia russa, tuttavia si sono conservate molte parole arcaiche e obsolete della lingua ucraina.

La balačka del Don

Un’altra variante della balačka è quella parlata dai cosacchi del Don. È diffusa nelle zone adiacenti alle foci di questo fiume, nel sud della Russia e nei territori ucraini dell’attuale Zaporižžja, città che tra il 1500 e il 1700 fu il centro militare ed amministrativo delle società cosacche libere della regione. Il noto atamano Pëtr Krasnov, che guidò i suoi cosacchi durante la guerra civile russa al fianco dei bianchi, suggerì addirittura di rendere la balačka lingua ufficiale della sua (breve) repubblica sulle rive del fiume Don, senza però rinomato successo.

Un esempio noto di questa balačka, che oggi rimane tra le lingue parlate quotidianamente nei villaggi del Don, insieme al russo, si può riscontrare leggendo il romanzo “Il placido Don” di Michail Šolochov, dove i cosacchi protagonisti conversano fra loro in questo dialetto.

La balačka delle montagne

La balačka delle montagne si differenzia dalle varietà linguistiche sopracitate per l’uso di termini circassi e provenienti dall’attuale Repubblica di Adighezia, situata ai piedi della catena del Caucaso. Si è formata con l’insediamento dei cosacchi nelle terre che circondano la regione di Stavropol’, la zona del Caucaso centrale e il Daghestan, dove la lingua cosacca ha preso il dominio sull’ucraino, facendosi influenzare dalle parlate delle montagne che la circondano. Fatta eccezione per una piccola comunità del nord del Daghestan, questa balačka è praticamente scomparsa.

Caratteristiche linguistiche

Molte sono le peculiarità che caratterizzano queste diverse varianti linguistiche cosacche. Raggrupparle non è semplice, in quanto dialetti tramandati di generazione in generazione, spesso senza norme scritte.

La balačka del Don si può riconoscere per i suoi suoni morbidi, come accade per il verbo идти (idti – camminare), la cui pronuncia diventa итить (itit’).

Un’altra particolarità sta nella lettera “ч” (č) che viene spesso e volentieri soppiantata dalla lettera “щ” (št), come чашки (čaški – tazze) che diventa щашки (štaški).

Lo stesso avviene con la lettera “ф” (f), sostituita dalla sillaba “хв” (hv), come in хвиалетовый (фиолетовый – viola, violaceo) e хворма (форма – forma).

Altra caratteristica interessante è l’uso del genere femminile al posto del neutro, che scompare del tutto. Un esempio: теплая пальто (al posto di теплое пальто – capotto caldo).

A livello lessicale, numerosi sono i turchismi e i vocaboli derivanti dall’arabo, soprattutto nelle balačke parlate nelle zone del Caucaso: хубхадед (молодец – bravo), кунак (друг – amico), адат (привычка – abitudine). Altrettanto numerosi sono i vocaboli completamenti diversi dal russo, come синеньки (sinen’ki) per indicare le баклажаны (baklažany – melanzane in russo) e кирпич (kirpič) al posto di хлеб (chleb) per indicare il pane (da notare che кирпич in lingua russa significa “mattone”).

Per chi volesse cimentarsi nello studio di questa sfumatura linguistica ricca di tradizioni, esistono, diversi dizionari (verso il russo) che possono aiutare a farsi un’idea complessiva dell’idioma e a capire i testi delle famosi ballate cantate dai cosacchi.

Foto di copertina: ricamo cosacco

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, è giornalista-corrispondente da Kyiv per Osservatorio Balcani e Caucaso. L’anno di scambio con AFS-Intercultura ad Astrachan’, alle foci del Volga, l’ha portata a studiare slavistica all’Università di Udine e a Tartu e ad occuparsi poi di est, in particolare di Russia e Ucraina, dove vive dal 2017.