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“I cani di Sarajevo” di Paolo Rumiz

Il testo che segue è un estratto del libro La linea dei Mirtilli di Paolo Rumiz, ripubblicato recentemente da Bottega Errante Edizioni. Una raccolta di reportage prodotti durante la guerra in Bosnia-Erzegovina che raccontano la vita di quel periodo, con le sue difficoltà, speranze e contraddizioni. Il testo selezionato è stato scritto proprio a Sarajevo nell’ottobre 1993, dopo un anno e mezzo dall’inizio dell’assedio.

In poche pagine Paolo Rumiz restituisce una radiografia precisa della quotidianità sarajevese fatta di bambini che giocano, di cani che cercano tra i rifiuti, della necessità di prendersi il tempo per il caffè, di importantissimi e insostituibili gesti. Come quello di tre ragazzi (un serbo, un croato e un musulmano) che da tre posti diversi d’Europa permettono a migliaia di persone di sentire i loro parenti lontani. Poche righe per mostrarci come alle distruzioni materiali Sarajevo abbia saputo contrapporre relazioni umane basate sulla complicità e l’aiuto reciproco. Ma anche un nuovo rapporto con lo spazio, gli animali e la natura circostante.


«Mate Stoccolma Mate Stoccolma rispondete». Amir il radio-amatore, dalla sua soffitta di Skenderija, a duecento metri dalle linee serbe, esplora la notte stellata con una manopola. La velocità di questo giovane musulmano nel modulare le frequenze è speculare alla lentezza, esasperante e tutta bosniaca, con cui quelle stesse mani, poco prima, ci hanno preparato il caffè. La radio gracchia, miagola; Amir si accende una sigaretta, ricomincia a chiamare. Da diciotto mesi i “baracchini” sono l’unico contatto fra la Bosnia e il mondo. Via etere si raggiunge un “amico” a Stoccolma, Bari o Francoforte e questo fa “ponte” – telefonando a sue spese – con Belgrado, Zagabria o la Dalmazia. Un lavoro insostituibile: in guerra le notizie sono più importanti del cibo, il silenzio è peggiore della fame. Sapere che da qualche parte, in Europa, i tuoi cari stanno bene ti aiuta a non farla finita.

«Amir Sarajevo Amir Sarajevo ti sento debolmente, passo». Stoccolma risponde. Mate è un croato bosniaco emigrato in Svezia, ora la sua vita di pensionato è completamente assorbita da questa missione umanitaria. La sua ultima bolletta telefonica è stata di sedicimila marchi, quindici milioni di lire. Ha dato fondo alla pensione e ai risparmi, ora qualche amico lo aiuta e persino il governo svedese (l’Italia facesse altrettanto!) gli dà un contributo. Così, come Dio vuole, Mate riesce ad andare avanti, incollato dieci ore al giorno alla ricetrasmittente. A Zagabria, mi racconta Amir, c’è un altro straordinario “centralino”. Si chiama Savo, e ha tre handicap di partenza: è serbo, è un ex ufficiale dell’Armata ed è anche cieco. È saltato su una mina durante un’esercitazione. Savo non ci vede, ma sente lontanissimo. Dalla sua postazione ha seguito la guerra minuto per minuto. Aiutando migliaia di persone, di cui forse non conosce neanche il nome.

In guerra le notizie sono più importanti del cibo, il silenzio è peggiore della fame. Sapere che da qualche parte, in Europa, i tuoi cari stanno bene ti aiuta a non farla finita.

Un musulmano, un croato, un serbo: un triangolo che polverizza gli sbarramenti etnici con un bombardamento di megahertz. Messaggi che beffano i cannoni, arrivano puliti oltre il tanfo delle retrovie, ridicolizzano il gioco delle demonizzazioni nazionali. Captando magari per caso le comunicazioni dell’Armata, questi uomini sono stati fra i primi a capire, un anno e mezzo fa, che la guerra era alle porte. Oggi sono i primi a capire che forse la guerra è alla fine. Sigaretta, ciabatte e T-shirt, l’autista di mezzi pesanti Amir davvero non capisce cosa spinga noi occidentali a venire all’inferno, quando lui non vede l’ora di uscirne, per ricominciare da zero altrove. Ma intanto, Amir è il simbolo di questa città che resiste, che non vuole morire. O forse è solo costretta a vivere.

Tre delle copertine con cui l’opera di Paolo Rumiz è uscita nel corso degli anni

Gridano e ridono i bambini di Sarajevo, si organizzano per bande, invadono le strade come stormi di passeri. Magri e anemici eppure pieni di vita, quando c’è il sole riempiono la città di una surreale allegria. Sarajevo sopravvive perché ha una straordinaria capacità di arrangiarsi. Nonostante l’assedio e la mafia del mercato nero, il gioco delle relazioni interpersonali funziona a pieno regime per aprire un canale di rifornimenti e comunicazioni anche a chi è vecchio e malato. Non c’è spazio per pensare ad altro, le preoccupazioni della vita materiale hanno prosciugato nel cervello qualsiasi attività speculativa. Mi dice Iljas, professore di storia all’università: «La mia vita è talmente assorbita dal contingente che le mie capacità intellettuali sono scese al minimo. Un esempio? Due anni fa parlavo correntemente il tedesco, oggi in tedesco fatico a esprimere concetti elementari».

Amir davvero non capisce cosa spinga noi occidentali a venire all’inferno, quando lui non vede l’ora di uscirne, per ricominciare da zero altrove. Ma intanto, Amir è il simbolo di questa città che resiste, che non vuole morire.

La notte, i cani di Sarajevo si muovono in branco, cercano fra i rifiuti. Di giorno, dormono al sole nelle strade del centro e nessuno li caccia via, c’è persino qualcuno che butta loro degli avanzi. Non sono pericolosi, non si azzannano tra loro e non abbaiano quasi mai perché sono ex cani di famiglia: abbandonati dai padroni incapaci di nutrirli, hanno semplicemente ricreato una loro vita di gruppo. Solo i più forti sono sopravvissuti, e difatti i cani di Sarajevo si somigliano tutti. Sembrano tutti dei molossi un po’ smagriti. Nella grande penuria di cibo hanno rinunciato alla difesa dei rispettivi territori, sono rifluiti al naturale nomadismo ricostruendo con l’uomo il rapporto ancestrale. Come nel Neolitico, ripuliscono i resti dei pasti umani e ricambiano abbaiando in presenza di un pericolo.

Ma è tutta la vita animale che a Sarajevo si è trasformata nell’emergenza di guerra. I gatti, per esempio, sono spariti. Sono stati i primi a finire in pignatta la scorsa estate, quando si bombardava a tappeto e non c’erano ancora gli aiuti umanitari. Oggi, l’unico micio in circolazione è la piccola mascotte dell’Hotel Holiday Inn. Del resto i gatti avrebbero avuto poco lavoro: da tempo i topi sono emigrati in massa verso la campagna perché in città non avevano più niente da mangiare. Gli uccelli, al contrario, si sono inurbati a migliaia, perché i buchi delle granate sui solai hanno aperto rifugi perfetti per superare l’inverno e sfuggire ai rapaci delle montagne. Sparito invece il pollame, per assenza di pane e becchime, oltre che di spazi sicuri.

Del resto i gatti avrebbero avuto poco lavoro: da tempo i topi sono emigrati in massa verso la campagna perché in città non avevano più niente da mangiare. 

Anche il mondo vegetale ha subito la sua rivoluzione di guerra. Gli alberi hanno superato indenni il primo inverno solo perché fischiavano le granate, ma oggi che le artiglierie quasi tacciono e al mercato nero la legna è già a mezzo milione al metro cubo, si cominciano ad abbattere i primi platani. La relativa pace di queste giornate d’autunno ha trasformato anche gli spazi condominiali, coltivati a ortaggi. I casigliani si danno il turno, zappano, sorvegliano la roba anche la notte, poi si dividono i guadagni della vendita al mercato. La verdura è oro: un cavolo vale quindici marchi, carote e patate non sono previste nelle razioni Onu. Nel quartiere di Alipašino Polje persino le erbe matte dei viali sono sistematicamente rasate: è il lavoro di Ljubičica, la violetta, una bianca capretta menata al pascolo da un’apprendista pastora. Anche negli appartamenti si fa agricoltura, non c’è terrazza che non abbia il suo orticello di guerra. E nelle stanze ogni contenitore disponibile è riempito di terra e coltivato con le sementi targate Onu.

Ci si arrangia, nei modi più incredibili. E la cosa più incredibile di Sarajevo è che la gente ha ancora qualche soldo da parte. Nonostante i prezzi astronomici del mercato nero che frena gli aiuti umanitari per succhiar sangue alla gente, sotto il materasso c’è ancora qualche riserva. Marchi, dollari, fiorini olandesi. C’è addirittura un afflusso di valuta dall’esterno, la Banca di Bosnia ha inventato un sistema ingegnoso per rifornire a Sarajevo chi ha parenti all’estero. Istituti di credito collegati riversano il denaro sulla filiale della banca bosniaca a Vienna o Zagabria. Questa spedisce a Sarajevo un gran numero di corrieri con piccole quantità di valuta ciascuno, ma nel frattempo comunica alla sede centrale – con un messaggio registrato diffuso dai radioamatori – i nomi dei beneficiari. A questo punto, avvertiti attraverso i giornali o con manifesti affissi ai muri (in assenza di regolare servizio telefonico), questi ultimi possono incassare la somma attingendo alle riserve pregresse dell’istituto. Un trucco che ha consentito di movimentare alcuni milioni di marchi tedeschi.

Anche negli appartamenti si fa agricoltura, non c’è terrazza che non abbia il suo orticello di guerra. E nelle stanze ogni contenitore disponibile è riempito di terra e coltivato con le sementi targate Onu.

Ma la moneta più preziosa si chiama caffè e sigarette: è l’unica che non si svaluta. Un chilo di caffè oggi vale fino a settantamila lire, con una stecca di Marlboro sopravvivi un mese. Capita che qualcuno, in città, ti chieda una sigaretta. Se invece di fumarla se la mette in tasca, significa che la userà per comprarsi qualcosa. Ma comunque sia, caffè e tabacco qui sono più importanti persino del cibo. Non è solo tradizione balcanica e turca. È che quei due “lussi” sono il simbolo dell’ultima resistenza all’abbrutimento animale, l’unica via di fuga dalla realtà.

Nelle lunghe sere al lume di candela, senza neanche le pile per ascoltare la radio, o d’inverno, quando una banchisa di nebbia gelata color anice scende fin dentro le case, e la certezza ti assale che il mondo se ne frega che tu viva o muoia, in quei momenti il borbottio del fornello, il profumo del caffè e il fumo azzurro di una sigaretta diventano una consolazione incomparabile. Nella grande penuria, il superfluo ridiventa fondamentale. Una rivista a colori, un’acqua di colonia, una pipa nuova, una cravatta. Ma anche i teatri, i concerti, persino i concorsi di bellezza, che qui non hanno mai chiuso bottega. Farli è la più grande rivincita contro l’assedio. E contro il mondo, che ti vorrebbe oggetto passivo di attenzioni umanitarie. Dice Senad Avdić, giornalista libero di Zenica: «La gente si era abituata a guardare ai bosniaci come a degli uomini miti, passivi e affranti, da assistere. Oggi che qualcuno di noi alza la testa e si batte impugnando il mitra, questa comoda immagine va in frantumi ed ecco che il mondo non ci ama più. Con gli ebrei è successa la stessa cosa».

Caffè e tabacco qui sono più importanti persino del cibo. Non è solo tradizione balcanica e turca. È che quei due “lussi” sono il simbolo dell’ultima resistenza all’abbrutimento animale, l’unica via di fuga dalla realtà.

Chissà, forse è per questo che a Sarajevo le donne sono così belle. Perché il rossetto è anche una risposta ai cannoni. E il messaggio contenuto nel trucco degli occhi o nella pettinatura raddoppia la sua intensità. Forse è per questo che Kemal Monteno, cantante folk mezzo italiano e mezzo bosniaco, non ha mai cantato così bene come da quando c’è la guerra. Tiriamo tardi con lui, una notte, assieme a Viktor Jancović, giovane ambasciatore americano, e ai colleghi di “Oslobođenje”. La sua chitarra modula canzoni di tradizione sefardita, portate qui secoli fa dagli ebrei in fuga, quasi un presagio di nuove diaspore. Tumultuosa malinconia ispanica e fatalismo ottomano fusi insieme, cantati con la gioia masochistica dei Balcani. Con quell’ironia che è l’anima misteriosa di Sarajevo. E forse la chiave della sua sopravvivenza.

Sarajevo, ottobre 1993

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Redazione
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