Come potrai immaginare, questo progetto ha dei costi, quindi puoi sostenerci economicamente con un bonifico alle coordinate che trovi qui di seguito. Ti garantiamo che i tuoi soldi verranno spesi solo per la crescita del progetto, per i costi tecnici e per la realizzazione di approfondimenti sempre più interessanti:

  • IBAN IT73P0548412500CC0561000940
  • Banca Civibank
  • Intestato a Meridiano 13

Puoi anche destinare il tuo 5x1000 a Meridiano 13 APS, inserendo il nostro codice fiscale nella tua dichiarazione dei redditi: 91102180931.

Dona con PayPal

Distruggere il mito: una rilettura realistica dei fatti del Maksimir

I fatti del Maksimir sono uno degli argomenti più raccontati all’interno di quel grande contenitore di fatti che sono le guerre jugoslave. Non c’è testata, sito, pagina Facebook che si occupa di calcio che non abbia riportato quanto accadde quel giorno. Tuttavia, spesso l’hanno fatto nel modo sbagliato (almeno parzialmente), rileggendo i fatti con il senno di poi e sposando un’interpretazione giunta soltanto in seguito.

A fare chiarezza su cosa successe nello stadio della Dinamo Zagabria il 13 maggio 1990 ci arriva il libro di Giordano Merlicco, Un passione balcanica. Calcio e politica nell’ex Jugoslavia dall’era socialista ai giorni nostri, edito da Besa Muci. Nel secondo capitolo, Dinamo-Stella Rossa: realtà e leggenda di una partita mai giocata, l’autore offre un dettagliatissimo spaccato di quella giornata, basandosi su fonti originali in lingua, raccontando quello che successe davvero e smontando alcuni miti che aleggiano da sempre intorno a quella gara.

Giordano Merlicco, dopo la laurea in Relazioni internazionali, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia. Ha insegnato in vari atenei in Italia e all’estero, dalla Sapienza di Roma all’Algeria, dal Myanmar alla Tunisia, dai Balcani a Wuhan, in Cina. Ha scritto rapporti per il Parlamento della Repubblica ed è autore di numerose pubblicazioni di storia e relazioni internazionali.  

Contesto storico di quella giornata

Il 22 aprile e il 7 maggio si erano tenute le elezioni per il rinnovo del parlamento croato. L’Hdz, Hrvatska demokratska zajednica (“Unione Democratica Croata”) aveva riportato una brillante vittoria, raggiungendo la maggioranza relativa dei suffragi (41%). In questo modo, il suo leader Franjo Tuđman era stato eletto presidente della Croazia. Le spinte secessioniste, i riferimenti al passato dello “Stato indipendente croato” ponevano Zagabria sempre più lontana da Belgrado e soprattutto dall’idea che teneva unita la Jugoslavia.

I fatti del Maksimir - Una passione balcanica
Il libro di Giordano Merlicco Una passione balcanica (Besa Muci, 2023)

La situazione politica aveva anche messo in allarme la componente serba che da sempre viveva in quella che è la Croazia odierna. Se inizialmente aveva scelto di continuare a sostenere il partito comunista, e i suoi successori, piano piano la minoranza si era spostata su posizioni sempre più nazionaliste, trovando una voce politica nel Partito Democratico Serbo, che a dispetto del nome era portavoce del nazionalismo di Belgrado.

13 maggio 1990: i fatti del Maksimir

Ironia della sorte il 13 maggio in Jugoslavia si festeggiava il “Giorno della sicurezza”, o come veniva chiamato dalla gente comune il “Giorno dell’Udba”, la Direzione militare per la sicurezza dello Stato. Allo stadio Maksimir di Zagabria era in programma lo scontro fra i padroni di casa della Dinamo e gli acerrimi rivali della Stella Rossa. Sportivamente la partita aveva poco da dire, in quanto i secondi avevano già vinto il titolo, mentre i primi, dopo un inizio scoppiettante, non erano riusciti a tenere il passo dei rivali. Eppure quella fra i bianco-blu e i bianco-rossi era comunque una partita sentita.

La situazione sugli spalti prima di quella partita era molto tesa, ma in una maniera diversa rispetto a quello che siamo soliti immaginare. I Bad Blue Boys, il gruppo ultras della Dinamo Zagabria, erano in aperta polemica con la squadra a causa dei risultati. Gli ultras accusavano i giocatori di scarso impegno, puntando il dito in particolare sul giovane capitano Zvonimir Boban. Il centrocampista originario di Imoschi non aveva digerito le critiche e aveva replicato alle accuse, tanto che si era quasi arrivati alle mani. Dalle ricostruzioni di Merlicco, si scopre che per quel giorno, sugli spalti della Dinamo era previsto un avvicendamento generazionale, ovvero uno dei gruppi più importanti aveva deciso di lasciare, ma prima di congedarsi, voleva chiudere con il botto: se non ci fosse stato un gol entro i primi venti minuti avrebbero invaso il campo e bloccato la partita, stanchi dell’ignavia dei propri giocatori.

I ranghi dei BBB erano stati rinforzati dall’arrivo di ultras da Lubiana e da alcune città croate, in particolare Fiume/Rijeka. I Delije, invece, stavano vivendo tutt’altra fase. Molti dei capi del tifo della Stella Rossa, infatti, avevano snobbato la partita, preferendo partecipare a una manifestazione cetnica a Ravna Gora, nella Serbia centrale. Da Belgrado partirono comunque circa duemila tifosi, ai quali si aggiunsero molti serbi di Croazia che vedevano in questa gara un modo per ribadire la loro appartenenza etnica, contrapponendola al crescente nazionalismo che si respirava a Zagabria.

I fatti del Maksimir - Lo stadio in una vista completa
Una vista complessiva dello Stadio Maksimir (foto Gianni Galleri, agosto 2017)

Abbastanza inspiegabilmente i tifosi della Stella Rossa furono fatti sistemare in una zona a ridosso di un settore occupato da tifosi della Dinamo, che dalla loro postazione dominavano dall’alto gli avversari. In questa situazione il lancio di oggetti verso chi stava sotto diventava quasi un’opzione obbligatoria (fatto che fra l’altro si era già verificato in un recente scontro fra la Dinamo e il Partizan). I Delije intonavano canti cetnici, i Bad Blue Boys rispondevano inneggiando ad Ante Pavelić e allo stato ustascia. L’unica convergenza si raggiunse quando i padroni di casa alzarono al cielo un coro per offendere il presidente serbo Slobodan Milošević. I serbi si unirono. Questo fatto non deve sorprendere, gran parte del pubblico di fede bianco-rossa presente quel giorno si poneva su posizioni politiche tali per cui il comunista Milošević era un nemico al pari dei croati.

Il mito della polizia filo-serba

Quando, come facilmente prevedibile, i tifosi croati iniziarono a lanciare sassi sui Delije questi si difesero staccando i cartelloni pubblicitari e facendosi così scudo con quelli. Dopo una prima fase di difesa, i serbi passarono al contrattacco abbattendo le recinzioni che li dividevano dai croati e cercando il corpo a corpo. Visto che gli ospiti stavano avendo la meglio, i padroni di casa posizionati nella tribuna orientale cercarono di dare manforte ai loro compagni, mentre i Bad Blue Boys che si trovavano in curva nord invasero il campo per raggiungere più velocemente la zona degli scontri.

I fatti del Maksimir - Una prima pagina dopo gli avvenimenti del 13 maggio 1990
La prima pagina del 14 maggio 1990 del Večernji List: “Odio, sangue, lacrime”

La polizia perse almeno quindici minuti. Quando decise di intervenire, ormai la situazione era fuori controllo e non più recuperabile. Il ritardo fu talmente evidente che, come riporta Merlicco, “il commentatore televisivo sottolineò subito che la polizia aveva atteso un quarto d’ora di troppo per intervenire, contribuendo a far precipitare una situazione che, con un’azione tempestiva sarebbe rimasta sotto controllo”. Il contesto politico, l’escalation della violenza negli stadi, i rapporti complessi fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa rendono ancora più incomprensibile il comportamento della polizia, tanto da far pensare a “una leggerezza che appare perfino sospetta”. I poliziotti in antisommossa non erano in numero sufficiente e questo potrebbe essere stato uno dei motivi per cui non se la sentirono di intervenire subito.

Quali furono le reazioni a caldo dell’opinione pubblica e della politica? Da Zagabria strumentalizzarono i fatti fin da subito, spiegando il mancato intervento della polizia come una simpatia filo-serba. “I poliziotti picchiarono solo i sostenitori della Dinamo” si sente dire in tante ricostruzioni in giro per il web. Come riportato in un articolo di Mondo, che intervistò un poliziotto presente, le cose andarono in maniera un po’ diversa: furono i BBB ad invadere il campo e in quel momento loro minacciavano lo svolgimento della partita. I Delije erano rimasti a fare scontri in tribuna e lì potevano essere arginati mentre la gara continuava il suo svolgimento. La narrazione della polizia amica di Belgrado e della Stella però fu molto utile alla nuova classe politica croata che la sfruttò per purghe nei settori strategici del paese: non solo contro i serbi, ma anche contro i croati che non si comportavano abbastanza da croati.

Il mito della partita che dette il via alla guerra

Oggi allo stadio Maksimir si trova un monumento che ricorda come la guerra patriottica sia iniziata proprio quel 13 maggio 1990. Il passaggio “dalle gradinate al fronte” è uno dei topoi delle guerre jugoslave. Gli ultras della Dinamo sposano totalmente questa narrazione, in quanto li dota di “dignità storica e politica senza precedenti”, come riporta Merlicco. Anche la stessa Dinamo si fa portavoce di questa versione dei fatti, ad esempio tramite le parole di Zdravko Mamić, che per tanti anni è stato una figura centrale del club zagabrese. In quest’ottica il fatto che i Delije avessero seguito la loro squadra, cessa di essere un comportamento normale dei tifosi di calcio e diventa un primo tentativo jugoslavo e granserbo di conquistare Zagabria e la Croazia tutta. I sostenitori bianco-rossi appaiono come gli unici colpevoli, mentre i BBB si sono soltanto difesi, anzi hanno difeso tutta la nazione.

I fatti del Maksimir - Il monumento a quanto accaduto il 13 maggio 1990 con targhe commemorative dei BBB
Il monumento ai fatti del 13 maggio 1990 fuori dal Maksimir (foto Gianni Galleri)

Questa tesi è smentita da Vladimir Faber, uno degli agenti allo stadio, che in seguito avrebbe comandato un plotone e partecipato alla guerra guidando la brigata Alfa (quindi non tacciabile di non essere un patriota). 

Ciò che è accaduto fu uno scontro tra hooligans, cresciuto di intensità a causa della reazione fallimentare dell’allora vertice della polizia di Zagabria, che invece di intervenire tempestivamente e in modo adeguato di fronte ai primi incidenti, ha lasciato che crescessero di intensità fino a divenire dei disordini.

A conferma delle parole del poliziotto anche i numeri dei feriti: 39 fra i BBB, 37 fra i Delije e ben 117 fra i poliziotti. Se fosse stata vera la vulgata più nota, il numero dei primi sarebbe stato senza dubbio più alto.

Il mito del calcio di Boban

Uno dei più grandi miti che gira intorno a quella partita è il celeberrimo calcio di Zvonimir Boban. Il capitano della Dinamo, con la maglia numero 10 sulle spalle, sferrò un potente colpo a un poliziotto, fratturandogli la mandibola. Merlicco ricostruisce i fatti. “Per sua stessa ammissione [Boban] ingiuriò pesantemente la polizia, destando l’ira di un poliziotto che lo colpì con un manganello di gomma; fu in reazione al colpo subito che il giocatore sferrò un calcio contro l’agente. Sembra facile ipotizzare che, nella concitazione del momento, la reazione di Boban sia stata determinata da un desiderio di vendetta personale, immediato, istintivo”.

I fatti del Maksimir - La curva della Dinamo dove stanno i BBB
La curva dei BBB (foto Gianni Galleri, agosto 2017)

Inizialmente Boban riferì che era intervenuto per proteggere un suo parente coinvolto negli scontri, che il suo gesto era contro la brutalità della polizia e che l’avrebbe fatto per ogni tifoso della Dinamo, della Stella Rossa o dell’Hajduk. Merlicco cita una serie di fonti che riportano le dichiarazioni del calciatore. Insomma nel primo Boban manca del tutto la componente politica, anzi, riportando testualmente l’autore di Una passione balcanica:

Non aveva alcuna intenzione di attaccare “il paese, la politica, né la polizia”, si era trattato semplicemente di “uno scontro personale fra due uomini”. […] Poco tempo prima il fuoriclasse croato aveva inoltre preso posizione contro l’esibizione sciovinista negli stadi, sottolineando l’inconsistenza dei cori nazionalisti dei BBB per sostenere una squadra come la Dinamo, che tra i suoi ranghi aveva giocatori serbi, musulmani e albanesi.

Per quei fatti Boban subì una squalifica di nove mesi e non poté partecipare con la Jugoslavia al mondiale di Italia 90, anche se non è detto che sarebbe stato convocato, visto che fino a quel momento aveva totalizzato quattro presenze con la maglia dei plavi, per un totale di circa undici minuti di gioco. Le misure contro il giocatore si fermarono lì. Tutto rimase nell’ambito calcistico e non vennero attribuiti valori politici né al gesto, né alla punizione. Dopo quella volta Zvonimir Boban vestì la maglia della Jugoslavia in altre quattro occasioni, compresa una volta dopo la così detta “Pasqua di sangue”. “In nessuna di quelle partite si verificarono episodi spiacevoli”.

Poi però successe qualcosa. I primi a riabilitare Boban furono i BBB, seguiti poi dai media e dai partiti nazionalisti, arrivando a sostenere che il calciatore era stato manganellato perché vicino all’Hdz. Via via che il fatto “assumeva le dimensioni mitiche” anche Boban cambiò versione. Dichiarò prima alla Cnn: “Ero una celebrità pronta a rischiare la vita, la carriera e tutto ciò che il successo mi avrebbe potuto dare per una causa ideale: la causa della Croazia”.

E ancora:

Mi ricordo con orgoglio di aver partecipato a quell’evento, insieme ai BBB e al popolo croato. Si trattò di un’autentica provocazione. Noi ci cademmo in pieno, ma in fin dei conti è andata bene, perché ciò ha condotto alla formazione del nostro Stato indipendente.

Quindi un giovane croato che lotta contro la polizia jugoslava, filo-serba per difendere quanto di più sacro esiste: la patria. In questa narrazione viene anche resa secondaria la notizia che il poliziotto colpito in realtà non fosse affatto serbo, ma bosniaco. Refik Ahmetović, questo il nome dell’agente, dichiarò “Noi volevamo calmare la situazione, mentre Boban ha invitato i BBB a scendere in campo”. A mettere la pietra tombale sulle intenzioni messianiche del futuro milanista è stato Mate Laušić, generale della polizia croata, nonché responsabile della sicurezza personale di Tuđman e poi capo della polizia militare – un personaggio non accusabile di simpatie anti-croate – presente allo stadio quel giorno.

Il calcio di Boban non aveva alcun valore patriottico e fu il clima di tensione del momento a favorire il “gesto istintivo di un giovane guidato dalle emozioni”. Egli ha aggiunto che “un gesto così brutale da parte di un giocatore che avrebbe dovuto abbandonare il campo, invece di entrare in conflitto con la polizia”, può essere qualificato solo come “vandalismo”.

Invito alla lettura di Una passione balcanica

Il capitolo di Merlicco di Una passione balcanica continua poi parlando delle tesi sulla premeditazione di quanto successe, sul ruolo di Arkan e su molti altri punti. È un libro completo, ben scritto e soprattutto ben documentato, che fa a pezzi tante leggende che inspiegabilmente continuano a circolare, ma lo fa con la forza delle fonti. Ne consigliamo vivamente la lettura, affinché anche il ruolo del calcio nella narrazione dei Balcani assuma un ruolo autorevole e aderente alla verità.

Condividi l'articolo!
Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” - di cui anima l’omonima pagina Facebook - (Urbone Publishing) e "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Da settembre 2019 a dicembre 2021 ha coordinato la redazione sportiva di East Journal.