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Georgi Gospodinov: “Cosa farete con questi cumuli di morte?”

Testi tratti dal profilo Facebook di Georgi Gospodinov, scritti nelle prime settimane dallo scoppio del conflitto in Ucraina, raccolti e pubblicati originariamente da Deutsche Welle.

Siamo davvero arrivati a questo punto… Di iniziare una guerra in Europa, di riaprire i rifugi antiaerei, i rifugi antiaerei… Di riempire ancora di sangue ciò che credevamo storia e letteratura.

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Mi sono occupato a lungo del discreto mostro del passato e dell’anno 1939 nel mio ultimo romanzo Cronorifugio. Il libro si chiude con una scena in cui viene dettagliatamente rievocato l’inizio della Seconda guerra mondiale, le truppe ammassate al confine, in attesa. E all’improvviso dalla rievocazione parte un colpo vero e…

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Alla luce di questa esperienza da autore voglio dire ancora: nessuna guerra con il passato e per il passato viene vinta. Nessuna guerra può assolutamente essere vinta. La guerra è collasso del tempo umano, collasso dell’umanità in generale. Cancellazione di strati di cultura a partire da Socrate, Platone, Aristotele, passando per Shakespeare e Goethe, fino a Čechov e Brodskij…

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Putin in principio voleva riportare l’Europa a prima del 1997, poi a prima del crollo dell’Unione sovietica nel 1991, ma in realtà voleva arrivare fino al 1939. Saremo sempre alla vigilia del 1939? Perfino l’orario dell’attacco è lo stesso dell’allora 1° settembre.

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Quand’è che il quotidiano diventa veramente (di nuovo) storia? E perché – dopo tutto quello che è già successo? Forse c’era qualche falla nei nostri racconti. Eravamo sicuri che non sarebbe potuto accadere di nuovo, tantomeno in Europa, sopravvissuta a entrambe le guerre. Nonostante tutti i libri e i film, nonostante tutti gli archivi e le conversazioni – a quanto pare non abbiamo capito. Oppure ce ne siamo dimenticati. Vittime di una grave forma di Alzheimer sociale.

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Questa guerra è scoppiata nel momento in cui i portatori di memoria viva della Seconda guerra mondiale ormai non esistono più. Noi ci troviamo proprio su quella soglia generazionale in cui gli ultimi testimoni diretti che hanno tenuto viva questa memoria, gli ultimi prigionieri, gli ultimi trinceristi se ne stanno andando. E a molte persone qui piacciono ancora i dittatori.

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Il mondo di ieri, di cui Stefan Zweig scriveva alla vigilia della Seconda guerra mondiale, è di colpo diventato il mondo dell’altro ieri. Ci sono giorni che fanno scattare qualcosa nel meccanismo della storia, e quello di oggi purtroppo è tra questi. Ognuno si ricorderà dov’era, cosa stava facendo. Come il 1° settembre, come l’11 settembre, come oggi…

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I reportage mostrano persone alla ricerca di rifugi antiaerei. Maledizione, credevo che la parola “rifugio antiaereo” fosse qualcosa da dover spiegare con una nota a pié di pagina ai giovani lettori. Nel mio romanzo ho insistito sul fatto che cercheremo sempre più rifugi. E questo doveva suonare come una distopia, come un avvertimento per il futuro – avevo indicato il 2039, esattamente cento anni dopo la Seconda guerra mondiale.

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Quando i romanzi distopici cominciano a diventare documentari, le cose stanno irrimediabilmente regredendo. La mia distopia era ancora democratica, comunque. I paesi europei sceglievano tramite referendum in quale anno del XX secolo tornare. Un referendum per il passato. Oggi Putin ha riportato indietro l’orologio senza libertà di scelta. Ha ricondotto il XXI secolo al XX con la guerra. E l’ha deciso non solo per il proprio paese, ma anche per la nazione accanto, per l’Europa intera, forse per il mondo intero. Non puoi trascinare nessuno con la forza nell’isolamento di un passato. Né un singolo individuo, né tantomeno interi popoli.

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E cosa dirò a mia figlia stasera, dopo averle promesso ogni notte che la guerra non ci sarebbe stata? Cosa diremo ai nostri figli? Come spiegare che la stanza dei bambini nel mondo non è pronta per loro?

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Dobbiamo sistemare lo scantinato, ha detto mia moglie. Meno male che c’è un rubinetto laggiù. Potremmo doverci rimanere molto tempo.

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All’inizio, seguendo i primi resoconti sui bombardamenti, sulle strade distrutte e sui carri armati che le percorrevano, avevo la sensazione di guardare vecchi girati militari russi, un archivio storico in bianco e nero della Seconda guerra mondiale. Siamo cresciuti con questi filmati. Sulle prime la mente non riesce ad accettare che tutto ciò stia accadendo qui e ora, a persone di oggi in città di oggi. Queste inquadrature, anche se a colori, in realtà sono praticamente in bianco e nero. Il grigio, il nero e il bianco di case incendiate, strade fangose, carri armati e macchinari bruciati, orizzonti carichi di fumo bianco-grigiastri – i colori di tutte le guerre. Lo scolorimento del mondo.

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Questa guerra arriva proprio mentre se ne stanno andando coloro che ricordano la precedente, la Seconda guerra mondiale. E in questa crepa della memoria, dell’evanescente memoria viva, qualcuno sta cercando di infilare il tritolo della prossima.

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Secondo un sondaggio russo condotto negli ultimi giorni, il 60% approva la guerra (o meglio l’“operazione speciale” – la parola “guerra” è vietata) contro l’Ucraina. E l’88% vuole vivere insieme agli ucraini. Probabilmente con i superstiti. Ma cos’è questa schizofrenia? Volerli attaccare e amare? Volerli attaccare perché li amiamo? Attaccarli per farci amare? Effettivamente qualunque ordinaria teoria su aggressore e vittima, anche in ambito domestico, spiega questa follia. L’aggressore in famiglia di solito pensa che le questioni d’amore e di pacifica convivenza si risolvano più facilmente con un paio ceffoni – mi riferisco ai casi meno gravi.

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Bene, mettiamo che conquistate questo paese e rimanete lì per mantenere il controllo. Come camminerete lungo quelle strade distrutte dalle vostre stesse granate. Come dormirete in quegli edifici che voi stessi avete devastato. Come guarderete gli occhi delle persone a cui avete ucciso parenti e amici. Come manterrete l’ordine in città dopo essere stati i primi a metterlo a repentaglio. Come spiegherete ai vostri figli a casa perché non ci siete e cosa fate in quel posto che non è casa vostra. Come riuscirete a convincere il vostro cuore che quelle non sono persone, che se lo sono meritato, che hanno fatto tutto da soli…

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I colpi di artiglieria producono morte e paura, i missili e le bombe incendiarie producono morte e paura, i carri armati producono morte e paura… Cosa farete con questi cumuli di morte e paura. Come li toglierete di mezzo, come vi salverete dalle radiazioni che emetteranno per decenni di fila.

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Potete conquistare le città, ma non riuscirete a tenerle. Potete vincere la guerra, ma non potrete vincere le persone.

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Una donna ucraina di Kiev racconta: Dico a mia zia a Mosca che c’è la guerra e ci nascondiamo nei rifugi, e lei mi risponde: Stupidaggini, la vostra televisione vi sta mentendo. Ironia della sorte – in un mondo permeato dai media non sappiamo cosa sta succedendo nel paese accanto mentre c’è la guerra. La propaganda si è rivelata più forte delle storie individuali. La zia non crede alla propria nipote che racconta la guerra dal rifugio antiaereo del suo condominio colpito da un missile. E siccome questo condominio non lo danno alla televisione della zia a Mosca – Mosca non crede alle lacrime (come si diceva in un vecchio film russo su un’altra guerra).

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Aiutiamo alcuni amici ad ospitare una famiglia di ucraini. La famiglia è composta da otto persone di generazioni diverse e tre gatti. Un solo gatto è il loro, gli altri due li hanno portati via e salvati su richiesta dei vicini. Nessuno conta gli animali uccisi durante la guerra, né quelli emigrati. Non siamo arrivati a quel punto. Eppure sono le altre vittime invisibili e migranti di questa guerra. (Dicono che l’Ucraina fosse il primo paese al mondo per numero di gatti domestici.) Gli animali, che dovrebbero essere pura natura, sono ancora più vulnerabili alle nostre atrocità politiche. Se la natura è la madre dell’umanità, allora ogni guerra è un matricidio.

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Continua a interessarmi questa cosa degli animali. Abbiamo un cane e so come si contorce ogni volta che esplode un fuoco d’artificio, per esempio. Come si contrae, corre spaventato senza sapere dove, si butta addosso a noi oppure se ne va sotto il letto. A causa delle numerose guerre che ha condotto, l’essere umano ha ancora qualche cognizione preistorica. L’animale no. Qualcuno dirà semplicemente – abbiamo il diritto di preoccuparci degli animali mentre le persone muoiono? E mi tornano in mente le parole del vecchio Darwin, che gli animali sono nostri fratelli nel dolore. Tutto ciò che prova dolore è un essere vivente come noi. E chi soffre merita la nostra compassione e il nostro aiuto.

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Il quarto giorno di guerra, secondo un sondaggio di Alpha Research, l’approvazione nei confronti di Putin in Bulgaria è scesa al 32%. Dopo tutte le immagini di distruzione, vittime, madri evacuate con bambini il 32% è un supporto disumanamente ampio per colui che ha causato tutto questo.

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E con quanta facilità, con quanta oltraggiosa facilità è stata oltrepassata la sottile linea rossa che ha tenuto le persone nella normalità fino a ieri. Ieri c’era la vita di tutti i giorni, con tutti i suoi dettagli, oggi c’è la guerra. Il tempo ha schiacciato i freni d’emergenza, le gomme hanno fischiato ed ha bruscamente sterzato in un’altra direzione, oppure è tornato indietro. E i giorni non sono più giorni. E le notti non sono più notti. Sirene, rifugi, insonnia angosciante… Il tempo non solo cambia direzione, ma cambia (e non è una metafora) quasi fisicamente la sua durata, il suo ritmo, la sua sequenza. I compiti e i piani di ieri per oggi sono diventati insignificanti e strani – prendere un caffè con H., andare dal dentista, a teatro la sera. Ripetizione, ritmo e un po’ di lussuosa noia – ecco di cosa è fatta la vita di tutti i giorni. Tutto questo è già da buttare. Qualcuno ha manomesso le nostre giornate, qualcuno ha manomesso le nostre vite. Soprattutto a coloro che sono in guerra. Ma anche a chi sta attorno, anche se ancora fuori, i prossimi… È così che la quotidianità diventa di colpo storia.

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Tutti qui soffriamo per la perdita del senso del tempo, scrive Zbigniew Herbert nel suo poema Rapporto dalla città assediata.

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La frase “Lasciamo che sia la storia a parlare” di fronte a una minaccia atomica diventa completamente priva di senso. La storia può parlarci solo se esiste una storia. Tra le altre cose, la guerra atomica uccide la storia. Ironia della sorte – il primo giorno dopo l’apocalisse non ci sarà più alcun tipo di media. L’evento più importante nella storia dell’umanità non verrà comunicato.

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In effetti, esisterà il “tempo” dopo una fine atomica del mondo? È chiaro che non ci sarà vita quotidiana. Mi sembra non sia una casualità che la maggior parte dei russi abbia appreso con sofferenza e particolare ingiustizia del ritiro di IKEA dalla Russia. Proprio perché qualcuno ti sta tirando via la quotidianità da sotto i piedi. Ma come? IKEA è l’idea di casa – con tutti gli armadi, i letti, i mobili da cucina e le stanze dei bambini. È la stanza del mondo. Mi state cacciando via dalle vostre stanze e dalla mia al tempo stesso.

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Voglio tornare a casa, voglio casa mia, non voglio andare da nessuna parte – piange una donna ucraina al confine. Ma la casa non c’è. La vita si è contratta, il mondo si è contratto nelle dimensioni di un rifugio antiaereo.

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Rifugio sarà probabilmente la parola dell’anno. Speriamo non antiaereo.

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Foto di Alberto Cristofari

Traduzione dal bulgaro di Giorgia Spadoni

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Giorgia Spadoni

Traduttrice e redattrice, si interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Laureata all’Università di Bologna, specializzata all’Università di Sofia, nel 2018 ha vinto la prima edizione del concorso di traduzione letteraria "Leonardo Pampuri". Ha vissuto e studiato in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Ha contribuito a diverse edizioni della rivista bulgara "Literaturen vestnik" con traduzioni e recensioni. Collabora attivamente anche con il progetto Est/ranei.