Questo articolo di Aleksej Ovčinnikov (pubblicato originariamente da UWEC) è la terza e ultima parte di una serie di approfondimenti dedicati all’impatto dell’invasione russa su larga scala sull’attivismo ambientale in Ucraina, Belarus’ e Georgia. Le organizzazioni e le iniziative ucraine che si occupano di ambiente e clima sono state direttamente colpite dalla guerra, ma continuano a lavorare sotto i bombardamenti e gli attacchi missilistici, analizzando le conseguenze ambientali dell’invasione e facendo pressione per progetti dedicati alla ripresa verde del paese.
Come abbiamo visto negli approfondimenti precedenti, negli ultimi anni, la sfida principale per gli attivisti ambientali in Belarus’ e Georgia sono state le crisi politiche interne e la conseguente repressione. Per gli ucraini, invece, lo è stata indubbiamente l’invasione russa su vasta scala, tanto che gli attivisti affermano di trovare difficile immaginare le difficoltà affrontate da georgiani e bielorussi.
Trovandosi faccia a faccia con un nemico esterno, l’Ucraina ha infatti fatto fronte comune e ha raccolto le proprie forze, grazie anche al fatto che la Rivoluzione della Dignità del 2014 aveva fornito alla società civile risorse e strumenti sufficienti per influenzare l’attuale governo. Invece, quindi, della repressione e della pressione interna, le organizzazioni e le iniziative ambientaliste ucraine oggi si ritrovano ad affrontare un’altra catastrofe: la guerra.
Tuttavia, le questioni e i problemi interni non sono scomparsi. Durante gli oltre tre anni di conflitto, gli attivisti hanno continuato a difendere i progetti di conservazione delle aree naturali, sia a Svydovec’ nei Carpazi che a Osokorky a Kyiv, al fine di impedire che la guerra fosse utilizzata come pretesto per la costruzione e la distruzione delle aree naturali. Gli attivisti di Belarus’ e Georgia possono solo invidiare la forza della società civile ucraina e l’influenza che i suoi rappresentanti possono esercitare sul governo di Kyiv. Ma tale risultato è stato ottenuto a un prezzo molto alto.
Nelle interviste e nelle conversazioni private, spesso si sente dire che “la guerra si porta via i migliori”. Ed è vero che spesso sono proprio le persone più attive, responsabili e dedite, a partire come volontari per il fronte, finendo poi per morirci. Ogni mese arrivano notizie tristi, e questa è una grave perdita anche per il movimento ambientalista e climatico ucraino.
Chi rimane nelle retrovie è motivato e pronto a raddoppiare gli sforzi per garantire che l’Ucraina esca dalla guerra e lo faccia in condizioni migliori, che la sua ripresa la renda uno dei paesi leader europei e che i sacrifici non siano risultati vani.
Ecco i nomi di alcuni dei protagonisti dell’attivismo ambientale in Ucraina rimasti uccisi da quando la Russia ha lanciato la sua invasione su larga scala.
- Roman Ratušnyj (5 luglio 1997 – 9 giugno 2022), attivista basato a Kyiv (una riserva naturale porta ora il suo nome)
- Maks Levin (7 luglio 1981 – 13 o 23 marzo 2022), giornalista ambientalista
- Semen Oblomej (13 giugno 2000 – 21 giugno 2022), difensore degli alberi e chirurgo arboreo
- Viktor Ruban (9 maggio 1968 – giugno 2022), difensore delle foreste suburbane di Kyiv
Anche molti dei dipendenti di parchi e riserve nazionali hanno perso la vita nel corso dell’invasione. Ad esempio, il direttore del Parco Nazionale Karmeljukove Podillja, Vitalij Zlenko (14 aprile 1966 – 13 giugno 2022), è stato ucciso mentre si trovava in un’altra area protetta, il Parco Paesaggistico Regionale Vysuns’ko-Inhulec’kyj nella regione di Mykolaïv.
Una solidarietà forgiata dalla guerra
Diana Popfaluši, direttrice della rete ucraina per il clima (Ukrainian Climate Network), ha spiegato a UWEC l’impatto che l’invasione su larga scala ha avuto sul lavoro degli attivisti ucraini.
All’inizio dell’invasione su larga scala, nel febbraio del 2022, io e molti altri attivisti per il clima abbiamo sostanzialmente cambiato il nostro campo di attività. C’erano altri compiti più importanti, quasi nessuno pensava all’agenda climatica e ambientale.
Più tardi, però, a metà del 2022, abbiamo cominciato a capire che non era così. Certo, avevamo fatto tutto il necessario, fornito al nostro paese un “primo soccorso”. Ma era tempo di tornare al lavoro e affrontare le questioni relative al cambiamento climatico. La questione è diventata impellente: come riportare l’attenzione della gente su questo tema? La guerra va avanti e in questo momento pochissime persone pensano ai problemi ambientali e al cambiamento climatico.
Il primo anno e mezzo dell’invasione su larga scala è stato particolarmente difficile. Ci occupavamo principalmente di piccoli progetti. Ad esempio, l’installazione di pannelli solari. Si trattava di qualcosa che poteva essere dimostrato come importante qui e ora, come rendere un ospedale o una scuola indipendenti dai continui blackout causati dagli attacchi missilistici. Quindi abbiamo cercato di combinare progetti climatici e ambientali con soluzioni ai problemi causati dalla guerra.
Avevamo anche un progetto per realizzare un orto comunitario. E qui vi chiederete sicuramente: chi ha bisogno di un orto comunitario durante una guerra? Ma il progetto si è rivelato proprio quello che la gente voleva. Molti sfollati interni sono venuti da noi, persone che erano state costrette ad abbandonare le zone di combattimento. Costituivano circa l’80% di coloro che frequentavano l’orto comunitario. Era una buona opportunità per tenersi occupati e ritrovare la stabilità mentale. E abbiamo notato che anche i progetti concepiti prima dell’invasione su larga scala potevano essere rilevanti in tempo di guerra.
Oggi stiamo lavorando essenzialmente sulle stesse questioni e aree che stavamo sviluppando prima dell’invasione su larga scala. Si potrebbe dire che le abbiamo riformulate. Abbiamo iniziato ad adottare un approccio più globale. Ad esempio, ora stiamo cercando di collegare i nostri progetti alla ripresa verde dell’Ucraina. Per rendere rilevante il cambiamento climatico, stiamo cercando di inserirlo nel contesto nato con la guerra.
Sin dall’inizio dell’invasione su larga scala, gli attivisti, le organizzazioni e le iniziative ucraine che si occupano di ambiente e clima hanno cercato attivamente di collocare le conseguenze della guerra in un contesto climatico e di dimostrarne la portata globale. Ad esempio, l’aggressione russa è stata presentata come basata sull’economia dei combustibili fossili. Le sanzioni sul petrolio, il gas e il carbone avevano lo scopo di indebolire l’aggressore. Le organizzazioni ambientaliste ucraine come Razom We Stand si sono attivamente impegnate nel richiedere queste misure. La climatologa ucraina Svitlana Krakovs’ka ha apertamente definito l’invasione una guerra per i combustibili fossili.
Leggi anche: La transizione verde dell’Ucraina verso la libertà
Come spiega Popfaluši, questo concetto secondo cui l’invasione su larga scala è incentrata sui combustibili fossili è stato presentato a livello internazionale, ma forse non in modo così evidente nel contesto ucraino.
Tuttavia, lavorare sull’agenda climatica e ambientale in Ucraina è ora più difficile: le questioni ambientali e il cambiamento climatico non sono considerati prioritari e anche il sostegno finanziario viene reindirizzato per aiutare l’esercito e ripristinare le infrastrutture.
Mentre le grandi organizzazioni riescono ad affrontare più facilmente la situazione, le iniziative più piccole faticano in questo contesto. Tematiche di alto profilo, però, come l’idea di una “ripresa verde”, che attraggono buone fonti di finanziamento, consentono loro di continuare il loro lavoro. Le grandi Ong stanno cercando ancora una volta di includerle nella loro agenda e stanno cercando il sostegno degli attivisti.
Il processo di ripristino dell’agenda procede lentamente, ma avanza. Le iniziative e le organizzazioni stesse stanno cercando di attirare l’attenzione non solo sulle questioni militari, ma anche su ciò che sta accadendo nelle retrovie e che si cerca di tenere nascosto. Un buon esempio è lo sviluppo della catena montuosa Polonina Runa nei Carpazi: oltre alla costruzione di un gran numero di turbine eoliche nei prati alpini, il progetto comprende anche la costruzione di strade su larga scala attraverso foreste vergini d’alta quota.
Sebbene l’Ucraina possa sembrare ricevere più attenzione internazionale rispetto alla Belarus’ e alla Georgia, e quindi godere di livelli più elevati di sostegno finanziario per le organizzazioni ambientali e climatiche, Popfaluši osserva che non è così. Molte iniziative e Ong continuano a lavorare su progetti a breve termine, spesso della durata di un anno o meno, e non vi è alcuna certezza che un progetto venga prorogato o che i fondi continueranno a essere disponibili. Ciò richiede un ulteriore dispendio di risorse per cercare finanziamenti e redigere report; perciò, anche le iniziative e le organizzazioni ucraine risentono degli effetti della riduzione dei finanziamenti internazionali.
Per quanto riguarda la raccolta di fondi all’interno dell’Ucraina, la maggior parte delle campagne di donazione sono finalizzate a soddisfare le esigenze dell’esercito. I progetti ambientali e climatici sono ben lungi dall’essere una priorità assoluta.
Alla domanda su cosa le dia la forza e l’ispirazione per lavorare in condizioni così difficili, Popfaluši risponde:
Come attivista, cerco di concentrarmi su ciò che posso fare o cambiare. Nel corso dell’invasione su larga scala, abbiamo perso tutte le illusioni, quindi nel nostro lavoro ci concentriamo semplicemente sull’azione. Insieme ai problemi, ho imparato a individuare immediatamente dei modi per risolverli.
Ora, per continuare il nostro lavoro, abbiamo bisogno di trovare una fonte stabile di fondi e risorse. Quindi continuo a scrivere lettere e a cercare soluzioni. Ma penso che questa sia una caratteristica personale. Ognuno trova la propria strategia e la propria motivazione per continuare a lavorare. Nel nostro team ci sono dei visionari. Per me è più facile lavorare quando ho una chiara comprensione di ciò che deve essere fatto, e lo faccio.
Quando si parla con gli attivisti ucraini dei problemi in Belarus’ e Georgia, tutti sottolineano una differenza significativa. In Ucraina, l’invasione su vasta scala, soprattutto nel primo o nei primi due anni, ha unito la società e il governo. Ha anche aperto le porte a un importante sostegno internazionale, che ha fornito le risorse necessarie.
L’attuale percorso dell’Ucraina è stato plasmato dalle proteste del 2014, note anche come Rivoluzione della Dignità. Allora il paese ha fatto una scelta a favore dei valori della società civile, una decisione per la quale ha pagato un prezzo molto alto: la guerra e l’invasione. Gli ucraini comprendono perfettamente anche cosa sia una crisi politica. Tuttavia, i cittadini hanno sempre avuto l’opportunità di lottare per i propri diritti climatici e ambientali, grazie a varie iniziative e organizzazioni. In Belarus’ questa opportunità è scomparsa nel 2020. In Georgia è minacciata dal 2024.
Gli attivisti ambientali e climatici stanno affrontando tempi difficili non solo in Belarus’, Georgia e Ucraina. Anche in Russia le organizzazioni ambientaliste sono considerate “non grate” e gli attivisti sono soggetti a persecuzioni e repressioni. Il gruppo di lavoro UWEC riferirà sulla situazione dell’attivismo ambientale in Russia in un articolo separato.
Anche in Asia centrale cresce la pressione sull’attivismo ambientale e climatico. Persino nell’Europa occidentale, la situazione è peggiorata negli anni successivi all’inizio dell’invasione russa, come ha riportato la giornalista investigativa italiana Marta Abbà nel suo articolo “Sotto pressione, gli ambientalisti europei cercano nuove vie di lotta”.
Tutto questo sta accadendo sullo sfondo di un cambiamento climatico sempre più rapido. Incendi boschivi in Spagna, forti piogge monsoniche in India, siccità nel Regno Unito. In un momento come questo, è necessario aumentare drasticamente il sostegno alle organizzazioni ambientaliste e climatiche, che non solo lanciano l’allarme, ma trovano anche soluzioni su come adattarsi al meglio ai cambiamenti climatici. Ciononostante, i governi stanno tagliando i programmi di sostegno mentre continuano a espandere la produzione di combustibili fossili.
Forse, ora sta a noi intervenire e salvare la situazione.
Questa serie di articoli è nata all’interno delle reti tematiche di PULSE, un progetto europeo che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.
La traduzione dall’ucraino è a cura di Claudia Bettiol.