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Il "picchio russo", zona di alienazione, Čornobyl’-2, 2017 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Tra le foreste della Polesia, nel nord dell’Ucraina, c’è un luogo dove il tempo si è fermato due volte. La prima, nella notte del 26 aprile 1986, quando l’esplosione del reattore 4 di Čornobyl’ trasformò l’area circostante in una zona contaminata e abbandonata. La seconda, nel febbraio 2022, quando l’invasione russa su larga scala l’ha resa di nuovo inaccessibile. Tra quegli alberi cresciuti sopra le rovine, i veicoli abbandonati, i barili di metallo e quei silenzi carichi di storia, svetta ancora il “picchio russo”, un colosso d’acciaio che rappresenta tuttora l’unico radar sovietico di quel tipo rimasto al mondo.
Barili abbandonati, zona di alienazione, 2017 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
La storia del picchio russo metallico
Era il 2017 quando entrai per la prima volta nella zona di alienazione. Ricordo la polvere sulle strade che portavano a Pryp”jat’, i cartelli arrugginiti che indicavano una città che non esiste più, e che nel 2022 sarebbero stati rimossi per disorientare le truppe armate russe che avanzavano. Poi, all’improvviso, oltre la vegetazione spontanea che aveva riconquistato ogni centimetro di asfalto, quella struttura enorme, arcuata e silenziosa: il “picchio russo”.
All’epoca era già un relitto. Conosciuto come Duga-3, era l’ultimo esemplare rimasto al mondo di quel sistema radar di tipo sovietico, perché la contaminazione dell’area di Čornobyl’-2 ne aveva reso troppo complessa e costosa la demolizione; tutti gli altri erano stati smantellati dopo la fine della Guerra fredda. Ma il picchio, per quanto ne sappiamo, è ancora lì.
Duga-3, zona di alienazione, 2017 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Si tratta di un picchio particolare, che ha smesso di battere nel 1989. Il suo suono, metallico e tagliente, aveva infestato per anni le frequenze radio di mezzo mondo, guadagnandosi il soprannome di The Russian Woodpecker. Progettato con lo scopo di intercettare il lancio di missili balistici intercontinentali, era un radar capace di rilevare istantaneamente qualsiasi minaccia proveniente dal nemico (nel caso specifico: gli Stati Uniti).
Dall’alto, ancora oggi, la struttura appare come un arco gigantesco – duga in russo. Il sistema di antenne, lungo più di mezzo chilometro e alto più di 150 metri, era la versione migliorata del Duga-1 e del Duga-2, costruiti entrambi nei pressi della cittadina ucraina di Mykolaïv e comunicanti con quelli della città chiusa di Lian-2, situata sull’autostrada tra Chabarovsk e Komsomolsk-na-Amure, nella Federazione Russa. Il sistema Duga-3 funzionava grazie a un array di trasmettitori e ricevitori distanti circa 60 chilometri l’uno dall’altro, situati tra Čornobyl’-2 e Ljubeč-1.
Nel 2017, l’area era visitabile ma completamente abbandonata, presidiata dai soli militari al posto di blocco vicino al cancello d’ingresso, ancora decorato con due stelle rosse sovietiche. Tutto sembrava congelato nel tempo: murales del realismo socialista, poster con falce e martello, apparecchiature radio dell’epoca.
Ingresso al Duga-3, zona di alienazione, 2017 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
La città chiusa di Čornobyl’-2, che sulle mappe ufficiali figurava come un innocuo “campeggio estivo”, ospitava un tempo più di 1.500 persone operative.
Nel parchetto vicino ai monumenti dedicati a Hiroshima e Nagasaki, la statua di Lenin era ancora al suo posto: una delle ultime rimaste in tutta l’Ucraina, sopravvissuta al Leninopad proprio perché la zona di alienazione era intoccabile. Lenin, però, se ne è andato da lì senza far rumore, probabilmente dopo il 2022: la guerra ha fatto ciò che trent’anni di leggi di decomunistizzazione non avevano osato fare.
Monumento a Lenin, Čornobyl’, 2017 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Di “picchi”, “container” e “girasoli”
Proprio nel 2017, dopo aver visitato la zona, mi imbattei in una notizia che mi colpì: alcuni radioamatori avevano intercettato un segnale molto simile a quello del vecchio Duga-3. Esperti di varie nazionalità ne avevano accertato l’autenticità. Si trattava di un nuovo radar russo a lungo raggio – Over the Horizon – chiamato Container (29Б6 Контейнер), il cui trasmettitore si trovava a Kovylkino, nella Repubblica di Mordovia. Dichiarato operativo nel 2019, il sistema riusciva a captare missili balistici fino a una distanza di tremila chilometri, con emissioni molto più discrete rispetto al suo predecessore.
Il Container non era però un caso isolato: in Siberia e in Kamčatka stavano spuntando anche i Sunflower (Подсолнух), progettati per individuare bersagli oltre la curva terrestre: una sfida alle leggi della fisica che non lasciava certo tranquilli.
Poi è arrivato il 24 febbraio 2022. Le forze russe sono entrate nella zona di alienazione nel primo giorno dell’invasione su larga scala, occupando Čornobyl’ mentre avanzavano verso Kyiv. Il passaggio dei mezzi militari ha sollevato il suolo contaminato, provocando un aumento significativo dei livelli di radiazione. Durante la ritirata, l’area è stata disseminata di mine antiuomo, e ancora oggi squadre ucraine e internazionali lavorano a una bonifica lenta e complessa.
La zona di alienazione è tornata a essere terra di confine militarizzata. La visita che ho descritto, la passeggiata tra le antenne arrugginite, l’atmosfera sospesa di Čornobyl’-2: tutto questo appartiene ormai a un mondo inaccessibile.
Ingresso alla città chiusa di Čornobyl’-2, 2017 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha confermato che il sistema ha perso parte delle sue funzioni di sicurezza, mentre sono in corso interventi temporanei in attesa di una riparazione completa. Kyiv ha accusato Mosca, che ha ovviamente negato.
Quasi in parallelo, nell’aprile 2024, droni ucraini hanno colpito l’impianto di Kovylkino, in Mordovia, danneggiando il radar Container. L’erede moderno del “picchio russo” è stato, ironicamente, messo fuori uso proprio dalle stesse tecnologie del paese che incarnano la guerra contemporanea.
Il cerchio si chiude in modo inatteso. La zona di alienazione è di nuovo inaccessibile e minata, con un sarcofago che esibisce una ferita aperta invece di proteggere il mondo.
Mappa della zona di alienazione, mostra Čornobyl’. Podorož, Kyiv, 2021 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Eppure, quei luoghi continuano a esistere, o perlomeno lo fanno nel regno virtuale: STALKER 2: Heart of Chornobyl, il videogioco sviluppato dagli ucraini di GSC Game World – la cui lavorazione è proseguita durante la guerra, con parte del team sfollato all’estero – include il Duga come location esplorabile, ricostruito nei dettagli con una cura quasi ossessiva. Il gioco è uscito nel novembre 2024 con un’accoglienza enorme, tanto che a Kyiv, sul tetto di uno dei centri commerciali della capitale, campeggia ancora oggi il suo cartellone pubblicitario.
Una città in guerra che si racconta attraverso un videogioco ambientato nelle sue rovine radioattive: forse è un modo per dire che quei luoghi esistono ancora e che appartengono a chi li ha perduti.
Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.