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Oluja: l’impatto antropico di una Tempesta (militare)

Lungo i circa 40 km che separano Šibenik (Sebenico), città della Dalmazia costiera, da Knin (Tenin), nella Dalmazia interna, è possibile ammirare paesaggi di straordinaria bellezza: dalle ampie distese di macchia mediterranea al parco nazionale di Krka con le sue cascate e i suoi laghi, ogni anno meta di migliaia di visitatori. Tra le tappe obbligate rientra, a metà strada, anche una sosta a Drniš, famosa per il suo ottimo prosciutto.

Poco prima di arrivare a Drniš però, l’attenzione e la curiosità dell’ignaro viaggiatore vengono catturate da un’immagine insolita: un carro armato, trasformato in monumento commemorativo, posizionato sul ciglio della strada. Un cartello in croato e inglese racconta che in quella località, a Pakovo Selo, il 20 settembre 1991, le forze di difesa croate riuscirono a fermare l’avanzata delle truppe serbe impedendogli di prendere il controllo della costa. Quella vittoria permise di stabilire una linea del fronte che sarebbe rimasta immutata fino all’agosto del 1995, quando Zagabria lanciò la cosiddetta Operazione Tempesta (Oluja) che avrebbe cambiato le sorti della guerra e contribuito a costruire il mito dell’attuale nazione croata.

Una frontiera multietnica: la Krajina

Il termine “krajina”, in serbo-croato, indica un confine. Storicamente la Krajina ha rappresentato la zona di frontiera tra l’Impero asburgico e quello ottomano e si estende dall’entroterra della Dalmazia al fiume Sava, in un territorio appartenente oggi a Croazia e Bosnia Erzegovina. All’epoca dei grandi imperi la demografia della regione era caratterizzata da una maggioranza di croati e serbi in fuga dall’occupante ottomano.

Nel 1991 l’area di Knin, pur appartenendo formalmente alla Repubblica Socialista di Croazia, era abitata prevalentemente da cittadini serbi. Una situazione non unica né rara nella multietnica Jugoslavia socialista. Nel 1981, secondo i dati del censimento, i serbi erano il 72,8% della popolazione, i croati l’11,3% e coloro che si dichiaravano semplicemente jugoslavi più del 10%. Dieci anni dopo i serbi erano diventati l’85,5% dei circa 12.300 abitanti della città.

L’equilibrio multietnico dell’area fu però messo in discussione già a partire dal 1990. La comunità serba vide nella vittoria del partito nazionalista dell’Unione Democratica di Croazia alle prime elezioni multipartitiche del 1990 una minaccia alla propria sopravvivenza. Le città a maggioranza serba decisero così di riunirsi nella Repubblica Autonoma Serba di Krajina. Con la dichiarazione d’indipendenza di Zagabria del giugno 1991 le tensioni si trasformarono in conflitto aperto. La Repubblica Autonoma si unì alle altre regioni autonome serbe della Slavonia dando vita all’autoproclamata Repubblica Serba di Krajina, comprendente circa il 20% dell’intero territorio croato. La città scelta come capitale di questa entità, guidata da Milan Babić, fu proprio Knin.

Lo scoppio della guerra che portò alla dissoluzione della Jugoslavia travolse anche l’area di Knin con il suo portato di violenze e rappresaglie da parte dei gruppi paramilitari serbi appoggiati dalle forze regolari dell’Armata Popolare Jugoslava. A farne le spese non furono solo i semplici cittadini ma anche il patrimonio culturale e religioso. Significativa, ad esempio, la distruzione della chiesa di San Giacomo nella piccolissima città a maggioranza croata di Vrpolje (appena 500 abitanti nel 1991) o i bombardamenti dell’omonima cattedrale di Šibenik. Le violenze serbe provocarono la fuga di migliaia di cittadini croati verso le aree non controllate dai serbi. Per questi crimini vennero condannati dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia sia Milan Babić, primo presidente della Repubblica Serba di Krajina, sia Milan Martić, presidente nel 1994-95 nonché ministro della Difesa, dell’Interno e Comandante della difesa territoriale.

Babić venne accusato di omicidio, persecuzioni, trattamento crudele, distruzione immotivata e distruzione di luoghi dedicati al culto e alla educazione. Nel 2004 si dichiarò colpevole, presentandosi davanti al Tribunale “con un profondo sentimento di vergogna e pentimento”. Per la sua collaborazione ottenne uno sconto di pena che fu comunque di 13 anni. Venne trovato suicida nella propria cella nel 2006.

Martić, invece, accusato per i reati di crimini di guerra e contro l’umanità, si diede alla latitanza per sette anni consegnandosi spontaneamente al Tribunale solo nel 2002. Venne condannato a 35 anni di reclusione.

L’operazione Tempesta (Oluja)

La linea del fronte tra i due eserciti, come raccontato dal cartello posto a fianco del carro armato, si stabilì quindi a circa 20 km dalla costa. Nel gennaio 1992, l’armistizio di Sarajevo tra esercito jugoslavo e Croazia permise di instaurare un cessate il fuoco e il dispiegamento di forze di pace delle Nazioni Unite in determinate “aree protette”. Queste rappresentavano in realtà le aree controllate dai serbi, tra cui la zona di Knin. L’obiettivo era quello di evitare vendette e azioni militari che avrebbero potuto portare a una gravissima escalation proprio mentre cominciava la ben più sanguinosa guerra in Bosnia Erzegovina.

Tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995, Nazioni Unite, Unione Europea, Stati Uniti e Russia elaborarono il cosiddetto Piano Z-4 con cui si riconosceva ampia autonomia alle aree abitate prevalentemente da serbi rimanendo però all’interno del sistema statale croato. Il piano non suscitò entusiasmo a Zagabria e venne rifiutato ufficialmente da parte serba. Il mancato accordo spalancò le porte al ritorno delle armi.

Alle 5 del mattino del 4 agosto 1995 le forze croate lanciarono l’Operazione Tempesta (Oluja). Si trattò della più grande e importante operazione di tutta la guerra sul territorio croato. Mentre a livello internazionale i conflitti degli anni Novanta nei Balcani vengono definiti “guerre jugoslave”, in Croazia quel periodo viene ricordato come Domovinski rat (Guerra patriottica). Per i cittadini croati infatti, si trattò di una guerra di liberazione per l’indipendenza e l’integrità territoriale del paese.

La potenza di fuoco messa in campo dall’esercito croato in un fronte che si estendeva per oltre 630 km, dalla Dalmazia fino alla Slavonia Orientale, permise di liberare quasi tutto il territorio occupato dai serbi in pochi giorni, anche se con intensità di combattimento e conseguenze diverse tra le diverse aree. La forza dell’offensiva croata spinse in un primo momento Carl Bildt, inviato speciale dell’ONU, a opporsi fortemente e accusare il presidente croato Franjo Tuđman di essere responsabile delle vittime civili. L’obiettivo croato era però quello di fare in fretta, così da non dare la possibilità alla comunità internazionale di bloccare l’operazione in nome di un precario equilibrio regionale.

La vittoriosa offensiva, specie nel sud del paese, rappresenta tutt’oggi per il popolo croato un vero e proprio momento fondativo della nazione soprattutto per i nazionalisti più spinti che vedono nell’Operazione Tempesta (Oluja) una liberazione dall’ingombrante presenza serba. Non solo quella dei militari ma anche dei semplici cittadini che vivevano da secoli nella regione.

La quiete dopo la Tempesta?

In appena quattro giorni, l’Operazione Tempesta (Oluja) provocò 677 morti tra la popolazione serba e l’esodo immediato di circa 200mila persone, costrette ad abbandonare le loro case da un giorno all’altro. Molte di queste furono incendiate e distrutte dall’esercito croato così da impedire un possibile ritorno dei proprietari. Per molti si trattò di una vera e propria operazione di pulizia etnica, una delle meno sanguinose ma numericamente tra le più grandi di tutte le guerre jugoslave. A differenza di quanto accaduto con i politici e militari serbi però, i generali croati riuscirono ad evitare condanne definitive del Tribunale.

Particolarmente interessante la storia che riguarda Ante Gotovina. Accusato di crimini contro l’umanità durante l’Operazione Oluja, nel 2001 il Tribunale ne chiese l’arresto al governo di Zagabria. Gotovina entrò allora in latitanza, supportato indirettamente dallo Stato croato poco incline a mettere in atto gli sforzi necessari al suo arresto. Nel 2005 la cattura di Gotovina rientrò però come moneta di scambio nelle negoziazioni per l’adesione della Croazia nell’Unione Europea. I colloqui con Bruxelles vennero sospesi fino all’ordine di cattura ufficiale nei confronti di Gotovina emesso dal governo di Ivo Sanader. Il generale venne arrestato nel dicembre 2005 in Spagna e portato davanti il Tribunale con le accuse, tra le altre, di crimini contro l’umanità e violazione delle leggi e delle usanze di guerra. Nel 2011 venne condannato in primo grado a 24 anni di reclusione insieme ad un altro generale, Mladen Markač (18 anni di reclusione), mentre un terzo, Ivan Čermak, venne assolto da tutte le accuse. Un anno dopo però, la sentenza di appello capovolse completamente la prima condanna assolvendo completamente Ante Gotovina e Mladen Markač. Al loro rientro a Zagabria, i due furono accolti come eroi da una folla festante.

Riprendendo il viaggio da Drnis a Knin è possibile vedere un enorme cimitero fatto di centinaia di case abbandonate, distrutte dalla mano dell’uomo e lentamente conquistate dalla natura. Case dove un tempo vivevano in pace serbi, croati, italiani e che all’improvviso divennero luoghi di morte, di scontro. A distanza di quasi trent’anni quelle case stanno ancora lì, decadenti. Una sorta di museo dell’orrore a cielo aperto, un perenne monito della desolazione e dell’abbandono che solo le guerre producono e che nessuna bandiera nazionale può cancellare.

Attorno a questa schiera di case, che funge da “porta” della città, è possibile trovare ancora cartelli che segnalano la presenza di campi minati. A distanza di quasi trent’anni dalla fine della guerra, lo sminamento procede ancora con lentezza e non si è del tutto concluso. Un altro emblema di come le istituzioni preferiscano mantenere vivo il ricordo del conflitto e dello scontro invece di favorire un riavvicinamento e una riconciliazione tra i popoli. Mantenere quelle case distrutte o i campi minati attorno serve a ricordare la brutalità del nemico, ad alimentare la paura per quei vicini diventati improvvisamente assassini, a non concedere nessun riconoscimento alle vittime di una guerra fratricida che ha messo uno di fronte all’altro, fucili in mano, vicini di casa, amici di una vita, parenti.

Le stesse vittime di quella guerra, sia quelle croate che quelle serbe, subiscono costantemente un processo di politicizzazione da parte delle istituzioni: solo le proprie vittime meritano un ricordo, un monumento, una casa ristrutturata. Quelle degli “altri” sono solo effetti collaterali, quando riconosciute, o persino del tutto cancellate dalla storia, come se non fossero mai esistite. Una memoria selettiva che non fa altro che mantenere accesa la fiamma della reciproca diffidenza, che impedisce di gettare le basi per una nuova convivenza, fatta di solidarietà e pace come già successo più volte e per tanto tempo in passato.

Il 5 agosto rappresenta il giorno in cui tutte le differenze si manifestano apertamente. Da un lato le celebrazioni, presso la fortezza di Knin, del Giorno della Vittoria croata con la partecipazione dei veterani di guerra e di tutte le più alte cariche dello Stato. Dall’altro in Serbia, dove si sono rifugiati la maggior parte di coloro che sono scappati dalle proprie case, si celebra invece una giornata di lutto.

Per fortuna c’è pure chi lavora in senso contrario, cercando di unire invece che dividere, chi si spende per raccontare la storia con le lenti della verità e fornire giustizia alle vittime, a prescindere dal loro credo religioso o dalla loro appartenenza etnica. È il caso del Centro per il confronto con il passato (Documena – Centar za suočavanje s prošlošću). Il Centro si pone come obiettivo l’avvio “di un dibattito sulle politiche pubbliche che incoraggino a confrontarsi con il passato, raccogliendo dati, pubblicando ricerche su eventi di guerra, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani”. Un lavoro ancora oggi necessario, affinché le macerie materiali e sociali della guerra possano lasciare spazio a una nuova, comune, rinascita.

Foto: Daniele Pescatore

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Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.