Chiatura, tra crisi ambientale e violazioni dei diritti dei lavoratori

Il complesso minerario della municipalità di Chiatura, Georgia, un tempo tra i principali poli mondiali per l’estrazione del manganese, oggi è segnato da una profonda crisi ambientale e continue proteste operaie che, purtroppo, portano a pochi risultati di fronte all’indifferenza della classe politica del paese e alla corruzione della compagnia “Georgian manganese”. 

In questo articolo ripercorreremo la cronologia degli scioperi dei minatori per poi sollevare interrogativi urgenti sul prezzo umano ed ecologico dello sviluppo sostenibile, mentre la domanda di manganese cresce anche in Europa senza adeguati controlli lungo le catene di approvvigionamento. 

Le miniere di Chiatura

I giacimenti di manganese nell’odierno territorio municipale di Chiatura sono stati scoperti per la prima volta dal famoso poeta Akaki Tsereteli nel 1879. Data la ricchezza di materiali, la città attirò molto presto investimenti stranieri, arrivando in breve tempo a diventare uno dei centri più importanti al mondo per l’estrazione del manganese: si stima che, agli inizi del Novecento, le miniere georgiane fossero arrivate a coprire il 50 e il 60% del fabbisogno mondiale del metallo.  

Durante i primi anni dell’Unione Sovietica, l’attività estrattiva fu inizialmente portata avanti da compagnie estere in accordo con la Nuova Politica Economica (NEP) leninista, per poi essere statalizzata e ampliata enormemente in epoca staliniana. Proprio durante quegli anni, infatti, fu allargato il labirinto di miniere sotterranee e a cielo aperto nella regione e fu costruita un’impressionante rete di funivie per facilitare lo spostamento dei lavoratori tra gli stabilimenti. Già allora, il complesso era finalizzato all’efficienza produttiva, mentre questioni come danni ecologici, i diritti dei minatori e problemi di salute legati all’inalazione del manganese passavano in secondo piano.

Dopo la caduta dell’Urss le attività cessarono sino a quando le miniere non furono vendute, durante il periodo di privatizzazione efferata del governo Saakashvili, alla “Georgian Manganese”, di proprietà della compagnia inglese Stemcor del gruppo Privat, notoriamente in mano a due dei più discussi (e corrotti) oligarchi ucraini, Ihor Kolomojskyj e Henadij Boholjubov.

Nel 2013, la “Georgian Manganese” si è ritrovata sotto sanzioni amministrative per non aver adempito ai suoi obblighi finanziari e per non aver rispettato le normative in vigore per il rispetto dell’ambiente e, per questo, è stata ceduta a un’altra società finanziaria del medesimo gruppo per sfuggire alla prosecuzione giudiziaria. Questo “passaggio di proprietà” è stato usato per incolpare la vecchia gestione degli illeciti che, invece, la nuova gestione avrebbe risolto.  

Gli scioperi dei minatori

Nonostante le promesse, la “Georgian Manganese” ha continuato a violare sia le norme di tutela ambientale che le condizioni della sua licenza mineraria. Nel 2017 la corte di giustizia georgiana ha perciò incaricato un rappresentante statale di controllare le attività della compagnia, dopo che diversi rapporti avevano segnalato un livello di inquinamento del suolo e delle falde acquifere tale da avvicinarsi a una catastrofe ecologica. Tuttavia, l’intervento si è rivelato inefficace, visto che tra gli amministratori della compagnia ci sono tuttora dei rappresentanti del partito di maggioranza dal 2012, “Sogno Georgiano”, come Giorgi Kapanadze. 

Nel 2019, quando lo sfruttamento intensivo iniziò a causare una visibile degradazione del terreno nel villaggio di Shukruti e in altre aree limitrofe, compromettendo la sicurezza dei minatori e delle famiglie che vi abitavano, sono iniziati gli scioperi e le proteste. 

Numerosi reportage documentavano che le case davano segnali di gravi cedimenti strutturali, alcune strade erano collassate e che i tubi del gas, prima sottoterra, erano in superficie. Parallelamente, nella regione si era registrato un aumento percentuale nei casi di malattie respiratorie e tumori: gli ospedali locali avevano cominciato anche a segnalare casi di manganismo, una grave forma di intossicazione cronica che provoca danni neurologici progressivi simili alla malattia di Parkinson (nonostante le loro dichiarazioni, non ci sono studi comprensivi che abbiano analizzato la situazione propriamente). Infine, anche gli infortuni sul lavoro avevano raggiunto livelli inaccettabili.  

Nel 2020, dopo mesi di sciopero della fame da parte dei rappresentanti dei minatori, particolarmente drammatico in una regione in cui le miniere rappresentano l’unica fonte di sostentamento, la compagnia aveva ceduto alle richieste dei manifestanti e aveva sottoscritto un memorandum in cui riconosceva il diritto dei residenti a compensazioni monetarie per la perdita delle loro case e, in generale, per i danni ecologici. Nonostante questo, i risarcimenti sono stati erogati solo in maniera parziale a un numero limitato dei segnatari.

Nel frattempo, la situazione ambientale della municipalità di Chiatura si è ulteriormente deteriorata sino a quando, a marzo del 2024, un’enorme crepa a Shukruti ha di colpo distrutto case e appezzamenti.  

Di fronte al peggioramento della situazione, i minatori, che già avevano protestato gli anni precedenti con poco successo, hanno ripreso lo sciopero della fame, cucendosi la bocca e accampandosi dinnanzi all’ingresso delle miniere. Dato che l’attenzione mediatica era però per lo più concentrata sulle vicine elezioni dell’ottobre 2024, hanno quindi preso la decisione di spostarsi a Tbilisi e di stabilirsi sulle scale del parlamento georgiano in Rustaveli. 

Lo sciopero della fame è durato più di un mese e ha prostrato molti dei partecipanti, più volte ospedalizzati per il preoccupante deterioramento delle loro condizioni di salute, aggravate dal rifiuto delle autorità georgiane di concedere loro di piantare delle tende o anche solo di mettere dei teloni che potessero proteggerli dalla pioggia autunnale. Nonostante questo, sono rimasti lì.  

Protesta Chiatura
I minatori in sciopero della fame davanti al Parlamento georgiano nel settembre del 2024 (Meridiano 13/Sofia Mischi)
Protesta dei minatori di Shukruti, Chiatura, per la degradazione del terreno
Protesta dei minatori di Shukruti, Chiatura, per la degradazione del terreno e l’insolvenza della compagnia, 22 settembre 2024 (Meridiano 13/Sofia Mischi)

La compagnia, invece di assolvere alle sue promesse, ha deciso di portare avanti una campagna diffamatoria: sfruttando la campagna governativa contro le organizzazioni di “agenti stranieri”, ha accusato i manifestanti di essere stati manipolati dall’opposizione per compromettere la credibilità dello stato georgiano in vista delle elezioni. In realtà, i partiti di opposizione, che avrebbero potuto fare leva su questa situazione per introdurre una discussione più ampia sui problemi sociali della Georgia contemporanea e sui diritti dei lavoratori, non hanno quasi mai interagito con i minatori in sciopero. 

Nonostante il disinteresse della classe politica, lo spostamento dello sciopero a Tbilisi ha permesso ai minatori di ricevere un supporto più ampio della società civile, che li ha aiutati ad ottenere viveri e a organizzare delle azioni di protesta significative: il primo ottobre 2024 c’è stato un lungo corteo che dal parlamento ha quasi raggiunto la casa (o, meglio, il palazzo) in collina dell’oligarca Bidzina Ivanishvili, capo di “Sogno Georgiano”.

Naturalmente i manifestanti, tra cui vi erano le donne del villaggio di Shukruti che non partecipavano allo sciopero della fame, sono stati fermati in strada da un cordone di polizia. Da quel momento i giovani hanno continuato a esprimere solidarietà ai minatori, come riporta Politico, anche nelle proteste del 2025.

Inizio del corteo per i diritti dei minatori del complesso di Chiatura
Inizio del corteo per i diritti dei minatori del complesso di Chiatura, davanti al Parlamento di Tbilisi, 1 ottobre 2024 (Meridiano 13/Sofia Mischi)

In un ultimo atto di sfida, “Georgian Manganese” ha infine implicato che i minatori volessero estorcergli denaro, per poi fare loro causa per danni economici, visto che gli scioperi avevano causato la chiusura temporanea delle miniere. Questo modus operandi è proseguito e nel 2025 l’azienda ha fermato le operazioni di estrazione, rifiutandosi di pagare i salari per zittire le giuste rimostranze dei minatori. Contestualmente, ha aumentato il ricorso all’estrazione a cielo aperto, con ulteriori rischi per l’ambiente e la salute pubblica. 

Il 29 aprile i rappresentanti degli scioperi degli ultimi anni, Giorgi Neparidze, Merab Saralidze, Tengiz Gvelesiani e Achiko Chumburidze, sono infine stati arrestati con l’accusa di aver aggredito il direttore delle miniere Tengiz Koberidze. Condannati a quattro anni di carcere nel gennaio del 2026, sono diventati un simbolo dell’insolvenza della compagnia e della repressione delle proteste, che tuttavia non si sono fermate.

Chiatura ci riguarda

In un’inchiesta di Politico, prima del suo arresto, Giorgi Neparidze ha sottolineato la corresponsabilità delle istituzioni europee nelle azioni della “Georgian Manganese”. Il manganese, infatti, è un elemento cruciale per la transizione ecologica, dal momento che viene utilizzato nella produzione delle pale eoliche e delle batterie delle macchine elettriche. Infatti, nel 2022 l’export del manganese georgiano ha ricoperto il 3% del fabbisogno totale europeo. 

Tuttavia, le compagnie europee non sono obbligate a tracciare la provenienza dei materiali che usano, né tantomeno devono assicurarsi che la loro estrazione avvenga in condizioni di rispetto dei diritti umani dei lavoratori e dell’ambiente: la “Direttiva sulla diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità” che doveva occuparsi di valutare l’ottemperanza della catena di approvvigionamento delle risorse a questi criteri, varata dal Consiglio dell’Unione Europea (solo) agli inizi del 2025, è stata infatti deregolamentata pochi mesi dopo.

Questo è un indice preoccupante per la Georgia (e per altri paesi esportatori), dato che la domanda per il manganese continuerà a crescere non solo per la transizione energetica, ma anche per il riarmo. In una situazione, come quella di Chiatura, in cui l’estrazione del metallo e i profitti dell’azienda non provengono “solo dall’estrazione di risorse, ma dallo sfruttamento sia dei lavoratori, che della terra” (come spiega eloquentemente il minatore David Chinchaladze), è dovere di tutti interrogarsi se questo è il prezzo che vogliamo far pagare agli altri per il nostro benessere sacrificando, secondo Neparidze, le vite delle 40mila persone che tuttora vivono a Chiatura. 

Naturalmente, la necessità di portare avanti la transizione energetica è innegabile, parlare di riarmo inevitabile: anzi, di recente la stessa questione della transizione si è evoluta nei termini della securitizzazione, dato che viene identificata come il modo più funzionale per non dipendere troppo dalle logiche del mercato del petrolio e gas naturale che, soprattutto in Italia, importiamo quasi esclusivamente dall’estero. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che, se si continuerà ad agire senza le opportune regolamentazioni, ricadremo nella medesima logica dello sviluppo industriale dei secoli scorsi, in cui il prezzo della nostra prosperità sarà pagato dal sacrificio dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente in altri paesi del mondo.  

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Sofia Mischi
Sofia Mischi

Neolaureata del master in East European and Eurasian studies (MIREES) presso l’università di Bologna. S’interessa della storia, politica e cultura dello spazio ex sovietico, specialmente del Caucaso. Attualmente, vive tra Milano e Tbilisi.