“Un paese ci vuole”: micro- e macro-storie di emigrazione

Questo articolo di Gëzim Qadraku* sulle storie di emigrazione è pubblicato in collaborazione con l’organizzazione “Pro Peace“. La versione inglese del testo è disponibile qui.

Il primo paese nel quale mio padre sarebbe dovuto emigrare era la Germania. Un suo cugino gli aveva promesso che l’avrebbe aiutato a trovare un lavoro e a ottenere i documenti necessari. Tutto era pronto. Qualche giorno dopo, però, il cugino ebbe un lutto familiare: tornò a vivere in Kosovo e di quel viaggio non se ne fece più niente. 

Pochi mesi più tardi mio padre decise allora di emigrare in Italia, dove – all’inizio degli anni Novanta – ottenere un permesso di soggiorno era molto più facile rispetto alla Germania.

Il progetto che aveva in mente era lo stesso di ogni persona che emigra: trovare un lavoro, guadagnare, restare il tempo necessario per mettere da parte più denaro possibile, e poi tornare a casa. Nessuna persona lascia la propria terra per non tornare. Tutti sognano, un giorno, di ritornarci. Pochissimi quelli che ci riescono. 

I motivi che spinsero mio padre a emigrare erano economici. C’era sempre meno lavoro in Kosovo. In quella che stava per smettere di essere la Jugoslavia, oltre alla situazione economica, anche quella politica si stava sfaldando. In Slovenia e Croazia era già scoppiata la guerra. E così mio padre emigrò quando io non avevo ancora compiuto un anno.

Con sua grande sorpresa, quando tornò un anno dopo a trovarci, io non lo riconobbi. Nonostante mia madre si fosse assicurata di mostrarmi ogni giorno la sua foto prima di mettermi a letto, mentre lui non c’era avevo iniziato ad associare mio zio alla figura paterna. Nel mio immaginario di bambino, suo fratello era diventato mio padre. Non avevo idea di chi fosse quell’uomo che era piombato in casa da un giorno all’altro. Quello a cui non volevo stare in braccio. Non poteva essere mio padre, ma soltanto un estraneo.

Fu il mio atteggiamento a fargli decidere di portare anche me e mia madre in Italia. Voleva darmi un futuro migliore, mica privarmi della figura paterna. E così io e mamma lo seguimmo.

La guerra si espanse prima in Bosnia ed Erzegovina e poi anche nel nostro Kosovo. In Italia nacque mio fratello e la nostra famiglia iniziò una nuova vita, come quella di tante altre famiglie emigrate.

“Torneremo”

Ho trascorso vent’anni della mia esistenza in Italia. Una costante che non è mai mancata in tutto quel lasso di tempo è una frase che i miei genitori ripetevano con cadenza regolare: “quando le cose si sistemeranno, torneremo in Kosovo”.

In Kosovo ho trascorso tutte le mie estati fino al compimento dei diciott’anni. Amavo tornare in Kosovo e piangevo lacrime eccessive ogni volta che bisognava tornare in Italia. Anch’io sognavo di tornare a vivere nella terra dove ero nato. Ero convinto che l’avrei fatto appena avessi raggiunto la maggiore età.

Poi un giorno, dall’Italia, ce ne siamo andati per davvero. Non per tornare in Kosovo ma per emigrare di nuovo, un’altra volta. Direzione Germania, dove mio padre sarebbe dovuto andare da principio. Perché tornare in Kosovo non aveva alcun senso. Nonostante le condizioni siano migliorate, il Kosovo rimane ancora oggi un paese dal quale, purtroppo, le persone se ne vanno. Sono pochi quelli fra noi che tornano e vi ricostruiscono una vita.

L’idea di casa

Sono già trascorsi dieci anni da quando siamo venuti in Germania, ma è da poco che ho cominciato a riflettere su cosa vuol dire, per me, casa. Crescendo, la mia idea di casa non era associata a un luogo geografico specifico: casa poteva essere qualsiasi posto del mondo, l’importante era che ci fossimo io, mio fratello e i miei genitori.

Poi un giorno la mia terapeuta mi ha fatto notare che tutti noi abbiamo un luogo che sa di casa. Mi ha chiesto se ci fosse un posto dal quale non sarei più voluto andare via, un luogo da dove non avrei mai voluto scappare. E lì, con una certa sorpresa, in un battito di ciglia ho risposto: “Milano”. Anche se sono cresciuto in provincia e la città l’ho vissuta soltanto durante i miei ultimi anni italiani – quando ci andavo ogni giorno per studiare all’università – in quell’istante mi sono reso conto che Milano sarebbe stata il posto nel quale avrei passato volentieri il resto della mia vita. 

Da cosa era dettata questa risposta così fulminea e sicura? Che effetti aveva avuto su di me essere cresciuto con due genitori che non avevano fatto altro che invocare e aspettare il giorno in cui saremmo tornati nella loro terra? Abbiamo realmente vissuto quei vent’anni in Italia, o è stato semplicemente un inframezzo, una lunga attesa del fatidico giorno? Dove li abbiamo vissuti? Ora che mi sono liberato da tutti i vincoli, gli obblighi che mi tenevano legato alla Germania, mi pongo queste domande. Ora che potrei, volendo, tornare in Italia.

Forse quella mia risposta così affrettata era solo il frutto della nostalgia. Forse non sono in grado, davvero, di avere un luogo che considero casa. Crescendo tra due culture e due mondi, spesso mi hanno spiegato quanto fossi fortunato, quanta ricchezza personale avessi a disposizione. Essere in grado di parlare due lingue, rappresentare due culture e vedere il mondo con due cuori, quattro occhi. 

Ed è vero, ma solo in parte. Perché noi figli della diaspora siamo tutti racchiusi nello stesso dilemma: quella maledetta sensazione che ti si appiccica addosso e ti fa credere di non appartenere – a nessun luogo, a nessuna storia – in maniera piena e naturale.

Cesare Pavese ha scritto:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Ma cosa succede a chi ne ha due, di paesi? A chi la vita è sempre stata tagliata a metà.

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Gëzim in casa, Jimmy fuori. Albanese in casa, italiano fuori

Essere figli della diaspora comporta una lunga lista di vantaggi, specialmente rispetto ai figli di coloro che in Kosovo hanno deciso di restarci, o non hanno potuto andarsene via. Significa crescere in un paese più ricco, avere più opportunità di carriera scolastica e lavorativa. In poche parole, essere figlio di immigrati significa essere un privilegiato. Quello che sono io. E non ho fatto nulla per meritarlo, mi è successo e basta.

Contemporaneamente, però, significa anche crescere con due genitori infelici. Significa vederli contenti soltanto un mese all’anno, quando si torna in Kosovo per le vacanze. Significa vederli svolgere i lavori più umili pur di darci un futuro migliore. Significa vederli spegnersi lentamente, mentre si dimenticano i loro sogni. Significa contrarre il debito di dover ripagare i loro sacrifici, nonostante loro non ti abbiano mai chiesto di farlo. Tu sai che è il tuo dovere. Il minimo che devi fare.

E ci sarà sempre un traguardo più alto che proverai a raggiungere, convinto che quella vittoria, quel successo, li renderà veramente, finalmente felici. Affinché possano dire che loro figlio è diventato qualcuno, nel paese dove loro sono diventati nessuno.

Ma anche quando accettiamo e riusciamo ad accumulare oggetti e titoli per cui – forse – ne sarà valsa la pena, resta la domanda: saremo qualcuno chi? Essere figli della diaspora significa vivere in una costante nebbia identitaria, indaffarati nell’estenuante esercizio quotidiano di provare a mantenere vivi entrambi i mondi che abiti, che ti abitano. Nella continua ricerca di farli combaciare diventiamo traduttori, pacieri, ponti.

Essere figli della diaspora significa diventare tante cose, tutte racchiuse in un corpo solo – come fare a farcele stare tutte? Significa fermarsi ogni tanto e rendersi conto che facciamo fatica a comprendere cosa siamo realmente, chiedersi chi ci guarda e ci trova di senso. Mi volto attorno e invidio i tanti che paiono visibili, che si sanno raccontare comprensibili, dettagliati, appartenenti. Io, tanti schizzi e altrettanti puntini, vorrei chiedere loro: la tua casa è dove hai emesso il tuo primo respiro, o dove hai respirato di più?

Ogni volta che una persona italiana scopre il mio trascorso, la reazione è la stessa: “ma allora sei italiano!”. E puntualmente rimango ferito, perché quella frase equivale a una rimozione forzata della mia parte albanese. E allora rispondo stizzito: “Sono anche italiano”. 

Soffro per questo concetto di appartenenza così stretto, che spinge dentro me e lascia fuori tante ragazze e ragazzi con una storia pressoché identica alla mia, ma senza la pelle bianca come la mia. Soffro per loro, perché magari si sentono più italiani di quanto sia in grado di sentirmi io, e mi ricorda in quante frasi, che si credono innocue, si nasconde il razzismo, la costruzione e l’esclusione dell’altro.

Mi ricorda soprattutto quanto sia difficile e complesso spiegare il concetto di identità, qualcosa che manda in difficoltà per primi noi che viviamo le sue contraddizioni sulla nostra pelle. Chi è fuori pensa di poter sintetizzare la nostra esistenza in una frase di poche parole. Non la nostra… e forse nemmeno la loro.

Qualche anno fa, quel cugino chiamò mio padre. Non si sentivano da tempo. Gli chiese cosa stavamo facendo io e mio fratello. Papà gli disse che io mi ero trasferito perché avevo iniziato un master in una città tedesca che si chiama Trier. Il cugino sgranò gli occhi, incredulo. Poi sorrise e gli disse che lui aveva abitato a Trier. E proprio a Trier mio padre avrebbe dovuto raggiungerlo. 


*Gëzim Qadraku è nato a Pristina, ha vissuto vent’anni in Italia e da dieci vive in Germania. Gëzim è cofondatore di La mia vita in valigia, una piattaforma dedicata agli italiani in Germania, ed è autore della newsletter Sport e geopolitica. 

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