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Intervista al giornalista Cavid Ağa: “Queste sono le elezioni più noiose della storia dell’Azerbaigian”

Il 7 febbraio 2024 in Azerbaigian si svolgeranno elezioni presidenziali anticipate. Si tratta di una tornata elettorale dal risultato scontato. In un paese di stampo autoritario, l’attuale presidente, Ilham Aliyev, dovrebbe affermarsi senza problemi per un quinto mandato consecutivo. Ciononostante, l’appuntamento elettorale è un buon momento per darvi un quadro della situazione in Azerbaigian. Lo abbiamo fatto intervistando Cavid Ağa, ricercatore e giornalista indipendente azero.
Cavid Ağa, a tuo modo di vedere, perché Aliyev ha deciso di anticipare le elezioni a febbraio (le elezioni erano previste per la fine del 2025 e il presidente ha annunciato la nuova data lo scorso 7 dicembre)?

Tutti si aspettavano elezioni anticipate nel 2024, ma ci attendevamo elezioni parlamentari, non presidenziali. Nel 2025 si sarebbero dovute svolgere sia elezioni parlamentari che presidenziali. Pensavamo che quelle parlamentari venissero anticipate al 2024, seguite poi da un referendum costituzionale e, infine, da elezioni presidenziali.

Non è andata così e in tanti si chiedono il motivo. A mio modo di vedere – e le dichiarazioni di Aliyev confermano questa opinione – la tempistica di queste elezioni ha come obiettivo una legittimazione interna, ma anche esterna. Vuole dire: “Ok, abbiamo dato un’opportunità agli armeni di votare e loro hanno deciso di non farlo. È un problema loro”. Queste, infatti, saranno le prime elezioni a svolgersi in tutto il paese, incluso il Nagorno-Karabakh.

Inoltre, Aliyev ama gli anniversari e le cifre tonde. È salito al potere nel 2003 (succedendo al padre Heydar), esattamente vent’anni fa (quando avevo dieci anni, ora ne ho trenta) e a lui piace questo anniversario.

Vuole entrare nei libri di storia come suo padre ed eclissarlo. Lui è il presidente che ha vinto la guerra, mentre suo padre è il presidente che ha fermato la guerra siglando il cessate il fuoco con l’Armenia nel 1994 e viene ancora criticato per questo.

Quindi le elezioni adesso sono una forma di legittimazione anche se Aliyev sa che, in qualunque momento si voti, lui verrà rieletto.

Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha riconquistato l’intera regione del Nagorno-Karabakh, in precedenza sotto controllo armeno. Il passaggio di mano dell’area, internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian, ha spinto gli oltre 100mila abitanti armeni della regione a fuggire in Armenia. Per saperne di più, ecco la nostra breve storia del Nagorno-Karabakh. 
Anticipare le elezioni è anche un modo di provare a sfruttare l’euforia per la vittoria nella guerra lo scorso settembre?

Sì, perché l’Azerbaigian investirà molto in Karabakh. Useranno i soldi dei contribuenti e le entrate di petrolio e gas nella ricostruzione. Dal momento che le aziende europee non sono, in larga parte, interessate a investire in Karabakh e l’economia turca non cresce, si punta molto ai paesi arabi del Medio Oriente. In ogni caso, i costi della ricostruzione porteranno l’Azerbaigian alla stagnazione economica.

Quindi, Aliyev vuole usare l’euforia della vittoria subito, prima che le persone inizino a lamentarsi per la situazione economica. Per trent’anni il governo ha giustificato i problemi economici con la necessità di dare la priorità al Karabakh. Ora la situazione è cambiata e questa giustificazione è venuta meno.

Qual è la narrazione delle elezioni sui media controllati dallo Stato? Spingono le persone a votare?

Nel momento in cui stiamo parlando [lintervista ha avuto luogo il 30 gennaio, N.d.A.] conto cinque messaggi dalla Commissione elettorale centrale sul mio telefono in cui invitano la popolazione a votare. Questo non era mai successo prima. Penso che siano consapevoli del fatto che la partecipazione al voto sarà molto bassa.

Queste sono le elezioni più noiose della storia dell’Azerbaigian.

Nessuno parla dei candidati perché non sono per il pubblico interno. Sono sicuro che Ilham Aliyev vuole che i discorsi dei suoi avversari vengano tradotti in inglese e altre lingue straniere e mandati ai partner occidentali. Questo perché le promesse elettorali degli altri sono ridicole.

Per esempio, uno di loro ha detto che dovremmo inviare l’esercito a combattere in supporto della Turchia in Siria. Un altro ha dichiarato che dovremmo togliere la cittadinanza agli armeni del Karabakh e insediare nelle città del Karabakh abbandonate dagli armeni a settembre gli azeri fuggiti dall’Armenia negli anni Novanta. Infine, un altro ha detto che dovremmo ribattezzare il paese Azerbaigian del Nord e mandare le nostre rivendicazioni territoriali all’Iran [nel nord dell’Iran vive una consistente minoranza azera, fonte di tensione ricorrente tra i due paesi, N.d.A.].

Una delle dichiarazioni di Zahid Oruj, teoricamente uno dei concorrenti di Aliyev.
Seguite Cavid Ağa su X/Twitter per notizie e aggiornamenti sull’Azerbaigian in inglese

Penso che Aliyev voglia mostrare ai partner occidentali che i suoi avversari sono più pazzi, più violenti e più imperialisti di lui e che lui è l’alternativa migliore.

Ma la gente comune in Azerbaigian non è interessata, le elezioni sono un qualcosa di cui si scherza. Questo è il motivo per cui il governo vuole un certo livello di partecipazione.

Tutti sanno chi verrà eletto. Non c’è neanche bisogno di un periodo di campagna elettorale, che in questa tornata elettorale è durata solo 22 giorni, mentre in passato durava circa 150 giorni. Che tipo di campagna elettorale si può fare in 22 giorni?

Tutti sanno che le elezioni sono un imbroglio e non vogliono partecipare.

È notizia di questi giorni la sospensione delle credenziali della delegazione dell’Azerbaigian dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Negli ultimi mesi abbiamo anche sentito una retorica molto aspra da parte di membri delle istituzioni azere nei confronti di paesi occidentali quali Francia e Stati Uniti. Stiamo assistendo a un transizione che porterà l’Azerbaigian a essere un regime pienamente autoritario che non fa neanche finta di rispettare i valori democratici occidentali? 

Per quanto riguarda le reazioni nei confronti dell’Occidente, sono in linea con la retorica dei partiti populisti di estrema destra occidentali, per esempio in paesi come l’Italia, l’Ungheria la Slovacchia e la Serbia.

Vogliono usare questa sponda e puntano, soprattutto, sulla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti che sarebbe un regalo per l’establishment dell’Azerbaigian.

Non hanno problemi con l’Occidente. Hanno problemi con gli ideali democratici di certi politici occidentali che vorrebbero democrazie come vicini e fanno campagne al riguardo. A parte questo, hanno ottime relazioni con l’Italia, l’Ungheria, ma anche il Regno Unito. Infatti la famiglia Aliyev ha grandi investimenti e proprietà a Londra e non solo.

Quindi l’Occidente non è un nemico per loro, ma è solo uno strumento di demonizzazione. Hanno bisogno di un nemico esterno, ma esso non può essere la Russia o un paese lontano come la Cina. L’Occidente è una valvola di sfogo ideale.

Per Baku, l’Occidente è un partner economico, non politico. Vogliono solo soldi e investimenti europei. Non, per esempio, la liberalizzazione dei visti Schengen per i cittadini azeri.

Per quanto riguarda il sistema politico, siamo già a un livello alto di autoritarismo e non credo che la situazione possa peggiorare ulteriormente.

Le autorità azere vogliono infatti apparire come un paese secolare agli occhi dei conservatori occidentali. Un paese islamico amico di ebrei e cristiani, ma non favorevole ai diritti LGBT+. Non seguiranno i modelli di Iran e Turchia, preferiscono conservare una forma di governo secolare e questo richiede una qualche forma di democrazia.

Infine, all’inizio della guerra, avevano puntato su una sconfitta della Russia in Ucraina. Adesso osservano la stanchezza della guerra in Ucraina ed Europa e sono preoccupati. Temono che una volta che la Russia abbia finito con l’Ucraina si concentrerà sul Caucaso. Per questo non vogliono che l’Occidente intervenga nella regione per non dare scuse alla Russia per intervenire a sua volta.

Abbiamo parlato dell’immagine multiculturale che l’Azerbaigian vuole dare di sé in questa intervista a tre accademici azeri.
Spostandoci alla politica internazionale. Come vive il paese la guerra tra Palestina e Israele, un alleato storico dell’Azerbaigian?

Quando tutto ha avuto inizio lo scorso ottobre, quasi tutti in Azerbaigian supportavano Israele, per esempio con messaggi sui social. Ma la percezione pubblica del conflitto è cambiata.

Adesso in molti sono contro Israele e non vogliono partecipare a eventi in cui ci sono diplomatici israeliani o sponsorizzati dall’ambasciata di Israele.

Per comprendere la posizione del governo, invece, è interessante seguire come i media azeri raccontano gli eventi per capire quello che sono autorizzati a dire dalle autorità. Per esempio, per ora i media parlano di un conflitto tra Israele e Hamas, senza nessuna menzione della Palestina. Un altro caso, se leggo online da fonti estere che ci sono stati più di 25mila vittime palestinesi, i media azeri parlano di oltre 25mila militanti di Hamas uccisi.

Al contempo, l’Azerbaigian ha promesso di costruire una scuola in Palestina. Questo perché non vogliono neanche perdere il supporto della Organizzazione della cooperazione islamica contro l’Armenia.

In sintesi, l’Azerbaigian cerca di mantenere il silenzio sulla questione. Fa come la scimmia che non vede, non sente e non parla.

Tornando alla situazione interna, temi ripercussioni con le autorità per quello che scrivi?

No, al momento non ho paura, nonostante abbia amici in prigione. Penso che il governo azero, per quanto sia autoritario, preferisca non andare contro lupi solitari come me.

Attaccano le persone che si organizzano in partiti e altri generi di movimenti. Per esempio, di recente hanno arrestato dei corrieri di Bolt perché hanno provato a creare un sindacato. Oppure arrestano le persone che insultano direttamente la famiglia Aliyev.

Andare contro una persona che non è parte di una organizzazione è contro i loro interessi. Rischierebbero di farne un martire e dargli fama.

A partire dal mese di novembre e in preparazione alle elezioni di febbraio, le autorità azere hanno stretto la morsa sulla già limitata stampa libera del paese arrestando almeno undici giornalisti.
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Aleksej Tilman
Aleksej Tilman

Laureato in scienze politiche, ha vissuto due anni a Tbilisi, lavorando e specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell'area caucasica all'Università Ivane Javakhishvili. Ha collaborato con East Journal dal 2015 al 2021.