Arriva finalmente sugli scaffali italiani un libro che Kapka Kassabova aveva pubblicato nel 2008, Una strada senza nome, di nuovo grazie ai tipi di Crocetti Editore e alla traduttrice Anna Lovisolo. Il sottotitolo Infanzia e altre disavventure in Bulgaria rende subito chiara la natura dell’opera: si tratta di un appassionato memoir che unisce i nitidi ricordi degli anni di Kassabova bambina e adolescente, durante il crepuscolo della repubblica popolare balcanica, a una serie di brevi resoconti di viaggio raccolti in giro per il paese subito prima dell’entrata in Unione europea nel 2007.
L’autrice riesce a condensare in pagine succinte ma dense il trauma del ritorno nel paese natale dopo oltre un decennio di vita da espatriata, trovando risposte ad alcuni interrogativi ma collezionandone altrettanti prima di ripartire. Oltre a dare diversi scorci inediti e curiosi sulla Bulgaria degli anni Ottanta e Duemila, il volume contiene già allo stadio embrionale tutte le caratteristiche che ritroveremo poi nel quartetto di reportage balcanici Confine, Il lago, Elisir e Anima.
Ne abbiamo approfittato per fare, ancora una volta, due chiacchiere con la scrittrice.
Nella mente occidentale la Bulgaria è un paese senza volto. Nella letteratura di lingua inglese è un capitolo, in genere il più succinto, che si apre con una frase edificante sull’ingiusta oscurità che sconta. Certe volte è un’appendice, una specie di retropensiero.
Come appare la Bulgaria oggigiorno dall’estero, dopo quasi vent’anni dalla stesura e pubblicazione del libro? Il fantasma del Muro si aggira ancora per l’Europa? E cos’è la Bulgaria per te, in che modo affronti il tuo passato e la tua identità bulgara adesso? Da dove vieni?
Credo che la Bulgaria sia ben più nota adesso, non da ultimo per i suoi musicisti, artisti e scrittori. E sì, il Muro è ancora lì a girovagare, così fanno i fantasmi: sono l’inconscio collettivo represso. E le cose che “dimentichiamo” o insabbiamo sono precisamente quelle che tornano indietro a ossessionarci. Ecco perché ho scritto questo libro. Non volevo dimenticare. È un libro sul passato collettivo. Per me è stato una sorta di apprendistato e trampolino di lancio per le ben più ambiziose opere che gli sono succedute: il Quartetto Balcanico.
Nei dieci anni in cui ho creato il quartetto ho scoperto che il senso del mio essere balcanica contiene le mie origini bulgare, ed è molto più grande. Perché i Balcani sono maestosi tanto quanto le loro montagne; montagne che precedono ogni nazionalità e auspicabilmente le sopravviveranno. Adesso mi identifico molto di più con la terra e le sue creature oltreumane che con qualunque altra nozione umana. La terra vivente e la lingua dovrebbero essere sacrosante, protette, amate dappertutto.
Come tutte le città della Guerra Fredda degne di quel nome, Sofia aveva due volti ufficiali. Il meraviglioso e moderno mondo dei suoi “complessi residenziali” cementificati e periferici serviva a dare alloggio a quelli che venivano dalla provincia, ai Lavoratori e alle Giovani Famiglie (noi). Il centro storico, con i suoi edifici fin de siècle e i parchi lussureggianti, era riservato alle antiche famiglie di Sofia, ai Privilegiati e agli Introdotti (loro).
Nel frattempo certi quartieri socialisti suscitano interesse nel viaggiatore occidentale, che in qualche modo arriva ad apprezzare a livello estetico tali paesaggi. D’altro canto quasi tutte le città del blocco orientale non sono più immuni al processo di gentrificazione e alla sensibile crescita dei prezzi degli immobili. Come vedi questi due fenomeni? Sono inaspettati, sorprendenti?
Una ottima osservazione. Man mano che il tempo scorre e il capitalismo divora il mondo, le città della Guerra fredda sono diventate molto più simili a qualunque altro luogo. C’era da aspettarselo. Adesso lo spartiacque non è più tanto tra est e ovest, ma tra i centri urbani e la provincia. La provincia viene saccheggiata per nutrire i centri che crescono, compresi i data centres. Questo sta accadendo in tutta Europa ed è la maggiore minaccia per i nostri futuri.
Stiamo perdendo le nostre risorse naturali per cederle a grandi aziende estrattive. I prezzi degli immobili a Sofia, come in tante altre capitali europee, sono diventati follemente costosi, ed è un processo artificiale: investitori che comprano proprietà le quali poi rimangono vuote, compagnie tecnologiche che delocalizzano, imprese edili che arrivano a costruire complessi sempre più numerosi e ampi: estrazione, distruzione, costruzione, ecocidio. Nel mentre le persone qualunque non riescono a permettersi di comprare niente. Tutto ciò è insostenibile.
Quanto mi sbagliavo sul fare semplicemente la turista, sul riprendere possesso di me. Quanto ingenua a non capire i meccanismi fondamentali del viaggio nel tempo. Perché il viaggio è proprio questo, in Bulgaria. Puoi consultare a piacimento la cartina più aggiornata, ma in un modo o nell’altro finisci sempre da qualche altra parte.
Negli ultimi anni ti sei probabilmente abituata a viaggiare di più in Bulgaria sia allo scopo di scrivere i libri del tuo Quartetto Balcanico e anche per presentarne le edizioni bulgare ai lettori. Viaggiare nella tua madrepatria ti fa ancora sentire come in questo passaggio?
Da un certo punto di vista è ancora vero. Non in senso personale, bensì collettivo. La Bulgaria è un paese che ha attraversato periodi di cambiamento accelerato, per la maggior parte traumatico. Non c’è stato tempo per riprendersi dai traumi, e questo si percepisce nei paesi svuotati, nelle città di provincia che si sgretolano, nelle infrastrutture e fabbriche comuniste abbandonate, come dopo una guerra silenziosa. Eppure la naturale abbondanza e bellezza del paesaggio riesce a sopraffare con la sua generosità. Questo paradosso è come una ferita nella terra e nella mente. Crea un’esperienza disorientante, come se vari piani temporali esistessero al contempo.
La Bulgaria è ancora un paese che vive con naturalezza su diversi piani temporali? Si tratta di un qualcosa di caratteristico per la Bulgaria, secondo te, oppure è una sorta di “tratto meridionale” (come descrivi ne Il lago) che viene condiviso da altri paesi e aree “meridionali”?
Sì, la percepisco in questo modo. È un tratto meridionale e balcanico. Qualcosa che si trova nella terra, nella cultura e nella storia profonda dei Balcani, e nella psiche delle persone. Sono i secoli di vita lenta, di vita orientale. Vero è che i Balcani, Bulgaria compresa, sono state brutalizzate dal rapido comunismo industriale, seguito dal capitalismo estrattivo globale, ma il tempo scorre ancora secondo un orologio orientale qui. E non c’è niente di romantico in questo. È un fatto. È nell’atmosfera.
Non dimentichiamoci che urbanizzazione e industrializzazione hanno raggiunto la Bulgaria e i Balcani molto tardi, dopo la Seconda guerra mondiale. Una cosa simile a quanto avvenuto nella zona che abitualmente si chiamava Levante. Il Levante, i Balcani, e parti dell’Europa meridionale condividono molto di ciò che è venuto dall’est. Qualcosa di prezioso è rimasto conservato nella terra, qualcosa di profondo, antico e lento. E la verità è lenta. Ecco perché la pastorizia in quanto stile di vita è ancora in corso in queste parti del mondo. Attorno a questo ruota il mio ultimo libro, Anima.
La definizione “cittadino del mondo” è reale? È possibile considerare il mondo la propria casa oppure è soltanto un modo per sfuggire o rifiutare parte della propria identità?
È una compiaciuta illusione ma anche il fatto di avere il passaporto giusto. Essere uno ‘spirito globale’ è stato in voga per un periodo, dopo la caduta del Muro di Berlino. Ma adesso ha perso ogni significato, credo. Il sistema globale è in totale collasso. E il genocidio televisivo e il tormento delle persone di Gaza e l’assalto ancora in corso contro i palestinesi, con il sostegno dei governi occidentali, ha reso qualsiasi cosa ‘globale’ vacua.
La sola definizione possiamo sperare di darci è quella di cittadini della Terra e fratelli e sorelle nell’umanità. E di saperci in affinità con tutti gli altri esseri viventi, i nostri cari animali e piante. Affinità e riverenza per ogni vita, questa è la nostra vera identità.
Tutto il resto è semplicemente passaporti, consumo ed estrazione. Ecco perché io vedo nel localismo la via per andare avanti. Unirci in nuove comunità, e vivere bene nei nostri luoghi: questo è l’unico futuro sostenibile, e spero diventi un fenomeno ‘globale’, mentre cresce la nostra resistenza contro il sistema attuale di governance mondiale che vuole solamente escavare la Terra e insieme a essa le nostre stesse anime. Dobbiamo continuare a unirci per reclamare il nostro essere cittadini della Terra.
Kapka Kassabova sarà in Italia il prossimo 4 maggio a Trieste al teatro Rossetti alle ore 18:30 nell’ambito della rassegna Border Stories – storie di confine.
L’autrice, insieme a Mojca Pajnik (Università di Ljubljana), Anna Granata (Università degli Studi di Milano Bicocca) terrà un incontro incentrato sul confine umano, di incontro e scontro tra etnie, gruppi sociali ed identità. Ingresso libero.
Una strada senza nome, Kapka Kassabova, traduzione di Anna Lovisolo, Crocetti Editore, 2026