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Kostantin Pavlov: “Quando qualcuno mi dice che sono un ‘poeta’ mi viene voglia di dargli un pugno”

Правителствен лозунг:
Преди да нахраним Човека,
трябва да захраним Системата.
А Системата се храни с Човеци.

1980 г.
Slogan governativo:
Prima di nutrire l’Uomo
dobbiamo alimentare il Sistema.
E il Sistema si nutre di Uomini.

1980

Definito da Anna Achmatova come “il più grande poeta bulgaro che abbia mai letto!”, spietato, (auto)ironico e disilluso, Konstantin Pavlov mal sopportava etichette e qualifiche. Ciononostante il suo nome rimane indissolubilmente legato alla sua produzione poetica, che non ha eguali tra i suoi connazionali passati e presenti. Cinico e buffone al contempo, i suoi componimenti aspri e dissacranti hanno attraversato intonsi la seconda metà del Novecento: prima fatti circolare principalmente a mano e a voce sottobanco, e infine dati alle stampe nella loro integrità dopo il crollo del muro di Berlino e del regime comunista di Todor Živkov.

Già pubblicati in diverse lingue europee, a fine giugno la casa editrice livornese Valigie Rosse li offre per la prima volta al pubblico italofono grazie al lavoro della slavista e traduttrice Alessandra Bertuccelli. “Cavalli indomati” è un’antologia poetica caustica, amara e a tratti persino spassosa, in cui l’opera di Pavlov arriva al lettore condensata, affinata dall’orecchio e dalla mano della curatrice, che riesce a traghettare il “verso anarchico” di Pavlov in italiano senza ammansirlo, come promette il titolo. Completa l’edizione una prefazione necessaria ma tutt’altro che retorica, allo scopo di riempire e rendere lustro a una delle tante, troppe lacune di cui la letteratura bulgara soffre in Italia.

АХ, НЕКА ВСЯКА МЕРЗОСТ МЕ УБИВА

Аз мога да отмина равнодушно
най-чистата човешка красота.
Без капка удивление бих слушал
вълшебните слова на мъдростта.
Че подлеците, дето срещам в пътя,
изпиват жадно цялата ми страст.

И затова е погледът ми мътен,
и затова е дрезгав моя глас.

Но нека всяка мерзост ме убива.
Доволен съм, че съм изпит и блед,
защото няма нищо по-противно
от затлъстял поет.
МI UCCIDA PURE OGNI ABIEZIONE

Io posso non degnare di uno sguardo
la più pura umana bellezza.
Potrei ascoltare senza il minimo stupore
gli incantevoli discorsi della saggezza.
Che i vigliacchi sulla mia strada
trangugiano tutto il mio ardore.

Ecco il perché del mio torbido sguardo,
ecco il perché della mia rauca voce.

E mi uccida pure ogni abiezione.
Son contento d’esser smunto e pallido,
perché non c’è nulla di più squallido
d’un poeta ciccione.

Nato in un paesino nei pressi di Pernik, non lontano da Sofia, nel 1933, a vent’anni Konstantin Pavlov si trasferisce nella capitale bulgara grazie a una borsa di studio. I suoi componimenti destano subito attenzione e poco dopo viene ammesso in un circolo di giovani e promettenti futuri poeti. L’uscita del suo secondo libro di poesie segna il suo brusco e definitivo allontanamento dai canoni del realismo socialista, provocando uno scandalo che lo scaraventa ai margini del mondo letterario bulgaro; un monito a tutti i suoi colleghi appositamente progettato dai vertici dello stato. Fino al 1989 gli viene fatto divieto di pubblicare poesie, che comunque continuano a diffondersi lungo canali alternativi.

Con il termine della Repubblica Popolare di Bulgaria la situazione però non migliora molto. Se da un lato vedono finalmente la luce ben otto raccolte, dall’altro il nuovo ordine politico vuole fare di Pavlov il baluardo delle aspirazioni e valori repressi fino a quel momento, un esempio di autore proibito e dissidente. La libertà riacquistata dura ben poco: tra la fine del secolo scorso e i primi anni Duemila viene colpito da due serie di ictus che lo lasciano quasi paralizzato. Muore a Sofia nel 2008.

ИНТЕРВЮ В УТРОБАТА НА
КИТА

– Къде беше –
питат ме –
повече от три десетилетия?

– Бях в утробата на Кита.
Всички виждате,
нарочно питате.

– Как прекара –
питат ме –
три десетилетия в търбуха му?

– И това го знаете –
комар играх
с оня комарджия... Йон библейския.

– Ама Йон излезе –
викат ми, –
теб защо те няма –
питат ме.

– Йон излезе –
господ го откупи,
а за мене дявола не даде пукнат грош.

– Страшно ли ти беше –
питат ме –
толкова десетилетия?

– Страшно беше,
скучно стана –
пушех и мълчах,
мълчах и пушех…

– А сега какво ще правиш –
питат ме –
следващото тридесетилетие?

– Аз ли?
Аз не знам,
но знам, че Кита
фасове ще плюе
три десетилетия
и ще замърсява океанската среда.
INTERVISTA NEL VENTRE DELLA BALENA

– Dove sei stato –
mi chiedono –
per più di tre decenni?

– Sono stato nel ventre della Balena.
Lo vedete tutti,
chiedete apposta.

– Come hai passato –
mi chiedono –
tre decenni nel suo pancione?

– Sapete anche questo –
giocavo d’azzardo
con quel giocatore... il biblico Giona.

– Sì, ma Giona poi è uscito –
mi dicono –
tu perché non ci sei? –
mi chiedono.

– Giona è uscito –
Dio l’ha riscattato,
per me invece il diavolo non ha dato un soldo bucato.

– È stato terribile –
mi chiedono –
così tanti decenni?

– È stato terribile,
è iniziata la noia –
fumavo e tacevo,
tacevo e fumavo…

– E ora che farai –
mi chiedono –
nel prossimo trentennio?

– Io?
Io non lo so,
ma so che la Balena
sputerà mozziconi
per tre decenni
e inquinerà gli oceani.

La poesia di Pavlov è elettrica, stonata, grottesca e soprattutto estremamente diretta. Le parole disegnano traiettorie in perpetua agonia, a delineare sia il profilo dello stesso autore ma anche i contorni dei tanti animali che popolano la sua produzione. Negli atteggiamenti di questi ultimi si riflette la sfiducia e la diffidenza nei confronti del genere umano, nonché l’insensatezza dell’esistenza. Cavalli, maiali, usignoli, corvi, cani, pesciolini rossi che diventano squali: la raccolta è un vero e proprio bestiario, i rimasugli di un allevamento plasmato dalla mano socialista che l’ha nutrito per decenni, illudendolo. Contrariamente alla parabola orwelliana, però, in quella “kostapavloviana” una volta lasciate a se stesse le bestie si mostrano subito spietate e apatiche insieme, incapaci di distinguere il bene dal male.

E a chi è riuscito, come Kostantin Pavlov, a tenersi saldamente aggrappato alla propria coscienza nel turbine di questo oblio collettivo non resta che tracciare “gli intraducibili geroglifici / del grido più disperato”. Il risultato finale è una poesia-confessione mai “intenzionalmente sociale”, una poesia che non specula “sulle sofferenze morali della società”, ma che nel profondo spera ancora e sempre in un briciolo di salvezza – non di rado riflessa in un lucido sarcasmo. Per questo i pugni del poeta Pavlov, pur essendo frutto della propria epoca, evadono sia le frontiere temporali che quelle nazionali, continuando a colpire duro e forte finché ci sarà “qualcuno che percepirà quella tanto fine e rara affinità che a raccontarla la si rovina e basta”.

СТИХОТВОРЕНИЕ ЗА СКОТОВЪДНАТА
ФЕРМА НА ПОЕТА

Като необяздени коне
препускат
образи и мисли пред очите ми.
Tрудно ми е да ги уловя.
Tрудно ми е да ги обуздая.
Профучават покрай мене и изчезват.
Бели и черни.

Дълго, дълго след това се вслушвам –
неритмичният им тропот глъхне
някъде зад хоризонта.
Дълго, дълго след това се взирам –
равнина...
триста пъти да съм ослепял,
триста пъти да съм полудял,
ако не дочувах този тропот,
пълен с обещания неизпълними.
...Идват хората и се оплакват:
“Твоите коне ще стъпчат нивите!
Обуздай ги!
Иначе...”

Какво?

Мили хора,
дето ме ругаете,
вашите коне са обуздани.
Впрегнати в колата на живота,
влачат хиляди неща полезни,
а с подрязаните си опашки
бият конските мухи
и кротко цвилят.
Честна дума, почвам да завиждам –
вашите хамбари са препълнени,
а главите ви спокойни.

Аз не мога да ги обуздая.
Мога само
да се метна
на гърба на най-необуздания
и да полетя след вятъра.
Дълго време няма да ме виждате!
Дълго време няма да ме чувате!
Но когато тръгнете по нивите,
за да приберете житото,
някъде,
до някой слог ще ме намерите.
На главата –
удар от копито,
а в ръцете –
кичур от развята грива...
Запазете кичура.
За вас съм го отскубнал.
Стават много хубави рогозки!
POESIA SULL’ALLEVAMENTO DI BESTIAME DEL POETA

Come cavalli indomati
galoppano
immagini e pensieri davanti ai miei occhi.
Difficile afferrarli.
Difficile domarli.
Мi sfrecciano vicino e spariscono.
Bianchi e neri.

Poi, per un lunghissimo tempo resto in ascolto:
il loro aritmico scalpiccio svanisce
da qualche parte dietro l’orizzonte.
Poi, per un lunghissimo tempo resto a guardare:
una pianura...
meglio cieco mille volte,
meglio pazzo mille volte,
piuttosto che non sentire questo scalpiccio
pieno di irrealizzabili promesse.
...Viene gente e si lamenta:
“I tuoi cavalli rovineranno i campi!
Domali!
Altrimenti...”

Che?

Care persone
che mi insultate,
i vostri cavalli sono addomesticati.
Aggiogati al carro della vita
trainano migliaia di cose utili,
e con le loro code mozzate
schiaffeggiano i tafani
e docilmente nitriscono.
Lo dico sinceramente, comincio a invidiarvi:
i vostri granai sono stracolmi
e i vostri sogni tranquilli.

Io non so domarli.
So solo
saltare
in groppa al più selvaggio
e volare seguendo il vento.
A lungo non mi vedrete!
A lungo non mi sentirete!
Ma quando prenderete per i campi
per la mietitura del grano
laggiù mi troverete,
sul ciglio di un viottolo.
La testa
rotta da uno zoccolo,
e in mano
una ciocca di criniera agitata al vento...
Conservate la ciocca.
L’ho staccata per voi.
Ci vengono delle gran belle stuoie!

“Cavalli indomati” di Konstantin Pavlov, a cura di Alessandra Bertuccelli, Valigie Rosse, 2022.

Foto di copertina: chetilishte.com

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice e redattrice, si interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Laureata all’Università di Bologna e specializzatasi all’Università di Sofia, nel 2018 ha vinto la prima edizione del concorso di traduzione letteraria "Leonardo Pampuri". Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria (Sofia). Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per il progetto Est/ranei e le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest.