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Tutto può essere arte. È l’intenzione che la genera a fare da discrimine, e le sue forme sono molteplici. Tra le più frequenti nello scenario contemporaneo e di non immediato accesso per un pubblico abituato alla bidimensionalità raffigurata su una tela o alle città d’arte come musei a cielo aperto, troviamo la performance.
Che cosa s’intende esattamente con questo termine? La performance (o Performance Art) s’impone sulla scena artistica a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso in Europa e negli Stati Uniti, comprendendo varie manifestazioni e sperimentazioni come, ad esempio, la Body Art (Gina Pane), l’Action Painting (Jackson Pollock) e gli Happening (Allan Kaprow), con quest’ultimi che affondano le loro radici nei movimenti di avanguardia tra i due conflitti mondiali con il famoso Café Voltaire dadaista, i surrealisti e i futuristi.
La caratteristica principale è la sua natura effimera e provocatoria. Si tratta infatti di un’azione concreta da vivere ed essere vissuta (da chi guarda o partecipa attivamente) attraverso il corpo come medium principale, nel momento esatto in cui si svolge. Insomma, un vero e proprio evento dal vivo in un determinato luogo e in un determinato tempo. Che può poi essere documentato con foto e video e conservato come testimonianza, dando vita a posteriori ad una riattivazione della stessa performance.
A livello internazionale, una delle indiscusse “regine” di questa forma espressiva, è la serba Marina Abramović con i suoi iconici Rhythm 0, performance del 1974 in cui si è letteralmente messa alla mercé del pubblico nella galleria Studio Morra di Napoli, Balkan Baroque del 1997 che le valse il Leone d’oro alla Biennale di Venezia di quell’anno, e infine The Artist is Present del 2012 presso il MoMa di new York, per citarne alcuni.
Ma ovviamente ci sono molte altre artiste attive in tal senso, che hanno tradotto, adattato alla loro ricerca e ampliato la portata della performance. Questo articolo intende fornire una breve panoramica, assolutamente non esaustiva, per scoprirne alcune provenienti dall’Europa centro-orientale e dai Balcani.
Le performance dall’est Europa di Natalia LL
Natalia Lach-Lachowicz (1937-2022), meglio conosciuta con LL, è un’artista che ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo delle tendenze neoavanguardiste in Polonia. La fotografia è il suo strumento principale per indagare gli aspetti straordinari della realtà, prevalentemente in chiave femminista. Approccio a cui resta fedele per tutto l’arco della sua carriera, costituendo uno dei capisaldi del suo impianto teorico e della sua pratica artistica.
È lei con il suo corpo al centro della ricerca, che indaga temi legati alla femminilità, alla sessualità, agli stereotipi e alla sovversione delle categorie di genere. A una prima ricerca in rete ci s’imbatte nella serie di lavori Consumer Art e Post-Consumer Art degli anni Settanta, in cui compie azioni associate al consumismo. Presenta le immagini come una sorta di fotografia performativa, riducendo l’atto di mangiare una banana o bere del latte a un puro livello estetico, provocatorio e allusivo.
Nel 1978 realizza la serie Dreaming, durante un periodo segnato dalla sperimentazione con sedute spiritiche performative, realizzate in cooperazione con un gruppo di psicologi e fisici. Si tratta di un esperimento documentato a livello fotografico: il suo intento è quello di visualizzare le esperienze più intime, come appunto il sonno e la dimensione onirica, generalmente inconsce e provare al tempo stesso l’impossibilità di tradurle.
Lo stesso vale per il progetto Points of support degli stessi anni, in cui attraverso sedute spiritiche inscenate, ha mostrato il corpo trattato come un’antenna vivente in grado di recepire le influenze dell’intero universo. Nel suo testo “Body art and performance. Consecration of the man’s body and its adoration in art” del 1984 afferma tra le altre cose che:
la Body Art e poi la performance sembrano essere la prova irripetibile che spiega le relazioni tra individuo e collettività. Poiché moriamo e non-moriamo allo stesso tempo, la chiave per comprendere la complessità dell’uomo è un corpo.
Negli anni Novanta, Natalia dà vita all’alter ego Brunilde, la più famosa tra le Valchirie, per veicolare un’immagine del potere femminile nell’assumere il definitivo controllo della propria sessualità. In una performance, di nuovo documentata e lasciata ai posteri, Brunilde taglia e distrugge una banana, chiudendo in un certo senso il ciclo iniziato negli anni Settanta.
Definita come “la prima donna dell’avanguardia croata”, Edita Schubert (1947-2001) studia pittura all’accademia delle belle arti di Zagabria. Ma lo fa a modo suo, rompendo le regole e sfidando le convenzioni dei vari linguaggi artistici. Tanto che ad un primo sguardo la sua opera appare “incoerente”. Tuttavia, la costante della sua ricerca, indipendentemente dal mezzo utilizzato, si concentra sulla figura umana e la sua rappresentazione. E questo l’avvicina quindi alla performance, che lei stessa documenta minuziosamente, fotografando ogni passaggio.
L’attenzione per i dettagli e l’uso di materiali non convenzionali nelle sue tele, come bisturi per tagliare e cerotto chirurgico, sono da attribuire anche al suo lavoro pluridecennale presso l’Istituto di anatomia della facoltà di medicina dell’Università di Zagabria come disegnatrice: le sue illustrazioni sono presenti in numerosi manuali di anatomia.
Emblematico è Self-Portrait Behind a Perforated Canvas del 1977. Edita ha dipinto di blu una serie di undici tele di grandi dimensioni, che ha successivamente tagliato con precisione in vari punti formando dei triangoli, per poi riattaccare le linguette con del cerotto chirurgico per mostrare il retro delle tele. Con una di esse ha interagito usando il proprio corpo, introducendo nei fori un dito, il naso, un occhio o la bocca. Ma in realtà si tratta di azioni: l’atto del tagliare la tela è visto come una performance: ogni tela prodotta in tal modo porta infatti come titolo la data in cui è stata eseguita.
Due anni dopo arriva 100 Roses (min. 37:40), una performance in cui Edita smembra cento rose, dividendo petali da foglie e le dispone all’interno di due cerchi messi a terra. Non solo una riflessione su uno dei concetti base della pittura, ovvero il colore, ma anche un riferimento all’iconografia cristiana e una citazione del quadro di Giorgione Madonna di Castelfranco del 1506. Il pittore rinascimentale è per Edita fonte di grande ispirazione attraverso tutta la sua opera, per via del mistero e della trasgressione che traspare nelle sue tele.
Nel 1995 di nuovo uno sconfinamento, che unisce pittura, performance e installazione in situ con il lavoro The endless strip (work on the production line), presentato nel vecchio edificio del museo di arte contemporanea di Zagabria e in seguito anche in altri luoghi, tra cui le mura della città di Dubrovnik. Si tratta di carta adesiva dipinta due volte, con il colore parzialmente rimosso, attaccata alle pareti per una lunghezza di circa trecento metri. L’opera va letta come problematizzazione del lavoro che sta dietro alla produzione artistica, come qualcosa di impegnativo e faticoso, soprattutto in termini di precarietà.
La poesia incarnata nel corpo: Katalin Ladik
Artista pionieristica di etnia ungherese la cui pratica affonda le radici nelle avanguardie multietniche e femministe dell’ex Jugoslavia, Katalin Ladik (1942) si definisce principalmente come poetessa, ma è attiva anche come attrice, moderatrice radiofonica, insegnante di teatro e di musica. La sua ricerca si concentra sul linguaggio e per esplorarlo utilizza la voce, posta al servizio del corpo. La poesia è per lei elemento vivo, che può vivere nel movimento, nella transizione.
Fondamentale è il suo contributo alla poesia fonica: le sue composizioni (e a volte quelle di altri poeti sperimentali jugoslavi della sua stessa generazione come nel caso di “Phonopoetica” del 1976) sono inscenate come performance, come dei veri e propri eventi sociali. Servendosi appunto del proprio corpo, spesso nudo, e di oggetti come collage di carta modelli, spartiti e strumenti musicali, schede di circuiti di radio oppure elettrodomestici da cucina.
Nella performance del 2 marzo 2023 per l’inaugurazione della sua personale Ooooooooo-pus presso l’Haus der Kunst di Monaco, Katalin siede di fronte a una macchina da cucire Singer d’epoca e nel premere il pedale, ne fuoriesce un filo rosso che connette fisicamente tutte le varie stanze del museo, così come tutte le sue opere: testi, performance, poesie visive e concrete, sculture, performance fotografiche e video. Ogni volta che l’ago perfora un pezzo di carta, la sua voce reagisce, emette un suono. Voce e movimento, corpo e macchina da cucire si fondono.
Tornando indietro nel tempo, degni di nota sono i lavori Shaman Poem, messo in scena nel 1970 sia al teatro d’avanguardia Atelje 212 a Belgrado che al Genre Experimental Film Festival (GEFF) di Zagabria nel 1970, e Poemim, realizzato inizialmente come una performance fotografica nel 1978.
Nel primo lavoro la si vede far riferimento a motivi folkloristici della sua terra, recitando una poesia in serbo e in ungherese, svuotando tuttavia il linguaggio di significato. Il tutto, prima, vestita di nero di fronte a una candela accesa e, successivamente, suonando vari strumenti musicali, seminuda con indosso pelli di animale al modo di uno sciamano, il quale rappresenta per lei un mediatore tra la terra e un mondo superiore, in quanto la poesia è vista come viaggio interiore.
In Poemim invece, Katalin sovverte l’imperativo estetico e sociale imposto alla donna di essere bella, sorridente e di restare in silenzio, lasciandosi immortalare mentre deforma il suo viso, premendolo su una lastra di vetro. Due anni dopo torna sul tema e sceglie il video per aggiungere movimenti e suoni “non appropriati”, per veicolare un messaggio vitale: riappropriarsi del proprio corpo e della propria voce.
L’artivismo di Smirna Kulenović
Chiude la carrellata una Millennial: la bosniaca Smirna Kulenović (1994), la cui pratica artistica sconfina nella partecipazione e nell’attivismo. Le sue performance, i suoi progetti coinvolgono altre persone, creano comunità e condivisione, connettendo il passato (esorcizzato) al presente e aprendo spazi sociali in luoghi fisici.
Nel 2021, Naša Porodična Bašta (Il nostro giardino di famiglia) vede Smirna assieme ad altre cento donne piantare semi di calendula sulla cima di Zlatište, una collina che sovrasta Sarajevo. Scavando tra le trincee usate durante i due conflitti mondiali e l’assedio della città dal 1992 al 1996, per dar vita in tal modo ad un rito collettivo di guarigione, a un monumento organico e vivente che contrasta la narrazione vigente di divisione etnica che ai suoi occhi contraddistingue i monumenti commemorativi esistenti.
In questa performance in particolare, la memoria diviene una pratica attiva che parte dalla società stessa: è un diritto alla testimonianza, legato strettamente al concetto di cura.
La riattivazione dello spazio è centrale in Dobre kote (luogo losco), un progetto iniziato nel 2015 che coinvolge la cittadinanza di Sarajevo nel gestire e prendersi cura dei giardini Marijin Dvor, convertiti in orti comuni durante il periodo dell’assedio e poi abbandonati a sé stessi.
Il tema della riconciliazione e della convivenza non in chiave predatoria, anche in relazione all’ambiente, è centrale nel suo lavoro, e proprio in Italia si sono svolti di recente degli incontri-interventi con e da parte di Smirna. Nel 2022 ha dato vita ad Umwelts a Treviso, condividendo con una pecora un percorso esplorativo del territorio ed emotivo lungo le mura della città. A Torino invece, durante il festival Slavika del 2024, l’artista ha condotto il laboratorio Talk Plant to Me in cui ha invitato il pubblico a un’esplorazione transdisciplinare delle piante indigene dei Balcani, unendo pratiche medicinali tradizionali, folklore, contesto storico e ricerca scientifica contemporanea.
Altre artiste, altre performance dall’est Europa (e non solo)
Per chi volesse esplorare e scoprire altre voci provenienti da questa parte del continente, si consigliano il progetto-archivio Forgotten Heritage: European Avant-garde Art On-Line su artiste di Polonia, Croazia, Belgio ed Estonia con focus sugli anni Sessanta e Settanta, Secondary Archive, una piattaforma per artiste dall’est Europa, il programma di ricerca Instituto Susch (da non perdere il canale YouTube del museo) e il podcast Ona.
*Francesca La Vigna si occupa di progettazione in ambito culturale, sociale e di formazione. Ha studiato Scienze Politiche con indirizzo Cooperazione e Sviluppo all’università Sapienza di Roma e Management della Cultura e del Turismo presso l’università Viadrina di Francoforte (Oder). Appassionata di arte in tutte le sue forme, è membro del collettivo Migrantas e. V. con base a Berlino, collabora con East Journal dal 2015 e nel 2025 ha prodotto il podcast Ona su artiste visive dall’Europa centro-orientale e dai Balcani.
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