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Banconota da 10 miliardi di dinari del 1993(wikipedia)
In principio fu il dinaro. Sembra una frase scontata, ma la domanda che nasce subito dopo è: sì, ma quale dinaro? Si apre così questa breve storia delle valute jugoslave. Andiamo con ordine. Siamo all’inizio del secolo, nasce il nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni dopo la Prima guerra mondiale e bisogna scegliere una moneta (1920). Sarà il dinaro serbo a diventare jugoslavo (YUS). In Croazia e Slovenia prende il posto delle corone che venivano usate fino ad allora. Il cambio è di un dinaro per quattro corone.
Fra parentesi troverete il codice ISO 4217, ovvero uno standard internazionale che descrive codici di tre lettere per definire i nomi delle valute, stabilito dall’Organizzazione internazionale per la normazione (ISO), che viene usato comunemente nel sistema bancario e nel mondo economico, nonché nella stampa specializzata.
Questa valuta rimane in uso fino al 1941 quando, con l’invasione del paese, anche la circolazione delle monete e delle banconote subisce un contraccolpo. Nello Stato Indipendente di Croazia viene adottata la kuna, nella Serbia occupata il dinaro, mentre nelle altre zone circolano le valute dei paesi invasori: lira italiana, lev bulgaro e il marco del Reich tedesco.
Dinaro della Repubblica popolare federale jugoslava (Wikipedia)
Valute jugoslave durante il periodo socialista
Con la fine del secondo conflitto mondiale, il nuovo stato guidato da Tito adotta subito il dinaro (YUF), con un cambio di 1 a 20 con quello serbo (1944) e di 1 a 40 con la kuna croata (1945). Nella prima serie provvisoria, tutti i tagli di banconote mostrano il partigiano sul fronte e lo stemma del paese sul retro. Anche le successive serie non prevedono la presenza di specifiche persone, ma riferimenti al mondo operaio e lavorativo. L’unica eccezione è Arif Heralić, operaio delle acciaierie di Zenica, ritratto nella banconota da mille dinari della serie del 1955.
Poco dopo la trasformazione dalla Repubblica popolare in quella socialista, anche il dinaro viene riformato con il così detto “dinaro pesante” (YUD). Viene creato con un valore cento volte inferiore rispetto allo YUF, prendendo spunto da un’operazione simile fatta da De Gaulle in Francia. Il rischio di confondere i cittadini è aggirato mantenendo le stesse grafiche per banconote, cambiando solo il valore.
Questa valuta ha vita lunga, arrivando fino alle porte dell’ultimo decennio del secolo, quando le cose iniziano a crollare. Il maresciallo Tito fa la sua comparsa nei diffusi fogli viola da cinquemila dinari nel 1985, cinque anni dopo la sua scomparsa.
Il maresciallo Tito fa la sua comparsa sulle banconote (Wikipedia)
Valute dopo la fine della Jugoslavia socialista
Nel 1990 entra in vigore il dinaro jugoslavo convertibile (YUN), che torna sul libero mercato internazionale dei cambi. Vengono eliminati quattro zeri, con un cambio di diecimila a uno rispetto al suo predecessore. Arrivano anche Nikola Tesla e Ivo Andrić ad arricchire i due tagli più alti (mille e cinquemila). Soltanto un anno dopo l’idea di una moneta unitaria cade sotto i colpi delle secessioni.
Di lì a breve la Slovenia adotta il tallero (8 ottobre 1991), la Croazia un proprio dinaro(23 dicembre 1991), così come la Macedonia (26 aprile 1992) e la Bosnia (luglio 1992). Tutti passaggi per un valore equivalente 1 a 1, tranne per Sarajevo che cambia 10 a 1. Le enclavi serbe in Croazia e Bosnia si dotano di una specifica versione del dinaro, ovvero il dinaro della Krajina e il dinaro della Republika Srpska, agganciata direttamente al dinaro jugoslavo.
Quest’ultima valuta è di fatto in uso in Serbia e in Montenegro, ma gli effetti del conflitto si fanno sentire in maniera mai vista prima, sottoponendo il dinaro a un’iperinflazione raramente osservata nell’epoca moderna. Come già detto, un dinaro del 1990 ne vale diecimila della valuta precedente. Due anni dopo nasce il dinaro jugoslavo riformato (non ottenne il codice ISO 4217 a causa dell’embargo, ma comunemente è ricordato come YUR) che ne vale 10 dei precedenti.
Nel 1993 ecco il dinaro jugoslavo di ottobre (informalmente YUO), il cambio è fissato con un dinaro di ottobre per un milione di dinari riformati. Infine il 1° gennaio dell’anno successivo, neanche tre mesi dopo l’ultima emissione, arriva il dinaro jugoslavo del 1994 (informalmente YUG), con un rapporto di 1 dinaro a 1 miliardo di dinari precedenti. Ventitré giorni dopo il governo si arrende all’iperinflazione varando il nuovo dinaro (YUM), assegnandogli un cambio forzoso alla pari con il marco tedesco, che nel frattempo è divenuta la valuta de facto usata sul territorio jugoslavo.
Nel 2000 il nuovo dinaro cambia nome, diventando semplicemente dinaro e perdendo l’aggettivo “nuovo”, senza subire nessun tipo di cambiamento sostanziale. Nel frattempo, però, il 6 novembre 1999 il Montenegro riconosce il marco tedesco come sua valuta ufficiale, mentre nel 2000 come “unica valuta ufficiale”. Con l’ingresso della moneta tedesca nell’euro, anche Podgorica adotta la nuova moneta. Quando nel 2003 la Federazione serbo-montenegrina cambia in Unione Statale di Serbia e Montenegro, il dinaro jugoslavo, usato ormai solo a Belgrado, diventa dinaro serbo.
1 dinaro di ottobre (YUO) = 1.000.000 dinari jugoslavo riformato (YUR)
1 dinaro jugoslavo del 1994 (YUG) = 1.000.000.000 dinari di ottobre (YUO)
1 nuovo dinaro (YUM) = 1 marco tedesco
Le valute delle repubbliche post jugoslave
La Slovenia adotta il tallero (tolar, SIT) nel 1991 e lo mantiene fino all’ingresso nell’euro, avvenuto il 1° gennaio 2007, con un cambio per 1 euro di 239,64 talleri. La Macedonia (del Nord) usa il suo dinaro dal 1992 a oggi. Nel 1993 il vecchio dinaro (MKD), che aveva solo banconote, viene riformato nel nuovo dinaro (MKN) con un cambio di 1 a 100. Vengono introdotte anche le monete. Il Kosovo dal 2002 adotta unilateralmente l’euro, anche se nel nord e nelle zone a maggioranza serba si usa ancora il dinaro serbo.
La Croazia nel 1994 al posto del dinaro inizia ad usare la kuna (HRK), suddivisa in cento lipe. Rispettivamente, dunque, il neonato stato si dota di “martore” e “tigli”: la pelliccia di questi animali e le foglie dell’albero erano stati impiegati come mezzo di pagamento nel commercio in un lontano passato. Ovviamente la questione in Bosnia è un po’ più complicata.
Le valute della Bosnia ed Erzegovina
Inizialmente la Bosnia sceglie un proprio dinaro, con un cambio di 1 a 10 rispetto a quello jugoslavo. Questa valuta, che non ha monete, circola quasi esclusivamente nel territorio sotto il controllo bosgnacco (musulmano). Nel 1994 viene sostituito da un nuovo dinaro, che ha un rapporto con il precedente di 1 a 10mila. Nella parte croata si usano le valute di Zagabria (dinaro prima, kuna poi), mentre la Repubblica Serba di Bosnia produce due emissioni del proprio dinaro, prima di allacciarsi a quello della Jugoslavia (Serbia e Montenegro) nel gennaio del 1994 (YUG e YUM).
Nel 1998, come parte degli accordi di Dayton, tutta la nuova nazione adotta il marco convertibile (BAM), fissato al marco tedesco, fino all’assunzione dell’euro in Germania. Un marco convertibile è suddiviso, proprio come accadeva per quello tedesco, in pfennig, parola che ha causato non pochi problemi di pronuncia ai bosniaci, tanto da diventare “fennig”. Oggi, per quanto riguarda le banconote esistono due serie diverse, una per la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e una per la Repubblica Serba di Bosnia, che tuttavia sono valide su tutto il territorio nazionale.
Meša Selimović sulla banconota da cinque marchi (Wikipedia)
Inizialmente esistevano le banconote da 50 pfennig, 1 e 5 marchi, poi sostituite da monete nel 2018, mentre sono ancora in uso, in carta, quelle da 10, 20, 50, 100 e 200. Entrambe le versioni riportano letterati: Skender Kulenović, Ivan Franjo Jukić, Mehmedalija “Mak” Dizdar, Antun Branko Šimić, Musa Ćazim Ćatić, Nikola Šop quelle della Federazione, Branko Ćopić, Ivo Andrić, Aleksa Šantić, Filip Višnjić, Jovan Dučić, Petar Kočić quelle della Republika. La banconota da 5 marchi era uguale per entrambe le entità e riportava il volto di Meša Selimović, così come quella da 200, con il ritratto di Ivo Andrić. Non sembrano esserci state in Bosnia donne meritevoli di comparire sulle banconote.
Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".