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Tradurre dal bulgaro: intervista ad Alessandra Bertuccelli

Slavista e traduttrice da bulgaro, russo e inglese, Alessandra Bertuccelli è viareggina di nascita ma sofiota di adozione: dal 2009 abita nella capitale bulgara. Si occupa di Europa orientale, balcanica e centrale per Internazionale ed è stata docente di traduzione editoriale dal bulgaro all’italiano all’Università di Sofia “San Clemente d’Ocrida”. Ha tradotto alcuni dei maggiori autori bulgari contemporanei, soprattutto poeti, tra cui Kostantin Pavlov, Ekaterina Josifova e Zdravka Evtimova.

Tra le sue traduzioni dal bulgaro ricordiamo Cavalli indomati di Kostantin Pavlov (Valigie Rosse, 2022), Il balcone di Kalina Muhova (Tunué, 2019) e La pioggia fuori di Ekaterina Josifova (Valigie Rosse, 2013).
Cosa ti ha portato a scegliere il bulgaro? 

C’era, a Pisa, in via Santa Maria, al secondo piano di palazzo Ricci (sede della facoltà di Lettere), un posto straordinario, dove ho scoperto il bulgaro e dove trascorrevo le giornate a leggere o ad ascoltare le lezioni di una personalità che a quel tempo mi folgorò. Erano i primi anni Duemila e la personalità in questione è Giuseppe Dell’Agata, che allora insegnava filologia slava come professore ordinario e lingua e letteratura bulgara per passione e diletto. Chi come me studiava russo era tenuto a sostenere anche un esame in filologia slava. Per me allora si aprì un mondo di cui non sospettavo, non dico l’esistenza, ma la ricchezza, la varietà. E dato che il mio piano di studi prevedeva anche una terza lingua, scelsi il bulgaro.

Poi fui invitata a seguire le lezioni di ceco di Alessandro Catalano, Massimo Tria e Dalibor Dobiaš e, a quel punto, ero slavo-dipendente, mi misi a studiare da sola pure il serbo con una vecchia grammatica di Arturo Cronia. Oggi quel dipartimento fatto di tre stanzoni tappezzati di libri e poster è solo un ricordo: la ricchissima biblioteca dal libero accesso costituita da migliaia di volumi del fondo Salvini è stata dislocata, quelle stanze dove si condivideva il sapere tra pari sono occupate da qualcun altro. Non so cosa e chi ci sia al suo posto, di certo niente di paragonabile. Ecco, mi son fatta prendere dalla nostalgia. Ma sono tutte cose collegate.

Come ti sei avvicinata alla traduzione?

In tempi neanche troppo lontani non pensavo di fare la traduttrice. Ho studiato lingue e ho una laurea specialistica in linguistica, non in traduzione. Anzi, ammetto che le lauree e i percorsi di studio in traduzione mi hanno sempre ispirato una certa avversione, un lieve fastidio, probabilmente perché ritenevo ingiusto il fatto che per accedervi bisognasse passare una selezione (oggi magari sembra una cosa normale, ma fino a una quindicina d’anni fa le facoltà a numero chiuso in Italia erano poche), o forse perché covavo una specie di complesso di superiorità da slavista intellettualoide qual ero, e quale sono, intendo dire che avevo l’impressione che gli interpreti e i traduttori studiassero soprattutto la lingua, poco la cultura straniera e ancora meno la cultura in generale.

Credo di aver preso degli abbagli, ma in ogni caso, come ho detto all’inizio, a me tradurre non interessava. Fino a un bel giorno, nel luglio del 2013, quando mi fu fatta una proposta che accettai quasi senza pensarci: dovevo fare la traduzione interlineare di una cinquantina di poesie in verso libero di una poeta bulgara contemporanea per una piccola casa editrice di Livorno. Roba da ragazzi, pensai, una traduzione parola per parola che poi due poeti – Andrea Inglese e Giacomo Trinci – avrebbero “risistemato”. Il mio compito però risultò essere un po’ meno elementare di quanto immaginassi.

alessandra bertucelli ekaterina josifova valigie rosse bulgaro

La poesia, anche quando sembra facile, nasconde sempre delle insidie che si notano soltanto traducendo. Ma in fin dei conti a me non era stato richiesto niente di straordinario. Bastava trasporre quei versi in italiano. Facile a dirsi… Consegnai il lavoro e qualche settimana dopo ricevetti alcuni suggerimenti dai due poeti. Poi le bozze e poi in stampa. Il libro fu presentato a Livorno un venerdì d’ottobre con me e la poeta, Ekaterina Josifova, intervistata da Valerio Nardoni, il direttore editoriale della casa editrice Valigie Rosse.

Lì, mentre facevo da interprete per la prima volta, mi fu detto che non avevo semplicemente prodotto dei testi “di servizio”, ma delle vere e proprie traduzioni. Fu molto bello ed emozionante. Un’esperienza che mi permise d’incontrare persone importanti con cui tutt’oggi collaboro. Però rimasi sulla soglia di quel mondo, non avevo le idee chiare, facevo un altro lavoro (insegnavo italiano) e non presi nessuna iniziativa per scoprire quali opportunità ci fossero.

Il mio vero ingresso nel mondo della traduzione è stato pochi anni fa, quando ho iniziato a lavorare a un progetto impegnativo che nel giro di tre anni e mezzo si è concretizzato nel libro Cavalli indomati, una raccolta di poesie di un poeta molto importante che non era mai stato tradotto in italiano, Konstantin Pavlov. E poi la collaborazione con Internazionale iniziata nel 2020 mi ha definitivamente fatto cambiare rotta: ho praticamente lasciato l’insegnamento per dedicarmi alla traduzione, alle mie lingue slave e ai miei autori bulgari. 

Qual è stato il primo impatto con la Bulgaria?

Una borsa di studio di un mese all’università di Veliko Tărnovo per un seminario internazionale di bulgaristica. Si parla del 2005. Partimmo in autobus da Firenze a fine luglio: io, Elisa Vannoni e Debora Mancuso. Ventiquattr’ore dopo, belle sudate perché l’aria condizionata non funzionava, eravamo a Sofia. Un’altra compagna, Angelica Cecchi, ci aspettava lì. Che quartetto! Conquistammo i Balcani. O, piuttosto, i Balcani conquistarono me, le mie compagne si salvarono. Lo dico perché io oggi vivo a Sofia e faccio quello che faccio, loro no, purtroppo.

Mi colpirono molto la natura, la gentilezza di quei bulgari e l’atmosfera di quei giorni. Il ritorno a Viareggio, a casa, fu tremendo: una nostalgia struggente e appiccicosa mi tormentava, volevo tornare indietro. Quel viaggio era stato un sogno, a volte un incubo, accentuato dai fiumi di rakija (la grappa dei Balcani, con l’unica differenza che è molto meglio della grappa) che scorrevano ogni sera e che al mattino persistevano nelle vene dei più, comprese le mie.

A parte il lato alcolico, che ebbe senza dubbio la sua importanza, vorrei sottolineare anche un aspetto più nobile di quell’esperienza. La Bulgaria ci aveva mostrato qualcosa di autentico. Avevamo colto qualcosa che spesso nelle società più benestanti non si riesce a percepire, che è passato in secondo piano: la dignità delle persone indipendentemente da come sono vestite, da come si atteggiano, dagli accessori che indossano. Ci si poteva sentire bene restando noi stesse.

Ho parlato al plurale perché sono quasi sicura anche le mie tre compagne condividessero questo sentire. E la Bulgaria ci aveva reso più audaci: finito il seminario, senza aver fatto troppi preparativi, prendemmo un autobus da Sofia e partimmo per Praga. Io ero sulle tracce di Bohumil Hrabal (e delle sue birrerie, naturalmente), le mie compagne credo cercassero di prolungare il più possibile quella magia est europea.

Parlaci della tua parola preferita in bulgaro.

Il fatto che debba pensarci mi suggerisce che non ci sia una parola dotata di tale primato. Mi piacciono tante parole per come suonano, ищах ištàh (“voglia, desiderio”), смрачаване smračàvane (“imbrunire”), махмурлук mahmurlùk (postumi della sbornia, eh, ci stanno), o per come sono scritte: яхния, вятър, уют… belle, vero? Non so rispondere a questa domanda. 

La parola secondo te più difficile e/o impossibile da tradurre dal bulgaro è…

A dire la verità quelle parole impossibili da tradurre o difficili perché semanticamente o culturalmente cariche di tratti non condivisi nella nostra lingua-cultura sono per me meno interessanti rispetto ad altre parole più comuni, innocue, su cui ci si sofferma con meno curiosità. Ciò che trovo spesso difficile, per meglio dire, frustrante, è tradurre parole che hanno un referente in entrambe le lingue, ma che in qualche modo risulta essere non esattamente la stessa cosa nell’una e nell’altra.

Quelle parole che in una lingua hanno un sapore e in un’altra ne hanno uno simile, ma non lo stesso. Come хляб hljab, pane. Se penso alla parola ‘pane’ in italiano, lo immagino in tutte le sue forme e varietà accuratamente esposte sugli scaffali di un profumato panificio e al commesso chiacchierone che per farti tornare ti regala un pezzo di focaccia, mentre se penso a hljab con la mente entro in un negozio di alimentari sotto casa mia a Sofia e vedo i pani bianchi confezionati e già affettati ammassati uno sopra l’altro sulla vetrina frigo. E la commessa sta fuori a fumare.

È vero che si tratta dello stesso referente, eppure un po’ di differenza si avverte… Tra l’altro l’immagine mentale che ho di hljab va aggiornata: oggi a Sofia, non so nelle altre città, spuntano come funghi panifici sofisticati e carissimi in cui si trova pane di molti tipi e commessi giovani e aitanti che preferirebbero vendertelo parlandoti in inglese. Il problema è culturale ovviamente, è un problema insormontabile che incontra ogni traduttore da ogni lingua.

Nel caso della Bulgaria c’è da dire che, trattandosi di un paese così poco presente sui media nostrani e ancora avvolto nell’ombra del suo passato, il lettore italiano ne sa meno che di paesi ben più lontani geograficamente e culturalmente. Chiaramente non si possono scrivere note a piè di pagina per spiegare parole del genere, né si può avere una corrispondenza totale, una conoscenza totale. Bisogna accontentarsi dell’approssimazione. Che è grande.

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Raccontaci della tua prima opera tradotta dal bulgaro.

Ho già raccontato qualcosa di quest’opera dimenticando di dirne il titolo, impegnata com’ero a parlare di me. Scegliemmo il titolo di una delle più belle e brevi poesie di Ekaterina Josifova: La pioggia fuori. Posso aggiungere che il libro nacque in seno al Premio Ciampi, un premio musicale dedicato al grande cantautore livornese, Piero Ciampi, e che coinvolgeva il progetto editoriale di Valigie Rosse, che si impegnava a premiare due poeti “ciampiani”, cioè non etichettabili, fuori dalle righe: uno italiano e uno straniero.

Io e Katja fummo inviate a Livorno per la presentazione del libro e passammo tre giorni indimenticabili. Scrissi una specie di reportage per il sito dell’Associazione Bulgaria-Italia in cui sottolineavo l’importanza di quello scambio culturale e dell’evento che, se per me fu memorabile, per la poeta fu un dono inaspettato e irripetibile. Lei si innamorò di Livorno e dei “ragazzi” di Valigie Rosse per la loro genuina ospitalità e perché le parve che in quella città si respirasse aria di libertà e di civiltà.

Doveva fare un regalo al nipotino e io immaginavo che volesse comprargli qualcosa, non so, un giocattolo, un souvenir. Niente di tutto ciò. Aspettava di trovare un oggetto degno (di lei). Cosa porteresti tu dall’Italia a tuo nipote? Lei raccolse una maestosa pigna piena di pinoli, perché il bimbo di pigne così non ne aveva mai viste (il pino domestico purtroppo in Bulgaria non cresce). Questa era Ekaterina Josifova. È morta due anni fa. Le devo molto.

Non è stata una risposta molto incentrata sull’opera, ma in quel frangente l’esperienza di vita prese il sopravvento su tutto il resto. Perché con la cultura si possono costruire ponti, carriere, amicizie e tanto altro ancora. 

Qual è il tuo rapporto con gli autori che scrivono in bulgaro?

Direi che è ottimo. Parlo degli autori che ho tradotto. Ci amiamo e ci rispettiamo a vicenda. Poi ci sono autori che non conosco ancora personalmente ma che seguo perché sto aspettando il momento opportuno per farmi viva con loro. Perché chi traduce dal bulgaro di solito deve farsi avanti, non può aspettare che l’editore bussi alla sua porta.

Ci sono autori che seguo e che so che non tradurrò. Naturalmente ci sono anche molti scrittori e poeti che non conosco o che non voglio conoscere. Non mi piace tutto ciò che è bulgaro. Anzi, con gli anni ho imparato a filtrare, a selezionare. Non che me lo possa permettere, non traduco dieci libri all’anno, ma in certi casi rifiuto di prestare le mie parole se qualcuno non mi piace.

Che genere traduci più spesso e/o quale genere ti interessa di più?

Senza dubbio la poesia. Tradurre un romanzo, o un racconto, o saggistica è pure molto bello, ma io sono più un tipo da poesia. Tradurre poesia mi permette di perdermi per ore su una parola, una frase, un accento, di giocare sul ritmo, sulla lunghezza del verso e, soprattutto, di vedere graficamente e pressoché nell’immediato il risultato dei miei sforzi, un’immagine di ciò che sarà, o che già è. La prosa, la traduzione di testi in prosa, invece prevede tempi più lunghi e uno sguardo d’insieme, coerenza. La trovo più alienante.

Tradurre è un mestiere pesante da diversi punti di vista, possono passare mesi prima che un lavoro sia pubblicato e, tasto dolente, retribuito. La poesia almeno la si può vedere anche con un solo colpo d’occhio: eccola lì, cinque, dieci, ventitré, trenta versi. Li ho negli occhi e mi consolo. 

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Il nome di un’autrice o un autore che vorresti portare in Italia e/o che avresti voluto portare in Italia? 

La poeta Marija Virhov. Spero di riuscirci un giorno. Potete leggere qualche testo che ho tradotto sull’ultimo numero della rivista letteraria “L’Ulisse”. 

Perché dedicarsi alle cosiddette lingue “minori”? Vantaggi e svantaggi.

Nella vita bisogna sapere quello che si fa. Personalmente non sono un esempio di lungimiranza, pianificazione e organizzazione. Vedo però che ci sono dei giovani che sanno quello che fanno o che lo sapevano ben prima di cominciare. Se si ha talento e preparazione, una buona dose di ottimismo e attitudine a comunicare, secondo me ci si può affermare in qualsiasi settore, anche, o addirittura, più e meglio, quando ci si occupa di lingue o campi poco pubblicizzati, poco noti, poco attraenti: perché c’è meno concorrenza e più libertà.

Tuttavia si può anche agire per la semplice passione o per un’idea fissa nel cervello (“voglio conoscere almeno una lingua slava orientale, una occidentale e una meridionale”, autocitazione): non ho perso la speranza che ci sia ancora qualcuno che antepone all’interesse, alla convenienza e all’utilità l’amore per la conoscenza. Alla fine l’unico svantaggio che hai è sapere troppo.

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice, interprete e scout letterario. S'interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Nel 2018 ha vinto il concorso di traduzione letteraria Leonardo Pampuri, e nel 2023 è stata finalista al premio Peroto per la migliore traduzione dal bulgaro in lingua straniera. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, specializzandosi all'Università di Sofia, dove insegna traduzione editoriale dal bulgaro all'italiano. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per Est/ranei, le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest, e collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Sofia.