Bor, epicentro della violenza elettorale in Serbia

Le amministrative del 29 marzo raccontano il volto più brutale della crisi democratica serba: Bor si rivela essere l’epicentro di quella che possiamo definire “violenza elettorale” nel paese balcanico. Un commento della nostra Giustina Selvelli.

Si sono chiuse alle 20 di domenica le urne nelle dieci amministrazioni locali della Serbia chiamate al voto per il rinnovo degli organi municipali, in una giornata segnata da gravissimi episodi di violenza.

Le elezioni – osservate come un test per il governo a 17 mesi dal tragico incidente alla stazione di Novi Sad, che ha innescato le più grandi proteste della storia recente serba – hanno riguardato il consiglio comunale della città di Bor e le assemblee municipali di Smederevska Palanka, Bajina Bašta, Kula, Lučani, Aranđelovac, Kladovo, Knjaževac, Majdanpek e del comune urbano di Sevojno. Complessivamente erano in palio 350 seggi nelle assemblee locali, con un corpo elettorale di 215.018 aventi diritto.

In tarda serata, quando il conteggio ufficiale era ancora in corso e mentre da più parti del paese arrivavano denunce di violenze, intimidazioni e gravi irregolarità, il presidente Aleksandar Vučić non ha esitato a rivendicare subito la vittoria del suo partito, l’SNS (Srpska Napredna Stranka – Partito Progressista Serbo). Un contrasto che restituisce bene il clima politico in cui si è svolta questa tornata amministrativa.

Diversi analisti hanno definito il risultato una “vittoria di Pirro”: pur mantenendo il controllo della maggior parte dei comuni, il partito al potere ha ottenuto margini sensibilmente inferiori rispetto alle precedenti amministrative, anche per effetto dell’alta affluenza (67,2%) e del risultato ottenuto dalle nuove liste civiche sostenute dal movimento studentesco.

Questo dato acquista ancora più rilievo se letto dentro un contesto elettorale già fortemente deteriorato ben prima delle violenze di domenica.

Secondo il rapporto di osservazione a lungo termine di CRTA, organizzazione indipendente serba attiva nel monitoraggio elettorale, la fase pre-elettorale è stata caratterizzata da una campagna aggressiva e senza scrupoli, che ha incluso la strumentalizzazione politica dei minori e forme di violenza digitale a sfondo di genere. La disparità si è manifestata soprattutto attraverso l’uso diffuso di risorse e funzioni pubbliche a vantaggio dei partiti al potere, accompagnato da una loro netta predominanza nei media.

Le autorità hanno di fatto avviato la campagna ben prima dell’indizione ufficiale del voto, intensificando la mobilitazione dei più alti funzionari statali e cancellando ulteriormente il già fragile confine tra Stato e partito. Temi di politica nazionale e la presenza massiccia di esponenti governativi hanno così finito per oscurare il carattere locale delle elezioni.

Ma quanto emerso durante la giornata elettorale del 29 marzo ha superato anche questo quadro già compromesso. Gli osservatori hanno segnalato sistemi paralleli di registrazione del voto, violazioni della segretezza e casi di frode organizzata, elementi che fanno pensare a un voto sotto pressione. Alla luce dei gravi episodi di violenza registrati, tuttavia, queste anomalie rischiano di passare in secondo piano.

Bor e la Valle del Timok oggetto di violenze e aggressioni

In diverse località del paese si sono verificati infatti scontri e aggressioni: a Kula, gruppi di uomini incappucciati hanno colpito cittadini e attivisti con pietre, bastoni e fumogeni, causando diversi feriti; a Bajina Bašta, già nella notte precedente al voto, sono state danneggiate le auto di osservatori elettorali, mentre durante la giornata si sono registrati momenti di forte tensione, con la segnalazione anche della presenza di un uomo armato nei paraggi.

Tuttavia, è a Bor che questa escalation ha assunto un carattere più sistematico. Nella Valle del Timok, le amministrative del 29 marzo si sono svolte in un clima che diversi osservatori hanno descritto come eccezionalmente teso. Secondo i rappresentanti della lista civica Bor – naša odgovornost (“Bor – la nostra responsabilità”), sostenuta dal movimento studentesco, il voto non è stato libero né equo, bensì segnato da violenze, pressioni sugli elettori e numerose irregolarità, che hanno trasformato una consultazione locale in uno dei capitoli più controversi della storia elettorale serba.

La Valle del Timok, nella Serbia orientale, avente come centri urbani principali le città di Bor e Majdanpek, è da anni una delle aree più sotto pressione del paese: storica regione mineraria, ricca di rame e oro, è oggi al centro di una trasformazione profonda dopo l’arrivo della compagnia cinese Zijin nel 2018. Alla crescita della produzione si sono accompagnati espropri, tensioni sociali e un forte deterioramento ambientale, con ripetuti allarmi per l’inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo, a causa della presenza di sostanze tossiche.

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“Vita senza inquinamento”, Krivelj, Valle del Timok, Serbia orientale (Meridiano 13/Giustina Selvelli)

Il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle minoranze ha definito l’area una vera e propria “zona di sacrificio”, esprimendo preoccupazione per l’impatto su una popolazione già fragile, in particolare sulla minoranza valacca (parlante una lingua simile al rumeno), storicamente radicata nella regione ma spesso ai margini della rappresentanza politica.

È in questo contesto di pressione industriale, fragilità sociale e sfiducia verso le istituzioni che si inseriscono le recenti elezioni amministrative, segnate da un livello di tensione senza precedenti.

Nella città di Bor, la tensione è esplosa in diversi momenti della giornata, in particolare nei pressi della sede locale dell’SNS, dove si sono registrati scontri, inseguimenti e nuove denunce di intimidazioni nei confronti di studenti e attivisti. Già nelle ore del mattino, membri degli Studenti u blokadi (“Studenti in occupazione”) hanno denunciato di essere stati attaccati con spray al peperoncino.

Nello stesso arco di tempo, il giornalista Ivan Bjelić è stato fermato dalle forze dell’ordine e condotto alla stazione di polizia di Bor, per poi essere rilasciato dopo alcune ore, prima di tornare sul campo. Nel villaggio di Slatina, gli studenti hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni da parte di sostenitori del partito SNS di Vučić.

Il caso più grave, però, si è verificato nel villaggio di Šarbanovac, nel territorio amministrativo di Bor. Nei pressi del seggio numero 34,  una troupe giornalistica e alcuni attivisti sono stati aggrediti da un gruppo di uomini armati di ascia, in uno degli episodi più drammatici della giornata elettorale.

L’aggressione è iniziata quando la giornalista Zorica Popović, del magazine Revolt, ha cercato di fotografare il seggio allestito nella scuola di Šarbanovac, nel territorio di Bor. Secondo le testimonianze raccolte, tre uomini sono scesi da un veicolo, l’hanno insultata, le hanno strappato il telefono rompendolo e tentato di sottrarle pure la macchina fotografica. Sempre secondo i presenti, uno degli aggressori l’ha colpita due volte con un calcio allo stomaco. A intervenire è stato il collega Ivan Bjelić, che ha cercato di proteggerla e di mettere in salvo l’attrezzatura, venendo a sua volta aggredito: il telefono gli è stato strappato di mano e distrutto, e il giovane è stato spinto a terra e colpito con calci alla testa e al torace.

Nel frattempo sono accorsi sul posto anche il giornalista e attivista-studente Lazar Dinić e l’attivista ambientalista Aleksandar Kulić, a cui è toccata la stessa sorte dei loro colleghi, venendo picchiati mentre cercavano di raggiungerli e soccorrerli, in un’aggressione resa ancora più grave dalla presenza di un’ascia. In tale momento, è sopraggiunto un secondo veicolo da cui sono scesi altri uomini che si sono uniti agli aggressori. I quattro sono stati poi trasportati al pronto soccorso dell’ospedale di Bor per ricevere cure mediche.

Secondo le informazioni diffuse successivamente da Revolt e confermate dallo stesso Kulić, Dinić ha riportato lesioni serie tra cui una frattura dello zigomo e un trauma al cervelletto ed è poi stato trasferito all’ospedale di Belgrado. Il suo collega Ivan Bjelić ha subito diversi traumi ma è rimasto in condizioni stabili, Zorica Popović ha riportato dolori addominali, mentre Kulić ha subito gravi ferite simili a quelle di Dinić.

Dal suo letto di ospedale, Kulić ha affidato ai social una testimonianza che restituisce con brutalità il livello della violenza infittagli:

Mi hanno rotto un dente e danneggiato i denti della mascella inferiore. Sanguino dal naso. Ho lesioni alla testa, alla mascella e alla schiena, oltre che dolori allo stomaco. (…) Erano almeno 4 o 5, armati di mazze e asce. Ci hanno ripreso mentre ci picchiavano. Mi hanno rotto il telefono e gli hanno dato fuoco, ma sono riuscito a salvare la scheda sim. Volevano rubarmi l’auto, quello con l’ascia è entrato in macchina, ma per fortuna avevo la chiave con me. Se la squadra di controllo non fosse arrivata in tempo, probabilmente ci avrebbero ucciso.

L’attivista ha inoltre accusato la polizia di non essere intervenuta nonostante la segnalazione, sostenendo come uno dei veicoli usati dagli aggressori sia passato davanti agli agenti senza essere fermato. L’episodio è diventato uno dei simboli della violenza che ha segnato il voto nel paese.

Tra studenti e attivisti presenti sul territorio, i sentimenti prevalenti dopo il voto sono stati di frustrazione e sfiducia: dopo mesi di mobilitazione e una lunga stagione di proteste, molti hanno espresso la sensazione che anche queste elezioni siano state svuotate di significato.

In tale scenario si collocano anche le dichiarazioni nella sera elettorale del presidente Aleksandar Vučić, che ha scelto di non nominare apertamente chi, nel corso della giornata, è stato esposto alla violenza – giornalisti, studenti, osservatori, attivisti – preferendo inserire gli episodi in una narrazione più ampia fatta di “disordini”, “caos” e destabilizzazione.

Alla luce di quanto emerso il 29 marzo, è difficile continuare a parlare di queste consultazioni come di vere elezioni. Particolarmente grave è il fatto che, in più casi, la polizia non sia apparsa pronta né a proteggere i cittadini esposti alla violenza né a fermarne i responsabili. Ancora più inquietante è che, secondo osservatori e testimonianze raccolte sul posto, tra gli uomini impiegati per intimidire e presidiare informalmente il territorio sarebbero stati riconosciuti anche dipendenti di istituzioni pubbliche e aziende statali provenienti da diverse città della Serbia.

Le violenze e la responsabilità politica

La giornata del voto ha così confermato in forma brutale ciò che era già emerso durante la campagna: l’estrema disuguaglianza tra i partecipanti, l’abuso sistematico di risorse e funzioni pubbliche e il rafforzamento di una rete clientelare che nelle elezioni mostra il proprio volto più evidente.

In un intervento al programma indipendente online Bez Cenzure (“Senza censura”), il sociologo belgradese Ivan Živkov ha sostenuto che la Serbia non rientra più nemmeno nella definizione di “autocrazia elettorale”, essendosi trasformato in un vero e proprio regime che ha ormai eroso ogni margine democratico.

Più che un’anomalia elettorale, insomma, quella emersa il 29 marzo appare ormai come la forma ordinaria e sempre più inquietante del potere in Serbia: un sistema che usa le elezioni sempre più come strumento di controllo e sempre meno come possibilità di scelta, in aperto contrasto con il percorso di avvicinamento europeo del paese. Ma sarebbe troppo comodo, per l’Unione europea, limitarsi ora a registrare l’ennesimo deterioramento democratico come se si trattasse di una deriva improvvisa o imprevedibile.

Da anni, Aleksandar Vučić viene trattato da molte cancellerie europee come un interlocutore affidabile, un garante di stabilità regionale, ignorando o minimizzando gli allarmi lanciati dall’opposizione, dalla società civile e, più recentemente, dal movimento studentesco.

Anche per questo, oggi, la sfiducia verso l’Europa in Serbia è così profonda: la violenza di queste elezioni non è soltanto il prodotto di una crisi interna, ma anche il risultato di una lunga tolleranza politica verso un regime che si è consolidato sotto gli occhi di tutti. Non sorprende, dunque, che molti serbi vedano in questa cecità non un errore, ma una responsabilità politica precisa e imperdonabile.

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Giustina Selvelli
Giustina Selvelli

Antropologa e ricercatrice di origine italo-messicana-levantina. Attualmente ricercatrice post-doc presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Ljubljana. I suoi temi di ricerca, che si ripercuotono anche sulla sua scrittura non accademica, riguardano la diaspora, i confini, la diversità culturale e le minoranze etnolinguistiche, con una predilezione particolare per l’area balcanica. Quando messa nelle giuste condizioni, parla più o meno fluentemente una dozzina di lingue e ne legge almeno altre cinque (romeno, russo, portoghese, un po’ di romanì e mandarino), grazie al suo bagaglio genealogico multiculturale e ai numerosissimi soggiorni di ricerca e studio all’estero finanziati da diversi enti nazionali ed internazionali.