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Kapka Kassabova: “La sola vera identità balcanica è quella che ci unisce”

Il 26 maggio è finalmente arrivato in Italia l’ultimo libro di Kapka Kassabova, “Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra”, edito per Crocetti Editore e tradotto da Anna Lovisolo. A quasi tre anni dall’uscita di “Confine. Viaggio al termine dell’Europa”, l’autrice torna con un altro intenso racconto che intreccia Grecia, Albania e Macedonia del Nord, sulle rive dei laghi di Ocrida e Prespa, alla ricerca delle sue radici familiari. E proprio in occasione della pubblicazione del nuovo volume abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la scrittrice.

Sia in Confine che ne Il Lago il lettore assiste alla collisione tra due narrazioni opposte e parallele: la grande cronaca storica e le esistenze dei singoli protagonisti. Il lato occidentale del mare Adriatico non è nuovo alla belligeranza della penisola balcanica, che è probabilmente il preconcetto più diffuso riguardo quest’area. Possono le narrazioni personali aiutare a costruire una nuova immagine della penisola balcanica? Secondo lei esiste una cosiddetta ‘identità balcanica’?

Identità è una di quelle parole che sono state deformate fino al punto di rottura dalle politiche identitarie. Fa parte della tirannia del consumismo, questo bisogno di una ‘identità’ fissa. La radice della parola idem significa ‘lo stesso’. E sin dall’infanzia sono sempre stata affascinata dalla diversità – persone diverse, culture diverse, orizzonti diversi, esperienze diverse, vite diverse e io diversi all’interno di una singola persona. Forse perché sono cresciuta in una società totalitaria, utilitaristica, in cui essere diversi era sospetto. 

Il lago esplora quella che io chiamo “la tirannia dell’identità”: quella pressione che ci spinge a definirci in un modo o in un altro. Se scegli quello sbagliato vieni punito dalla famiglia, dal dogma nazionale, dalla storia stessa. È un processo che spesso inizia durante l’infanzia, con la domanda machiavellica tipica dei pettegolezzi di quartiere: a chi vuoi più bene, alla mamma o al papà, alla nonna o alla mamma? Questo interrogativo dà un valore politico all’attaccamento ed è progettato per dividerci. È in questo modo che iniziano le guerre. Le guerre esterne iniziano con piccole divisioni interne.

“Di chi sei figlia?” ti chiede la gente di Ocrida quando visiti la città e hai un’aria balcanica. A quale famiglia appartieni, in altre parole, di modo da poterti collocare in un contesto gerarchico. Questo, naturalmente, è il quesito patriarcale per eccellenza. Non è neanche un quesito, è un’affermazione, e dice: tu non conti come individuo. La tirannia in tutte le sue forme – politica, familiare, sotto forma di malattia e follia – e i nostri mezzi per liberarci dalla tirannia: questo è diventato il tema principale del libro. Una delle tirannie subite dai popoli balcanici è quella di essere bollati come penisola bellicosa. Le grandi guerre del Ventesimo secolo nei Balcani furono in realtà guerre imperiali – guerre importate. Fu allora, nel 1917, che negli Stati Uniti fu coniato il termine ‘balcanizzazione’.

Un’altra tirannia subita dai popoli balcanici è la mancata conoscenza dei nostri vicini. Questa è una forma di mancata conoscenza di sé, ovviamente, perché il tuo prossimo è uno specchio di te stesso. Questa separazione di popoli – i bulgari dai macedoni, i macedoni dagli albanesi, gli albanesi dai greci, i fratelli dalle sorelle e le madri dalle figlie all’interno della mia famiglia – è la nostra tragedia, ed è il risultato di guerre calde e fredde.

I laghi di Ocrida e Prespa simboleggiano l’unità organica e la divisione artificiale dei Balcani: separati in superficie da una montagna, e collegati da fiumi sotterranei da un milione di anni. Ironia della sorte, la sola vera identità balcanica è quella che ci unisce. Si trova nel modo in cui le persone mangiano e ridono, nella musica e nelle relazioni, nel modo in cui le persone amano e odiano e nelle nostre cronache familiari intrecciate. Ad esempio ho scoperto che alcuni membri della mia famiglia di Ocrida provenivano originariamente da Albania e Caucaso. Cosa tutt’altro che rara.

Non riesco a ricordare chi ha detto che i Balcani sono l’unica regione d’Europa in cui può succedere di tutto, in qualunque momento. Anche questo è parte della nostra identità balcanica autoctona, organica. Ed è parte della geografia. La straordinaria psico-geografia che non mi fa smettere di tornare nei Balcani meridionali. C’è una componente selvaggia ancora viva. Sovrastava tutta la maestosità e il mistero dei due laghi e delle loro montagne che mi hanno dato la forza per questo viaggio.

La componente selvaggia della Terra e dell’anima sta morendo nel nostro mondo. Mentre ci battiamo per i nostri futili schemi identitari e dichiariamo le nostre folli guerre, la Terra resta la nostra unica vera casa. E il solo modo per esplorare la vera identità, la vera casa, il vero io passa attraverso l’ascolto intimo e l’attenzione. Giù per i sentieri tortuosi del cuore umano, lontano dai devastanti monoliti del potere.

In un’intervista con Marin Bodakov nel dicembre 2020 descrive i rapporti tra Bulgaria e Macedonia del Nord e gli stati balcanici in generale come un trauma causato dai confini. Ne Il lago scrive che “l’identità – o meglio il pressante e improvviso bisogno di averne una – era il fulcro della Questione macedone”. Trauma e confini svolgono ancora un ruolo importante nella costruzione dell’identità nazionale e personale nella penisola? Trauma, confini e identità sono indissolubilmente legati?

Sì, lo sono. A causa del confine bulgaro-macedone, mia nonna venne allontanata dalla sua famiglia di Ocrida. A causa delle correnti migratorie interne alla nostra famiglia c’è stato un allontanamento durato quattro generazioni. Distanza, perdita di memoria, perdita di coesione. Gli impegnativi viaggi in solitaria che continuo a intraprendere nei Balcani meridionali sono un tentativo di riparare qualcosa che è andato in frantumi.

Un semplice esempio: ho cercato la mappa completa dei laghi di Ocrida e Prespa. Formano uno dei più grandi ecosistemi europei, divisi fra tre paesi, e non sono riuscita a trovarne una in nessuno dei tre. Ogni paese mostrava solo la porzione di lago compresa nel proprio territorio nazionale. La parte restante era vuota. Questa è una concezione traumatica – cieca, sorda, muta, ignorante, divisa e disinteressata. Questa è l’ombra che volevo guardare in faccia.

Sono andata alla ricerca di una cura ancestrale per questa residua follia di confine. E la cura è il grande filo conduttore dei laghi. Le rive sono piene di eremi e chiese rupestri. Ho scoperto tramite una famiglia turco-macedone di Ocrida che qui c’è una lunga tradizione di sufismo, il misticismo islamico. Ancora oggi ci sono dervisci rotanti sul lago di Ocrida! L’icona della Madonna Nera del lago di Ocrida, il Monastero di San Naum dove follia e malinconia sono stati curati per millenni – questi sono alcuni dei luoghi e dei simboli della guarigione. È l’acqua, la geografia, il clima, il millennio di venerazione ininterrotta dell’acqua e dei suoi effetti curativi.

La chiesa di San Giovanni a Kaneo, sul lago di Ocrida (foto Gianni Galleri)

Nella stessa intervista ha affermato che i confini più pericolosi e invalicabili sono quelli nella mente delle persone. Ampliando la prospettiva dalla penisola balcanica a tutto il continente europeo, ha mai percepito la presenza di una sorta di confine che ancora separa il lato occidentale dal blocco orientale? Esiste ancora, nelle menti degli europei occidentali, questo ‘blocco’?

Esiste, sì. L’Europa occidentale proietta tuttora la propria ombra oscura sulla parte orientale, e in particolar modo sui Balcani. In psicologia viene definito “proiezione” e si verifica quando i demoni interiori non sono stati affrontati in maniera adeguata. E vengono quindi esportati altrove. Una frase ricorre nel mio libro: “È più facile che l’ombra ricada sull’altro che su di sé”. Questo avviene nelle relazioni personali, nelle famiglie e tra le nazioni. I felici generalmente proiettano la loro ombra interiore sugli infelici. E questa proiezione è un prodotto della cortina di ferro, che ha creato ignoranza, divisione e mancanza di curiosità e verità. Al suo posto una cultura di segreti, pregiudizi e menzogne si è formata da entrambi i lati della cortina di ferro. Questa cultura tossica è ancora in mezzo noi.

La guerra in Jugoslavia è stata una guerra europea, ma non è stata trattata come tale dai paesi dell’Europa occidentale e dall’opinione pubblica in generale, nonostante l’empatia manifestata. È stata trattata come una guerra tribale, selvaggia che non ha nulla a che fare con ‘noi’ europei civilizzati. Questo disinteresse e questa ipocrisia hanno incoraggiato gli aggressori – compresi i vari mercenari provenienti da altri paesi. È molto significativo il fatto che tuttora venga impropriamente chiamata “guerra dei Balcani”, malgrado l’ex-Jugoslavia sia solo la parte occidentale dei Balcani. Nel mio libro sono stata costretta a recuperare la cosmopolita maestosità ambientale di questa parola – i Balcani. La parola stessa significa “montagne” e io ho attraversato alcune di queste grandi montagne per circumnavigare i laghi.

In uno dei viaggi – nel capitolo “L’urlo” – attraverso il lato greco del lago di Prespa con un amico, sulle tracce della guerra civile greca. Un’altra guerra, come quella jugoslava, che l’Europa ha respinto e mal digerito. Questo è il motivo per cui c’è la guerra in Ucraina ora. Io non sono sorpresa, la gente nei Balcani non è sorpresa. Gli aggressori russi sono stati legittimati dall’impunità degli aggressori in Jugoslavia. Stavolta però è più difficile per gli europei negare che cambierà le cose per tutti noi. Non è più possibile nasconderci dalla nostra ombra collettiva. Ce l’abbiamo alla porta.

Nella prefazione de Il lago scrive che “I Balcani sono una complessa trama di civiltà, e chi vi abita è portato a dare versioni diverse e talvolta contraddittorie della realtà, proiettandole su chi viene da fuori”. In che modo la sua posizione ‘avvantaggiata’ di bulgara espatriata incide sulla raccolta delle fonti e sulla stesura? Che cosa significa divulgare al pubblico occidentali una parte d’Europa tanto ignorata?

La lingua gioca un ruolo importante in questo.

Scrivo per imparare. Ho trascorso due anni della mia vita sulle sponde dei laghi perché volevo conoscere qualcosa, nell’intimo e nel profondo, indipendentemente da quanto ci sarebbe voluto. Sono un’appassionata lettrice, ma volevo scoprire ciò che non si può imparare sui libri. Decido di intraprendere un viaggio solo se sono certa che sarà un percorso di approfondimento umano per me. Il prezzo può essere alto in termini personali, ma il dono della comprensione è inestimabile. Continuare a scoprire i Balcani in tutta la loro complessa bellezza e infelicità significa capire la mia geografia interiore, e l’essenza della vita stessa.

E c’è anche la danza della vicinanza e della lontananza. Per essere in grado di affrontare le persone e i luoghi dei miei libri ho bisogno di avere un posto per riprendermi, lontano da loro. E proprio i miei trent’anni di vita lontano dalla Bulgaria e dai Balcani, e il fatto di scrivere in inglese, mi danno il clima emotivo moderato di cui ho bisogno prima di poter entrare nei labirinti psicologici della mia famiglia, della mia patria, dei miei amari, amati, sconfinati Balcani. Mia nonna del lago, Anastassia, diceva: “I Balcani, siamo proprio noi”, e intendeva tutta l’umanità.

Kapka Kassabova a Kaneo (foto T.D.)

Quasi tutti i suoi libri sono stati pubblicati in Bulgaria, ma pur padroneggiando perfettamente sia l’inglese che il bulgaro ha deciso di non occuparsi della traduzione delle sue opere. Qual è il suo rapporto con queste due lingue? Sono uguali o le usa in modo diverso?

La creazione dei miei libri è un atto fisico ed emotivo, non solo intellettuale. Io abito i miei libri. In quanto scrittrice esperienziale, trascorro molto tempo fuori dalla mia zona di comfort. Questo è il mio modo di imparare – faccio esperienze sul campo e le porto avanti sulla pagina, dove avviene la vera comprensione. Per me la pagina è una continuazione della traversata del lago con Tanas, cresciuto da prigioniero politico in Albania, del trekking in montagna con la mia guida Angelo, con cui ho quasi combattuto nelle trincee della Seconda guerra mondiale, delle serate con i miei cugini e dei viaggiatori analoghi prima di me. Dopo tutto, qui passava la Via Egnatia, che fece dei laghi un centro nevralgico del mondo romano e poi dell’illuminazione slava, cristiana e islamica. Ci sono anche le loro voci nel libro: Edward Lear, Edith Durham.

Quindi il mio coinvolgimento con l’indole delle persone, le cronache familiari, i luoghi, i problemi e gli stili di vita è intenso. Una volta finito il libro, sono esausta. Ho bisogno di un periodo di recupero per raccogliere le forze prima del prossimo viaggio. In questa fase lascio che il traduttore bulgaro stenda una prima versione. Dopodiché rileggo il testo e lo faccio mio.

L’ironia è che Confine, Il lago, e il mio prossimo libro, Elisir, sono stati possibili solo grazie alla lingua bulgara. Tutte le persone con cui ho parlato hanno comunicato con me in un dialetto regionale bulgaro oppure in un’altra lingua slava. Non avrei potuto relazionarmi con le persone dei miei libri in nessun’altra lingua. Anche in Grecia, Turchia e Albania, dove l’inglese mi era d’aiuto, c’erano ancora rimasugli di lingue slave – proprio come in Bulgaria e Macedonia ci sono rimasugli di turco.

Per l’edizione in bulgaro ritorno ai miei appunti allo scopo di catturare le voci e inflessioni autentiche delle persone. Sono innamorata di questo tripudio di colori e voci. Mi ricorda quanto siano indistruttibilmente polifonici i Balcani. E mi fa venire voglia di preservare per sempre questa ricchezza ascoltando e mettendo per iscritto le nostre storie il più a lungo possibile.

Foto di copertina: Kapka Kassabova in Scozia, T.D.

Traduzione dall’inglese di Giorgia Spadoni

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice e redattrice, si interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Laureata all’Università di Bologna e specializzatasi all’Università di Sofia, nel 2018 ha vinto la prima edizione del concorso di traduzione letteraria "Leonardo Pampuri". Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria (Sofia). Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per il progetto Est/ranei e le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest.