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Il busto di Lenin nella piazza principale del villaggio fantasma di Pyramiden (Wikimedia Commons/Zairon)
Se vi dicessero che il busto di Lenin più a nord del mondo si trova in territorio norvegese, ci credereste? È il caso del busto di Lenin che del villaggio fantasma di Pyramiden, alle isole Svalbard. Per spiegare la sua presenza in un territorio che, di fatto, non faceva parte dell’Unione Sovietica, bisogna tornare alla storia di ambizioni geopolitiche e utopie socialiste, nel cuore dell’artico.
Uno scorcio del villaggio di Pyramiden (Wikicommons/Zairon)
Lo sviluppo del villaggio minerario in epoca sovietica
L’arcipelago delle Svalbard, pur appartenendo alla Norvegia, gode di uno status giuridico unico che venne stabilito dal trattato omonimo, nel 1920. Questo trattato consente ai paesi firmatari di sfruttare le risorse naturali dell’area, e fu proprio grazie a una delle clausole che l’Unione Sovietica poté insediarsi stabilmente nella regione.
La miniera fu costruita nel 1939, ma entrò in funzione ufficialmente solo nel 1956, segnando l’inizio della piena attività industriale dell’insediamento.
Il logo della compagnia di Arktikugol davanti ad un edificio a Pyramiden (Wikicommons/Zairon)
Nonostante l’attività estrattiva fosse il suo scopo principale, Pyramiden non fu mai soltanto un villaggio minerario, ma piuttosto una vera e propria vetrina del modello socialista, per come era stato concepito.
Fin dagli anni Cinquanta e Sessanta il villaggio iniziò ad espandersi rapidamente, accompagnando la crescita economica e industriale sovietica di quegli anni: strade, condotti e infrastrutture vennero costruiti progressivamente in un ambiente estremo, dove persino l’acqua e il riscaldamento dovevano essere trasportati attraverso tubature sopraelevate a causa della presenza del permafrost.
Nel suo periodo d’oro, tra gli anni Settanta e Ottanta, la città arrivò a ospitare migliaia di abitanti, diventando una sorta di “città modello” del socialismo nell’artico.
La stampa sovietica dell’epoca, in particolare il quotidiano Pravda, descriveva questi insediamenti e la loro deyatelnost (attività produttiva) con toni grandiosi e celebrativi. Negli articoli pubblicati tra il 1934 e il 1940 si raccontava di quote di produzione del carbone costantemente superate, di una popolazione in crescita e di lavoratori impegnati anche in attività culturali, come cori e orchestre, per affrontare con spirito i lunghi inverni artici.
Qui, nel mezzo del nulla, nacque un microcosmo autosufficiente e nel pieno della sua attività, tra gli anni Settanta e Ottanta. Oltre al lavoro legato alle miniere, Pyramiden ospitava centinaia di abitanti e offriva servizi che si potrebbero definire veramente sorprendenti per un luogo così remoto: c’erano una piscina coperta, una palestra, una biblioteca, una sala concerti, una scuola, un ospedale, una mensa e persino alcune serre riscaldate per la coltivazione degli ortaggi freschi.
Migliaia di tonnellate di terra furono trasportate dal continente per coltivare ortaggi e creare dei prati verdi, mentre gli animali da allevamento venivano importati per garantire la produzione di carne e latticini.
Il tutto non era però solo per una questione di comfort, ma piuttosto a scopo propagandistico: Pyramiden doveva dimostrare che il sistema sovietico poteva funzionare (e prosperare) praticamente ovunque. Si può dire, quindi, che l’obiettivo fosse dimostrare che il sistema socialista era sempre in grado di garantire quel benessere e qualità della vita che tanto pubblicizzava, anche in condizioni estreme come quelle del circolo artico.
La palestra per i minatori di Pyramiden (Wikicommons/buiobuione)
Eppure, dietro questa immagine ideale si nascondevano tantissimi problemi strutturali, che infine ne causarono anche il successivo abbandono. L’isolamento geografico, i costi di mantenimento elevati dei vari servizi e l’inevitabile dipendenza dai sussidi statali rendevano l’insediamento molto vulnerabile da un punto di vista economico. In effetti, la città non fu mai realmente redditizia, perché l’estrazione del carbone copriva solo una minima parte del fabbisogno sovietico e gran parte del combustibile veniva consumato direttamente sul posto, per mantenerlo in funzione.
Il vero valore di Pyramiden divenne quindi strategico solamente da un certo momento in avanti: quando iniziò ad essere considerato come avamposto sovietico in un territorio sotto sovranità norvegese, ma ben vicino alle rotte e agli importantissimi interessi militari dell’artico.
L’abbandono negli anni Novanta
Il crollo arrivò negli anni Novanta, in parallelo con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. La crisi economica, il passaggio all’economia di mercato e l’esaurimento progressivo delle risorse resero impossibile sostenere un insediamento così costoso in parallelo a quello di Barentsburg. A ciò si aggiunsero anche degli eventi catastrofici, come l’incidente aereo del 1996, che causò la morte di decine di minatori e delle loro famiglie.
Con il crollo dell’Urss, il sistema che garantiva il sostentamento del villaggio di Pyramiden entrò rapidamente in crisi, portando ad una drastica diminuzione dei suoi abitanti. La geografia stessa del luogo contribuiva tanto alla sua esistenza quanto alla sua vulnerabilità: situata ai piedi di un ghiacciaio, Pyramiden dipendeva dalle acque di fusione per il proprio approvvigionamento idrico, ma quelle stesse acque, soprattutto in estate, causavano frequenti alluvioni e danni alle infrastrutture, rendendo necessaria la costruzione continua di dighe e sistemi di protezione.
Oggi, delle decine di edifici che componevano l’insediamento, solo due sono ancora effettivamente in funzione: l’hotel e il centro culturale, che ospita anche un cinema tuttora operativo. Dopo l’abbandono, anche i sistemi idrici non vennero più mantenuti e nel 2006 una grande inondazione travolse parte del villaggio e invase anche la piazza principale.
Quel che resta del villaggio fantasma di Pyramiden
Dal momento in cui i residenti abbandonarono il villaggio, la natura ha iniziato lentamente a riappropriarsi dei propri spazi originari, con tutti i processi ambientali di erosione, scioglimento del permafrost e movimenti del suolo che hanno trasformato il paesaggio sull’isola. La fauna e flora tipiche delle Svalbard hanno completamente colonizzato gli edifici e varie specie di uccelli marini nidificano spesso nelle strutture abbandonate, volpi artiche utilizzano le vecchie tubature come rifugi, tutto mentre le ultimissime tracce di attività umana sembrano destinate a durare ancora per un po’, in attesa che avvenga un totale smantellamento del complesso.
Oggi, Pyramiden si presenta una sorta di “capsula del tempo” a cielo aperto. Gli edifici sono ancora in piedi e dei vecchi murales sovietici resistono sulle loro pareti, mentre il busto di Lenin rimane ad osservare il paesaggio artico, diventando un’icona paradossale della presenza sovietica molto fuori dai propri confini.
Tra le curiosità più affascinanti, oltre al celebre monumento, vi è sicuramente il contrasto tra l’architettura d’epoca sovietica, rigida e funzionale, e l’ambiente naturale circostante tipico delle isole Svalbard, con l’aggiunta di una montagna a forma di piramide che domina il paesaggio e da cui il villaggio prende il nome.
Il monumento all’ingresso della cittadina (Wikicommons/Zairon)
Negli ultimi anni Pyramiden ha anche conosciuto una nuova, esile forma di sostentamento grazie al turismo e alla ricerca scientifica. Un piccolo numero di residenti stagionali mantiene operative alcune strutture e accompagna i visitatori alla scoperta di questo insediamento, solitamente nel periodo estivo, quando l’isola diventa accessibile grazie alle temperature più “miti”, dato che non ci sono strade che collegano il villaggio ad altri luoghi abitati ed è perciò accessibile solamente con mezzi navali, elicotteri e motoslitte (la capitale, Longyearbean, si trova a 50km di distanza).
All’inizio del 2024 a Pyramiden vivevano appena una dozzina di persone e sono esattamente quelle che, per lo più, sono impiegate nel settore dell’ospitalità. Si tratta dei dipendenti della compagnia statale russa Arktikugol, ancora proprietaria dell’area e responsabile delle attività russe nel villaggio. Negli ultimi anni, è stata proprio l’azienda che ha cercato di rilanciare Pyramiden come destinazione turistica, arrivando a definirla una sorta di “fenice artica, più viva che mai”, ma con l’arrivo della pandemia di COVID-19 nel 2020, insieme alle sanzioni seguite alla guerra in Ucraina e al boicottaggio da parte di molte compagnie turistiche, riluttanti a sostenere economicamente il regime di Putin, questo progetto sembra essere diventato difficile da realizzare.
Per approfondire l'argomento, leggi il nostro articolo sugli interessi russi contemporanei nelle isole Svalbard.
Pyramiden resta, in definitiva, un luogo simbolico e assolutamente unico nel suo genere: è un villaggio fantasma e al contempo un esperimento socialista fallito, che continua a raccontare non solo la propria storia ma anche dell’ideologia, delle ambizioni geopolitiche e del declino del sistema che rappresentava in quel remoto angolo di mondo.
Il villaggio rimane fermo ad un’altra epoca, quasi come se tra il freddo dei ghiacci e il silenzio il suo passato non fosse solo un ricordo ma la prova tangibile di una società che si è spenta quando il governo sovietico l’ha abbandonata.
Laureata in studi sull’Est Europa (MIREES) dell’Università di Bologna, svolge un master in diritti umani presso il Global Campus of Human Rights. Ha vissuto a Tbilisi, Parigi e Francoforte e si occupa principalmente di diritti umani e identità nello spazio post-sovietico. Parla inglese, francese, russo e un po’ di georgiano e farsi (livello base).