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C’è ancora spazio per la creazione di una nuova entità nazionale in Europa? A molti la domanda farebbe legittimamente sorridere, ritenendo la creazione di stati-nazione moderni un polveroso quanto virulento processo in larga misura relegabile al XIX secolo. Viaggio nel Liberland. Nascita e vita di una micronazione nel cuore d’Europa di Timothée Demeillers e Grégoire Osoha potrebbe farvi cambiare idea.
Quanti pensassero che la totalità delle terre emerse sia già stata rivendicata e occupata da uno stato-nazione dovranno ricredersi in seguito alla lettura di questo testo edito da Keller Editore.
Al netto dell’Antartico e di un’area desertica tra Egitto e Sudan, vi sono infatti delle piccole sacche di territorio non reclamato da nessuno stato che sorgono lungo il Danubio, dando adito a più o meno strampalate dichiarazioni di indipendenza da parte di diverse micronazioni lungo il suo corso (ne avevamo parlato anche in questo articolo, spiegando l’origine storica di queste terrae nullius a seguito della dissoluzione della Jugoslavia).
L’idea del libro, che assume la forma di un reportage frammisto ad aneddoti inventati ma verosimilmente accaduti per rendere la lettura più scorrevole dal punto di vista narrativo, nasce quasi per caso. Nella primavera del 2016 gli autori, giornalisti di professione, si trovavano nei pressi di Vukovar per girare un documentario sulla tragica eredità dei nazionalismi nella regione. Il Liberland era stato proclamato dal suo eccentrico presidente, il politico e attivista ceco Vít Jedlička, esattamente un anno prima. I fortunati autori ebbero così l’occasione di assistere al grottesco anniversario dalla proclamazione della sua indipendenza, svoltosi su un anonimo e rurale territorio della Slavonia orientale a debita distanza dalla terra promessa e con l’autoproclamato presidente Jedlička in videocollegamento da Bezdan, in Serbia, essendo nel frattempo divenuto persona non grata in Croazia.
Le ragioni di tanta ostilità contro Jedlička da parte della polizia di frontiera croata sta proprio nella fondazione nel 2015 della Repubblica libera di Liberland nell’isola di Gornja Siga, una porzione di territorio di circa sette chilometri quadrati situata sulla riva occidentale del Danubio e interessata da una disputa di confine tra Croazia e Serbia.
L’area, caratterizzata da una fitta vegetazione e da un edificio disabitato da decenni, è priva di infrastrutture permanenti e non ospita una popolazione residente stabile.
La proclamazione d’indipendenza suscitò una reazione pressoché immediata da parte della Croazia. Le autorità di Zagabria iniziarono infatti ad impedire l’accesso all’area e, in diverse occasioni, hanno fermato e arrestato sostenitori e aspiranti cittadini del Liberland con l’accusa di aver attraversato illegalmente quello che considerano il confine nazionale con la Serbia. Belgrado, dal canto suo, ha invece sempre mantenuto un atteggiamento più distaccato, sostenendo che la questione ricadesse sotto la responsabilità croata.
Nonostante ciò, il progetto ha raccolto nel tempo migliaia di adesioni, più e meno simboliche: attraverso il sito ufficiale della micronazione è possibile consultarne la costituzione, conoscere l’organizzazione istituzionale e presentare domanda di cittadinanza. A dispetto degli alti valori di libertà decantati, la possibilità di ottenere un passaporto liberlandese è vincolata al prosaico pagamento di una quota partecipativa e parrebbe direttamente proporzionale al reddito del richiedente.
L’ideologia liberlandese
Ma che aspetto hanno gli aspiranti liberlandesi? Se da questa breve introduzione vi foste fatti l’idea di una sorta di comunità freak o di un campo hippie per nostalgici sessantottini, siete ben distanti dalla realtà: nulla di più sbagliato.
Partiamo dal presidente in carica: Vít Jedlička. Classe 1983, economista, attivista e politico conservatore ceco, modesto a tal punto da definire la sua nazione (quale, verrebbe da chiedersi) “come quella ideologicamente più potente che il mondo abbia conosciuto dopo l’Impero romano”, qualsiasi cosa significhi.
Se proprio volessimo affibbiargli un’etichetta politica, lo definiremmo anarco-capitalista1: profondamente anti-statalista, contrario a qualsiasi intervento pubblico in economia. Il suo sogno è il superamento dello stato-nazione moderno con la creazione di un sistema economico nel quale tutte le decisioni siano lasciate all’iniziativa del capitale privato, detentore della vera sovranità e le cui potenzialità siano finalmente liberate dai tanti lacci e lacciuoli del potere pubblico, special modo la tassazione (il più grande di tutti i mali!).
I suoi riferimenti politici in Unione europea sono Vlaams belang, Lega Nord, Movimento 5 stelle, Les patriotes, Debout la France, Fronte nazionale per la salvezza della Bulgaria, Partito popolare danese, Veri finlandesi, Raggruppamento popolare ortodosso, Ordine e giustizia, Partito nazionale slovacco e, più in generale, qualsiasi movimento populista conservatore ed euroscettico. E poi, ovviamente, Ukip, il Partito per l’indipendenza del Regno Unito meritevole di aver trainato Londra fuori dall’Unione Europea, con il quale nel 2019 presiede un discorso al Parlamento europeo in compagnia dell’eurodeputato Bill Etheridge.
Il presidente del Liberland Vít Jedlička, Oslo, 2015 (Wikimedia Commons)
Il suo microstato riflette il suo pensiero, così come gran parte dei suoi adepti si riconoscono in pochi quanto semplici assiomi: il ruolo dello stato deve essere ridotto al minimo, la libertà del privato deve essere assoluta, la proprietà privata è sacra, le tasse devono essere pressoché azzerate così come il welfare e la spesa sociale. Motto dello stato: vivi e lascia vivere.
Attratti da questa filosofia, così come dalla speranza/illusione di creare un nuovo e remunerativo paradiso fiscale nel cuore d’Europa, si annoverano magnati, sceicchi, detentori di criptovalute, approfittatori e non poche figure ambigue. Come Radim Panenka, uno dei fondatori, insieme a Jedlička, dell’impresa del Liberland. Ex militante di Partito nazionale (un movimento neonazista ceco) e caporedattore di un portale di attualità filorusso, filoserbo e apertamente islamofobo, non disdegna di mettersi in posa sui social con Darko e Anastasija Mladić, rispettivamente figlio e nipote del generale Ratko Mladić “che ha salvato la sua nazione da un genocidio in Bosnia”.
Oppure Thomas D. Walls, ministro degli Esteri del Liberland, cofondatore del Republican Liberty Caucus – influente corrente libertariana* all’interno del Partito repubblicano statunitense – che annovera tra le sue frequentazioni Bush Junior, Ted Cruz e Ron Paul, grazie alle quali riesce a riservare al presidente del Liberland un posto in prima fila sotto i gradini del Campidoglio per assistere al mandato inaugurale dell’amico Donald Trump. “Trump sa cos’è la libertà”, dichiara Jedlička alla testata britannica The i Paper nel 2016, “è tornato davvero all’idea originaria dei padri fondatori degli Stati Uniti, e questa è una cosa sana”. Trump ripaga tanta devozione con un tweet l’anno successivo: “Adoro il Liberland. Un Paese super. Potete contare su di me, ragazzi”.
O ancora Gauthier Lamothe, intimo del presidente Jedlička, ex direttore delle pubbliche relazioni del Liberland tra il 2017 e il 2019, che si definisce di affinità libertariane e sostiene che il popolo in fondo non esiste, poiché la società è composta da un insieme di individui che perseguono i propri interessi personali (una storia già sentita). “L’ideologia libertariana è quella che detta meno obblighi alle persone”, sostiene. “L’idea è quella di limitare al massimo il concetto di spazio pubblico per creare soltanto spazi privati dove la gente possa fare ciò che vuole a casa sua (…). Se qualcuno vuole creare uno spazio vietato ai neri, agli ebrei o ai bianchi, be’, non me ne frega niente. Purché lo faccia a casa sua e non venga pagato con le mie tasse”.
O Roger Ver, “il Gesù del bitcoin”, un giovane imprenditore milionario libertariano tra i principali finanziatori della causa del Liberland per l’evidente affinità tra il progetto di Jedlička e il bitcoin, nel quale ha investito tutta la sua fortuna, e la capacità/volontà di entrambi di sfuggire a qualsiasi controllo pubblico e, conseguentemente, a qualsiasi tipo di tassazione da parte di un potere statale tirannico.
Sarebbe fuorviante, tuttavia, ritenere che il progetto del Liberland attiri solo speculatori. Sono molti i giovani in cerca di avventura, sbandati, immigrati in cerca di un passaporto (attualmente valido quanto la carta straccia) e volontari provenienti da mezzo mondo che per qualche estate creano un campeggio estivo in un luogo che nemmeno conoscono e comprendono davvero.
Perché se lo conoscessero davvero, se avessero almeno qualche minima nozione di ciò che è avvenuto negli anni Novanta in Jugoslavia, saprebbero che ad appena trenta chilometri in linea d’aria da Gornja Siga sorge la città di Vukovar. Capirebbero l’inappropriatezza di portare tutti fieri, impettiti e festanti nuovi simboli nazionali, bandiere, motti, inni e dichiarazioni d’indipendenza, con tutto il loro storico portato di violenza e dolore, in un territorio letteralmente martoriato dai conflitti interetnici e interreligiosi appena trent’anni fa.
Si interrogherebbero sulla convenienza di proporre una revisione delle carte geografiche e la creazione di nuovi confini in un territorio come la Slavonia orientale. Riuscirebbero forse a mettersi nei panni di quell’anziano signore che dalle candide spiagge di Gornja Siga – rese sempre meno accessibili anche agli autoctoni a causa dei sempre più stringenti controlli di polizia – manda poco educatamente a quel paese (non certo il Liberland) l’autoproclamato presidente Jedlička e i suoi accoliti, in visita con l’imbarcazione presidenziale lungo il Danubio.
O riuscirebbero forse a capire lo scetticismo di quel placido pescatore che candidamente rivela: “Non è che non gli piacete. È solo che la gente di qui non si fida troppo di quelli che vogliono costruire dei Paesi. Non hanno mai portato niente di buono i confini nella regione”. Per rivelare infine al presidente, intento a spiegare i presunti benefici economici e di crescita per tutte le popolazioni limitrofe nel remoto caso in cui il Liberland diventasse realtà: “Prima, tutto questo era Jugoslavia… Faceva parte della Jugoslavia… Apparteneva a tutti noi, serbi, croati, pescatori di qui o di laggiù”. Ma forse questo un libertariano, così fermamente convinto della superiorità degli interessi privati sugli interessi pubblici, non può davvero capirlo.
Il futuro del Liberland
Ad oggi il Liberland non ha ottenuto un riconoscimento internazionale significativo né esercita un controllo effettivo sul territorio rivendicato. I sostegni ricevuti sono rimasti limitati e prevalentemente simbolici, provenendo soprattutto da altre micronazioni o entità non riconosciute a livello internazionale. Tra gli stati sovrani, l’unico riconoscimento ufficiale rivendicato dal progetto è quello del Malawi, una circostanza la cui portata giuridica è tuttavia oggetto di dibattito.
Viaggio nel Liberland. Nascita e vita di una micronazione nel cuore d’Europa, Timothée Demeillers e Grégoire Osoha, traduzione dal Francese di Anna Spadolini, Keller Editore, 2026
Anche noto come anarco-individualismo o libertarismo, l’anarco-capitalismo è una corrente di pensiero politico sviluppatasi principalmente negli Stati Uniti, che attribuisce valore prioritario all’autonomia dell’individuo e alla piena libertà di iniziativa in un contesto economico capitalistico. Secondo questa prospettiva, le attività tradizionalmente svolte dallo stato dovrebbero essere affidate ai meccanismi del libero mercato, mentre i diritti individuali andrebbero considerati originari, inviolabili e indipendenti da qualsiasi riconoscimento da parte dell’autorità pubblica. ↩︎
Mosso da un sincero interesse per la storia e la cultura della penisola balcanica, si è laureato in Studi Internazionali all’Università di Trento, per poi specializzarsi in Studi sull’Europa dell’Est all’Università di Bologna. Ha vissuto in Romania, Croazia e Bosnia ed Erzegovina, studiando e impegnandosi in attività di volontariato. Tra il 2021 e il 2022 ha scritto per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Attualmente risiede in Macedonia del Nord, dove lavora presso l’ufficio di ALDA Skopje.