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Il 31 maggio 1944, un treno con 339 persone partì da Trieste in direzione del campo di concentramento di Dachau. Tra i deportati, anche il prigioniero politico Piero Maieron, a cui è dedicato il libro-memoriale I miei giorni a Dachau curato dallo studioso Marco Coslovich edito da nuovadimensione.
Nel libro-memoriale, Piero Maieron ripercorre il periodo più duro e brutale della Seconda guerra mondiale, quello dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Da quel giorno infatti, i rastrellamenti, gli eccidi, le deportazioni ad opera dei nazisti si fecero sempre più frequenti, soprattutto nel nord-est ancora sotto controllo della Wehrmacht, l’esercito tedesco, e delle SS. I miei giorni a Dachau racconta soprattutto della vita nel campo di tedesco, tra sfruttamento e morte prima della tanto agognata liberazione.
L’estratto che proponiamo parla però di un altro aspetto della guerra, quello forse meno conosciuto: la resistenza in Carnia, l’area a nord di Udine al confine con l’Austria. Resistenza a cui prese parte lo stesso Mairon, arrestato insieme alla famiglia il 28 maggio 1944 durante un rastrellamento a Paluzza. Una storia poco nota fuori dai confini regionali ma che ha contribuito in maniera determinante alla liberazione definitiva dell’Italia.
Copertina del libro I miei giorni a Dachau di Piero Maieron (nuovadimensione)
La Carnia nella Resistenza
A diciassette anni si ha la convinzione che “si potrà fare qualcosa”, si nutrono speranze, si ha fiducia nel futuro, si fanno progetti, si cerca di motivare la propria esistenza con i primi ideali. Ma, in fondo, si hanno molti grilli per la testa. L’impressione generale è che c’è tanto tempo di fronte a te, e che tutto quello che ti circonda, che ti coinvolge magari, senza che nemmeno te ne accorga, è solo una parte di quella tua vita che, in fondo, deve ancora svolgersi per conoscere il mondo. Eppure a diciassette anni la mia esistenza si ammantò di una così tragica esperienza che condizionò poi tutta la mia vita.
Nel periodo che sto ricordando, dopo l’8 settembre 1943, per Paluzza, paese natio, iniziava veramente il periodo bellico. Le notizie della guerra fino a poche settimane prima giungevano di rimbalzo, soffocate e alimentate dalle solite voci, dalle chiacchiere delle persone anziane e delle donne. Paluzza è un centro di montagna della Carnia, piccolo e isolato; era già una grossa novità il passaggio di qualche automobile, nonostante vi fosse pochi chilometri più sopra il passo di Monte Croce, dal quale si poteva accedere in territorio austriaco, ormai sin dal 1938 parte integrante del Terzo Reich. Per avere veramente notizie sull’evolversi delle vicende belliche e della vita politica del nostro paese, bisognava scendere perlomeno fino a Tolmezzo. Fino al giorno dell’armistizio (8 settembre 1943), la vita, in quell’estremo lembo di terra italiana, scorreva apparentemente tranquilla, velata da una atmosfera di cupo silenzio, generato quasi da un comune e tacito accordo: sui visi affioravano i segni inequivocabili di un presagio di morte, un oscuro messaggio che si trasmetteva, come un morbo, ora a una famiglia, ora all’altra. Questo lo posso ricordare per le poche volte che mi trovavo a casa, giacché all’epoca frequentavo gli studi presso l’istituto tecnico a Tolmezzo, ove rimanevo tutta la settimana, nel collegio salesiano Don Bosco.
Ma in quei giorni, anche sul nostro piccolo paese di montagna cominciavano a calare le ore più crude della guerra. Per le strade, nei volti della gente, nell’aria stessa, si poteva quasi toccare con mano un clima teso, pesante, come una snervante attesa. E non si dovette attendere poi molto. Una mattina ci si accorse che i nostri antichi camerati tedeschi percorrevano sempre più numerosi, sui loro automezzi, le nostre contrade. Sui loro volti non si poteva certo leggere l’allegria o la bonarietà degli odierni invasori delle nostre spiagge!. Andavano a occupare quei posti che prima erano presidiati dai nostri soldati e lo facevano con quell’arroganza e con quell’autoritarismo che costituivano la caratteristica dominante del soldato tedesco. I tedeschi sapevano benissimo che la Carnia era per loro un suolo ostile, e ciò li rendeva estremamente nervosi e preoccupati. Grandi cartelli agli incroci di strade di vitale importanza per le comunicazioni ne erano segno: «Achtung! Achtung! Bandengebiet!» (Attenzione, bande pericolose). «Achtung! Achtung! Straße… nur im Geleit Befahrbar» (Attenzione, strada percorribile solo con scorta). Cartelli che indicavano esattamente il tipo di lotta scelto dai Banditen. Paluzza e la Carnia tutta vennero invase dalle orde cosacche che, oltre a farne la loro terra di conquista (Kosakenland), usarono continue violenze e spietate persecuzioni1.
La Carnia conobbe le più pesanti amarezze della guerra, ma seppe sempre reggere ai più tristi avvenimenti con una forza d’animo tipica del rude e orgoglioso montanaro carnico. Sebbene sottomessa al giogo tedesco, infatti, la mia terra fu teatro di moltissimi episodi di “resistenza”, a testimonianza di un grande coraggio di ribellione. Fra i tanti episodi di allora, ve n’è uno in particolare che qui voglio ricordare, uno fra i più truci atti di criminalità consumati dai nazifascisti nel mio paese. Era il 21 luglio del 1944. Alcuni SS tedeschi e alcuni repubblichini, tra cui il capitano Uccellis, travestiti da partigiani della formazione Garibaldi-Carnia, valicando il confine presso i monti che sovrastano Paluzza, sopraggiunsero dalla vicina Carinzia in Italia. Giunti nelle malghe di Lanza e Pramosio, massacrarono senza apparente motivo ventidue persone, fra le quali vi erano cinque adolescenti e due donne (una in stato di avanzata gravidanza)2. Come in preda a un delirio di odio, il gruppo segnò il suo cammino prima violentando e poi uccidendo due donne. In località Moscardo pugnalò a morte due boscaioli reduci dal lavoro. Arrivati a Paluzza, alcuni componenti della banda soppressero dei civili cui avevano chiesto e ottenuto, grazie alla falsa uniforme, rifornimenti alimentari. Dopo aver fatto saltare gli impianti di comunicazione, si portarono a Cercivento e, incontrati autentici partigiani, finsero di “fraternizzare” per poi assassinarli a tradimento3. Questo non fu che il brutale annuncio della tragedia che si apriva.
I rastrellamenti non erano cosa rara e spesso per alcuni reparti di SS diventavano occasione per darsi al saccheggio e alla distruzione con il tacito placet del loro comando. Nel caldo pomeriggio del 22 luglio si registrò, sempre a Paluzza, un altro di questi episodi. Dopo aver circondato il paese, le truppe nazifasciste incominciarono un accurato rastrellamento, riuscendo a scovare solo pochi uomini, in quanto quasi tutti erano riusciti a trovare rifugio nei boschi vicini. Dopo averli pestati duramente con calci, pugni e bastoni e ridotti in fin di vita a colpi di pugnale sotto gli occhi terrorizzati dei familiari, devastarono le osterie e gli spacci di bevande alcoliche e ridiscesero ubriachi di vino e di sangue per riprendere la via del ritorno, senza tralasciare sporadici rastrellamenti qua e là per catturare braccia da inviare in Germania al lavoro coatto o per fare altre vittime. Morì così sulla soglia di casa un operaio di Rivo di Paluzza, probabilmente senza nemmeno accorgersi di quanto stava accadendo. Tre uomini vennero soppressi presso il ponte di Sutrio, dove altre persone furono fatte salire sui camion. In prossimità del bivio di Acquaviva, alcuni fra gli arrestati, fra i quali quattro uomini di Paluzza, già sfigurati e moribondi per i colpi ricevuti, furono trascinati giù dall’automezzo, uccisi a colpi di pistola e gettati nel greto del fiume But. Altre persone vennero via via eliminate: tre al ponte di Noiaris, una quarta a Piano d’Arta. Il motivo di questo orrendo massacro venne poi giustificato dal comando tedesco come azione di guerra contro i partigiani, rappresaglia per un furto di cavalli perpetrato ai danni di cittadini austriaci da una formazione partigiana della Garibaldi.
Lotta…
Dopo l’8 settembre 1943, la caccia ai soldati italiani, i rastrellamenti, le deportazioni in massa nei campi d’internamento in Germania, le fucilazioni e le rappresaglie scossero profondamente le coscienze, accendendo una naturale ribellione e alimentando un odio feroce per tanta crudeltà. Anch’io in questa sconvolgente tempesta di avvenimenti, seppure giovanissimo, ritrovavo in me sgomento e ripulsa nei confronti di chi esercitava una forza oppressiva e terroristica sulla popolazione civile. Questi sentimenti crescevano al ricordo di molti miei compagni di gioco che – di qualche anno più anziani – erano stati spinti dalla dittatura fascista in una terra lontana, sconosciuta, dalla quale non avevano più fatto ritorno. In una fresca mattinata di quel mese di settembre, mi trovavo con mio padre a bordo di un vecchio Fiat 34 – alimentato a legna – a trasportare del materiale militare dal deposito della Gaf (Guardia alla frontiera) di Paluzza a quello della caserma dell’8o Reggimento Alpini di Tolmezzo, presidiato da forze della Wehrmacht e repubblichine. Malgrado la sorveglianza, quasi per gioco, riuscii a sottrarre un paio di pistole e altro materiale che ritenevo utile per la situazione che andava determinandosi. Nei mesi seguenti, con alcuni compagni, mi divertivo imprudentemente a strappare dai muri i bandi di arruolamento nell’esercito della Repubblica di Salò e distribuivo volantini di propaganda antifascista. I tedeschi da tempo però erano a conoscenza che nella vallata dell’Alto But si erano andati costituendo dei nuclei di “ribelli”, e loro grande preoccupazione era quella di stroncare sul nascere la diffusione del “fenomeno partigiano”. Non tardò infatti a mettersi in moto la macchina da guerra hitleriana. Era la domenica del giorno 26 del mese di marzo del 1944, quando di primo mattino un consistente reparto di SS, partito dalla sede del comando di Tolmezzo, piombò improvvisamente su Paluzza, accerchiando tutto il territorio e presidiando i principali nodi stradali con agguerrite pattuglie per prevenire eventuali fughe. La gente, ignara degli avvenimenti, era tutta raccolta per assistere alla messa presso la chiesa di San Daniele, posta sul colle sovrastante la strada statale per Timau.
La notizia della presenza dei tedeschi si sparse rapidamente e il grido d’allarme generò un fuggifuggi generale attraverso i boschi vicini in cerca di rifugi sicuri. Allertata da staffette, di lì a poco, sopraggiunse una pattuglia partigiana della Garibaldi. Riconobbi fra i tanti “Augusto”, “Pompeo”, “Anteo”, “Furore”, “Nembo”, “Amos”, e altri ancora che conoscevo per precedenti contatti. Amos, catturato dai cosacchi durante l’offensiva di ottobre, finirà miseramente i suoi giorni, martoriato, nel campo di eliminazione di Flossenbürg. Ricordo che fu proprio lui a dirmi: «Pino, va jù in paîs a jodi ce ch’al suceit… atent a no lassâti cjapâ» (Pino, va’ giù in paese a vedere quello che succede… attento però a non lasciarti prendere). Non avevo ascoltato le ultime parole di raccomandazione, che già avevo scavalcato il muretto perimetrale della chiesa e mi trovavo a correre giù per i prati, cercando di tenermi possibilmente nascosto fra le sparse case e gli alberi. In breve, raggiunsi il fondovalle e sbucai nei pressi dell’asilo infantile di Casteons. Qui ebbi la fortuna di incontrare Lea, una mia cugina coetanea che si stava dirigendo verso casa assieme ad altre donne. Mi avvicinai a lei, la presi sottobraccio e accelerai il passo nella speranza di passare inosservato. Provavo, per la verità, una grande paura; camminavo meccanicamente e mi guardavo sempre intorno, trovando solo in lei una sensazione di relativa calma e sicurezza. Ma una pattuglia, appostata all’angolo di un crocicchio, con le armi spianate, ci fermò. Dal gruppo si staccò un Feldwebel (sergente) che, minaccioso, si portò verso di me: «Kommt Raus!» (Vieni fuori!), e afferrandomi per un braccio, non senza avermi malamente strattonato, mi accompagnò nei locali della Gil (Gioventù italiana del littorio), dove trovai altre persone, quasi tutte anziane, precedentemente rastrellate. Erano le undici del mattino quando incominciarono gli interrogatori. Un rinnegato, collaboratore dei nazisti, fungeva da interprete. Mi fu subito contestata la presenza fra i partigiani sul sagrato della chiesa, presenza attestata dal Feldwebel che poco prima mi aveva fermato, certo di avermi individuato con il suo cannocchiale. Avendo negato decisamente, incominciò un duro e pressante interrogatorio: «Quanti erano quei banditi? Dove si nascondevano? Chi li comandava? Che armi avevano? Pistole? Fucili? Mitra? Mitraglie? Chi erano? Come si chiamavano?» ecc. A ogni domanda seguiva da parte mia una netta risposta negativa, intercalata da un breve lasso di tempo riempito da calci e sberle, fra lo scherno e l’irritazione dei soldati tedeschi resi nervosi da un così ostinato silenzio. Dopo un tempo che a me sembrò senza fine, si convinsero che non sarebbero riusciti a farmi parlare, anche perché il Feldwebel forse dubitava di avermi visto fra i partigiani. Alla fine, dopo aver diligentemente annotato ogni notizia sul mio conto, nel lasciarmi andare, mi minacciarono di tenermi sotto stretta vigilanza e aggiunsero che, se al momento mi era andata bene, non potevo aspettarmi indulgenze per una eventuale futura occasione. Al rientro a casa trovai mia madre scossa dall’angoscia e dal pianto, e questo mi fece provare un senso di colpa e di rimorso.
Foto di Piero Maieron, autore del libro-memoriale I miei giorni a Dachau
Ma questo non era che il prologo di un più lungo e inconsolabile pianto. La mia decisione di combattere contro il nemico non vacillò, divenne, anzi, più consapevole. Ai primi di aprile del 1944, decisi di entrare a far parte di un distaccamento del battaglione Val But, che operava da tempo in tutta quella vallata. Azioni di guerriglia ci portarono al ricupero di armi e materiale bellico vario. Il giorno 3 maggio, al calare delle prime ombre della sera, piombammo sul presidio della guardia di finanza di Timau. L’azione portò alla resa di quei militari e alla consegna di tutto il materiale. La stessa notte tentammo di sorprendere la caserma dei carabinieri di Paluzza, trasformata dallo stesso comandante, date le circostanze, in un vero e proprio bunker. L’attacco non fu portato a termine per la tempestiva notizia che, da Tolmezzo, erano in arrivo forze nazifasciste di rinforzo. L’azione venne rinviata e meglio preparata con il concorso del Comitato di liberazione nazionale di cui mio padre faceva parte. Nella notte fra il 7 e l’8 maggio, grazie a un accurato piano meticolosamente studiato e messo a punto, e usando uno stratagemma concordato con le “guardie territoriali”, riuscimmo a penetrare nella caserma senza spargimento di sangue e con la resa di tutti gli occupanti. Il bottino fu ingente, e ciò permise l’arruolamento volontario di parecchi cittadini e, tra questi, tutti i carabinieri della stazione. Al loro ex comandante, pur sapendolo invasato da fanatica fede fascista, non torcemmo un solo capello, anzi lo accompagnammo lontano dal paese, con solenne diffida a rimetterci piede. Il giorno 21 dello stesso mese, guidati da “Augusto”, sorprendemmo un gruppo di repubblichini nel loro covo di Piano d’Arta, presso la caserma Gil: prelevammo tutte le armi, le munizioni e l’equipaggiamento. La lotta al nazifascismo si andava facendo ogni giorno più dura, una lotta senza tregua e senza risparmio di colpi.
P.A. Carnier, L’armata cosacca in Italia. 1944-45, Mursia, Milano 1998. I nazisti usarono il grande risentimento che i cosacchi nutrivano contro i russi sovietici. ↩︎
Archivio della Curia arcivescovile di Udine, Fondo Manoscritti nuovi, b. 810, fascicolo nell’ora attuale gennaio-aprile 1945, Relazione sulla strage di malga Pramosio; A. Buvoli, C. Nigris, Percorsi della Memoria civile, Ifsml, Udine 2004, cap. XLIV. ↩︎
A. Buvoli, A. Zannini, Estate-autunno 1944. La zona libera partigiana del Friuli orientale, Il Mulino, Bologna 2016. ↩︎
I miei giorni a Dachau. Untermenschen, i sotto-uomini di Piero Maeiron “Pino”, a cura di Marco Coslovich. Nuovadimensione, 2025
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