“B come Bucarest”, il podcast. Intervista con l’autore

B come Bucarest è un podcast che racconta la condizione dell’infanzia in Romania dalla fine degli anni Ottanta a oggi. Attraverso il retaggio del regime di Nicolae Ceaușescu e i cambiamenti degli ultimi quarant’anni, la serie ricostruisce storie, luoghi e memorie di un paese in trasformazione.

Bucarest tiene insieme tutto: è il filo conduttore, la mappa emotiva che guida l’ascolto. Si cammina tra palazzi monumentali, strade e piazze, seguendo voci e testimonianze: episodio dopo episodio, le tracce si incastrano in un mosaico più grande, fatto di ferite ancora aperte e di speranze ostinate, mentre la città affronta il proprio passato e continua a muoversi verso qualcosa di nuovo. 

Abbiamo deciso di parlare con il suo autore, Giovanni Castiglioni, per farcelo raccontare direttamente da lui.

Raccontiamo al nostro lettore, come nasce l’idea di questo podcast?

B come Bucarest nasce da un’esperienza di volontariato. Era l’agosto del 2007, avevo 22 anni e sono partito per la Romania per partecipare a un “Cantiere della Solidarietà” organizzato dalla Caritas Ambrosiana.

I “Cantieri” sono esperienze di servizio, condivisione e riflessione: campi di lavoro estivi pensati per permettere ai giovani di mettersi in gioco concretamente nell’aiuto al prossimo.

Non sapevo ancora che quel viaggio avrebbe aperto qualcosa destinato ad accompagnarmi per molto tempo. La destinazione era Câmpulung Muscel, una cittadina a circa due ore di macchina da Bucarest.

In quelle due settimane ho incontrato bambini e bambine in un villaggio rom, in un orfanotrofio e nei centri diurni. Ho visto situazioni che negli anni successivi ho cercato di comprendere più a fondo. Volevo capire come si fosse arrivati a una delle emergenze educative più grandi avvenute in Europa dal dopoguerra: come mai così tanti bambini e bambine avessero vissuto negli istituti statali e nei canali di Bucarest.

E forse è stata proprio questa sensazione, quella di aver solo sfiorato una realtà senza riuscire ad afferrarla davvero, a tenermi legato a quella storia per quasi vent’anni. Nel tempo, le storie che ho conosciuto hanno maturato in me l’esigenza di essere raccontate, per essere condivise e comprese.

Alla fine del viaggio in quell’estate del 2007 ci siamo fermati a Bucarest per una notte. È stato un passaggio breve ma sufficiente a lasciare un’impressione forte: una città difficile, contraddittoria, in cui convivevano segni di grande vitalità e tracce profonde di fragilità. Non avevo ancora gli strumenti per leggere fino in fondo ciò che vedevo, ma qualcosa di quella realtà era già entrato dentro di me.

Possiamo dire che arriva da un’esperienza personale, ma prova a raccontare qualcosa di comune di collettivo. Quanto questi due piani, privato/pubblico, si mischiano nel tuo lavoro?

Leggi anche I bambini della Securitate

Il podcast parte da uno sguardo individuale e da un incontro concreto con le persone e le loro storie. Si inizia dal mio arrivo a Bucarest e dall’impatto con la Romania: quell’esperienza però acquista senso quando si intreccia con le vite degli altri.

Non mi interessava raccontare semplicemente il mio viaggio o i miei ricordi: volevo capire come una vicenda personale potesse diventare una chiave di lettura più ampia. Da qui l’esigenza di allargare lo sguardo: dalla storia dell’infanzia durante il regime di Nicolae Ceaușescu, alle trasformazioni della Romania dopo il 1989, fino al ruolo delle associazioni e delle persone che hanno scelto di impegnarsi accanto ai bambini e alle bambine più vulnerabili.

In questo percorso sono stati fondamentali gli incontri. Paola Manara e Mauro Borroni, amici conosciuti proprio nel 2007, rappresentano un primo legame con quell’esperienza. Francesco Magno mi ha aiutato a comprendere meglio chi fosse Ceaușescu e la natura della sua dittatura. Franco Aloisio, che conosco da più di dieci anni, è testimone diretto di ciò che ha costruito Parada. Marco Povero, Direttore dell’Associazione BIR, offre lo sguardo di un operatore sociale che ha visto cambiare Bucarest nel tempo. E Silvia Saini, Presidente della Fondazione Bambini in Emergenza, racconta la storia straordinaria di Mino Damato.

Leggi anche “Lettera al mio dittatore” di Eugène, una recensione

Nel mio lavoro questi due piani, personale e collettivo, si intrecciano continuamente. La dimensione individuale è il punto di partenza, perché è lì che nasce la curiosità e il coinvolgimento e poi prende davvero forma quando si connette con altre storie e con processi sociali più ampi. In questo senso, B come Bucarest è un podcast che parte da una memoria personale e trova il suo significato nel provare a costruire una memoria collettiva.

Una domanda che facciamo a tutti coloro che creano un podcast. Raccontaci quali altre persone oltre a te ci sono dietro, dal punto di vista tecnico etc.

B come Bucarest è un progetto artigianale. Ho curato direttamente la scrittura, la produzione e il montaggio, cercando di tenere insieme le diverse voci che guidano l’ascolto.

Il progetto grafico è stato realizzato da mia moglie, Sara Torzullo. La lettera “B” della copertina e i numeri degli episodi sono disegni di mia nipote Penelope, che ha sette anni: un piccolo segno simbolico, quasi necessario, per un podcast che parla di infanzia. Ci tenevo che ci fosse anche una parte della mia famiglia dentro questo lavoro.

secondo turno in romania
Bucarest (Miguel Marques/Unsplash)

Le musiche sono di Scott Buckley, compositore australiano di cui ho amato le composizioni, che ha gentilmente autorizzato l’utilizzo delle sue tracce.

E poi ci sono le persone che hanno prestato la loro voce e il loro tempo: Paola, Mauro, Francesco, Franco, Marco e Silvia. Sono loro il vero cuore del podcast.

Per chiudere vorrei chiederti una considerazione per così dire “post”. Parliamo di Romania oggi, parliamo della sua transizione. Sei tornato nel paese? Come l’hai trovato?

Sì, ci sono tornato. L’ultima volta nel 2024, in occasione della presentazione di Jokers, Art Can Save a Life, il film di Michela Scolari che racconta la storia di Parada.

Bucarest è cambiata profondamente rispetto alla città in transizione che avevo conosciuto nel 2007. Nel centro si respira un’energia nuova: per molti aspetti è diventata una capitale europea come le altre.

Basta però allontanarsi dal centro per trovarsi in una realtà molto diversa. La Romania rurale sembra appartenere a un altro tempo. Dentro Bucarest le disuguaglianze non sono scomparse: le povertà e le fragilità sociali sono diventate meno visibili, spesso confinate nelle periferie.
Da una parte ci sono crescita, modernizzazione e benessere. Dall’altra emergono nuove forme di marginalità, più difficili da vedere e quindi da affrontare.

Tornare in Romania non mi ha dato risposte definitive. Piuttosto, mi ha fatto nascere nuovi interrogativi. E forse è proprio questo il senso di un progetto come B come Bucarest: non chiudere il discorso, ma continuare a interrogare la realtà, mantenendo vive le domande.

Condividi l'articolo!
Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".