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Vogošća è un piccolo centro alle porte di Sarajevo, strategico perché dal 1948 ospita la Pretis, che negli anni del socialismo fu una delle più importanti fabbriche d’armi a livello mondiale. Durante la guerra degli anni Novanta, si stima che circa 800 cittadini non serbi siano stati detenuti in campi di prigionia situati a Vogošća, dove, secondo quanto accertato dal Tribunale della Bosnia ed Erzegovina, i detenuti venivano tenuti in condizioni disumane, sottoposti ad abusi fisici e psicologici, costretti ai lavori forzati e usati come scudi umani. Nel bunker, uno dei centri più famigerati, le donne subivano sistematicamente anche abusi sessuali. Più della metà dei detenuti fu uccisa; di 28 persone non sono mai stati ritrovati i corpi.
Oggi nel parco di Vogošća c’è un monumento dedicato ai civili uccisi nei campi cittadini. Come ogni anno, lo scorso 5 maggio sopravvissuti e famigliari delle vittime si sono ritrovati lì per ricordare i caduti. E, come per tanti altri momenti commemorativi, il rischio che il ricordo finisca con le parole sempre più stanche è molto alto.
A margine della cerimonia, il portale giornalistico Detektor ha intervistato Eset Muračević, testimone di crimini di guerra commessi nei campi, che si è sfogato dicendo che queste manifestazioni “rimangono sulle spalle delle vittime che custodiscono il ricordo dei loro compagni”. Muračević ha aggiunto che “è impensabile che i bambini non possano imparare nulla sugli eventi del nostro recente passato a scuola. Non posso permettere che un ministro dell’Istruzione riceva uno stipendio regolare, mentre nel suo ministero ci sono ‘due scuole sotto lo stesso tetto’ o non c’è nulla nei libri di testo scolastici sugli eventi bellici”. .
(Meridiano 13/Joshua Evangelista)
“Due scuole sotto lo stesso tetto”
Le “due scuole sotto lo stesso tetto” a cui si riferisce Muračević sono uno dei simboli più evidenti della Bosnia postbellica. In edifici scolastici di zone miste bosgnacco-croate, soprattutto nei cantoni di Erzegovina-Neretva, Bosnia Centrale e Zenica-Doboj, studiano bambini della stessa età, ma separati su base etnica.
La separazione riguarda soprattutto le cosiddette “materie nazionali”: lingua, storia, geografia, religione. Doveva essere una soluzione provvisoria dopo la guerra, ma ormai è una forma stabile di segregazione educativa.
Del resto in Bosnia ed Erzegovina la scuola è uno dei campi principali in cui la guerra continua a essere silenziata, negata, reinterpretata o trasformata in identità politica. A trent’anni dalla fine del conflitto, il sistema educativo bosniaco (e non solo nelle “due scuole sotto lo stesso tetto”, che secondo la mappatura dell’OSCE dovrebbero essere 56) rimane una delle espressioni più visibili della frammentazione istituzionale prodotta dagli Accordi di Dayton: un paese, due entità, un distretto autonomo, dieci cantoni nella Federazione, molte competenze sovrapposte e una pluralità di programmi scolastici che quasi mai costruiscono cittadinanza comune, ma appartenenze separate.
Nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina ciascuno dei dieci cantoni ha un proprio ministero dell’Istruzione, mentre la Republika Srpska ha un sistema centralizzato e il Distretto di Brčko un proprio dipartimento per l’Educazione; il ministero federale ha soprattutto una funzione di coordinamento.
A leggere il rapporto di Eurydice, la piattaforma della Commissione europea che monitora i sistemi educativi di 43 paesi, viene da pensare che il sistema scolastico bosniaco sia così frammentato che per capire chi decide cosa si insegna in una classe servirebbe un dottorato in diritto costituzionale di Dayton.
(Meridiano 13/Joshua Evangelista)
Una separazione che va oltre le mura scolastiche
Questa architettura non è un dettaglio tecnico. È la premessa politica che porta ha un risultato devastante: un bambino può crescere con libri, programmi e narrazioni storiche molto diversi a seconda dell’entità, del cantone, della municipalità o persino dell’edificio scolastico che frequenta.
Negli anni, tribunali e organismi internazionali hanno più volte contestato la pratica delle due scuole sotto lo stesso tetto. Nel 2012 un tribunale di Mostar stabilì che la separazione etnica degli studenti in alcune scuole costituiva discriminazione; nel 2014 la Corte Suprema della Federazione confermò che il modello era discriminatorio in relazione ai casi di Stolac e Čapljina. Anche la Corte costituzionale bosniaca, in una decisione successiva, ha richiamato il fatto che organismi internazionali come il Comitato Onu per l’eliminazione della discriminazione razziale avevano qualificato tale pratica come una forma di segregazione educativa.
Il problema, però, non è mai stato solo giuridico. È principalmente politico. Le sentenze esistono, ma la loro attuazione rimane parziale o inesistente. Nel 2024 la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha rilevato che le raccomandazioni precedenti volte ad abolire il sistema delle “due scuole sotto lo stesso tetto” e le altre forme di segregazione nell’educazione non erano state implementate, raccomandando l’introduzione di un insegnamento multiprospettico della storia.
(Meridiano 13/Joshua Evangelista)
E le altre minoranze?
Qui il tema delle minoranze si intreccia con una questione ancora più profonda: chi è riconosciuto come parte a pieno titolo della comunità politica bosniaca?
La Costituzione nata da Dayton e figlia di vecchie suddivisioni già presenti ai tempi di Tito organizza il Paese attorno ai tre “popoli costitutivi” — bosgnacchi, serbi e croati — lasciando in una posizione subordinata gli “Others”, cioè cittadini che non appartengono o non vogliono appartenere a una delle tre identità dominanti.
Il famosissimo caso Sejdić-Finci, deciso dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2009, resta emblematico: Dervo Sejdić, rom, e Jakob Finci, ebreo, contestarono l’impossibilità di candidarsi alla Presidenza e alla Camera dei Popoli proprio perché non appartenenti ai tre popoli costitutivi. La Corte diede loro ragione, ma la sentenza non è ancora stata pienamente attuata. I rom, in particolare, restano tra i gruppi più esposti alla discriminazione, come ha riferito anche Human Rights Watch nel suo report annuale.
In Bosnia l’esclusione delle minoranze si combina con la divisione dei gruppi maggioritari. Non siamo davanti soltanto a un sistema che non riesce a includere rom, ebrei o altri cittadini non appartenenti ai tre popoli costitutivi; siamo davanti a un sistema che fatica a produrre uno spazio comune.
(Meridiano 13/Joshua Evangelista)
La storia come terreno di scontro
Il terreno più delicato è l’insegnamento della storia. Nei manuali e nei programmi scolastici la guerra degli anni Novanta, l’assedio di Sarajevo, la pulizia etnica, i crimini di guerra e il genocidio di Srebrenica possono assumere significati radicalmente diversi. In alcuni contesti vengono riconosciuti e studiati; in altri vengono minimizzati, omessi o riletti attraverso una prospettiva nazionalista.
Nel 2024 la Corte costituzionale bosniaca ha sospeso una parte del curriculum introdotto nelle scuole primarie della Republika Srpska che presentava figure come Radovan Karadžić e Ratko Mladić come protagonisti storici della creazione dell’entità serba, suscitando timori di ulteriore segregazione e divisione tra studenti.
È anche da questa frattura che nasce il documentario Zemlja. The Land That Remembers, The Land That Forgets, che ho realizzato assieme a Tatjana Đorđević nel 2025: abbiamo attraversato Sarajevo, Srebrenica e Banja Luka seguendo giovani nati dopo gli accordi di Dayton dentro narrazioni storiche opposte.
In particolare, nel film abbiamo preso in analisi un libro di testo per studenti del nono anno scritto da Dragiša Vasić, professore di storia all’Università di Banja Luka, pubblicato otto anni fa, ma inserito nel curriculum obbligatorio solo nel settembre 2024.
In una sezione intitolata “La guerra civile in Bosnia ed Erzegovina e la creazione della Republika Srpska”, i criminali di guerra Ratko Mladić e Radovan Karadžić vengono presentati come figure chiave nella storia militare e politica, equiparati per eroi.
Karadžić viene descritto come poeta e psichiatra e si omette di menzionare la sua condanna al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY). Quanto a Mladić, l’ex comandante dell’esercito della Republika Srpska, divenuto il simbolo della campagna serba di pulizia etnica, viene descritto come un generale indispensabile che difese i serbi in Croazia e una figura chiave nella creazione dell’entità serba in Bosnia-Erzegovina. Anche qui, si dice che è stato estradato per essere processato all’Aja, ma non vengono citate le accuse a suo carico. Nessuna menzione sul genocidio di Srebrenica, città dove, del resto, oggi ai bambini viene insegnata la storia “ufficiale” della Republika Srpska.
Una cosa molto interessante è che la versione precedente del volume non conteneva capitoli dedicati alla guerra degli anni Novanta. Come se, a un certo punto, i fantasmi di quel periodo fossero tornati a essere utili per creare coesione contro gli “altri”.
Per New Line Magazine io e Tatjana Đorđević avevamo approfondito il tema dei libri di testo e chiesto a Dragiša Vasić di commentare il suo volume, senza aver avuto alcuna risposta. All’inizio del 2025, la Corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina aveva annullato parte del programma scolastico dell’enclave a maggioranza serba, nello specifico il famoso modulo per la nona classe, a seguito di un ricorso presentato da tredici membri della Camera dei rappresentanti dell’Assemblea parlamentare.
Ma, ci ha spiegato Džana Brkanić, vicedirettrice del Balkan Investigative Reporting Network (BIRN), “non ci sono segnali che la decisione della Corte Costituzionale verrà attuata”. Del resto pare che il libro di testo sia ancora in uso.
Attenzione, la mistificazione storia non è un problema della Republika Srpska, ma di tutto il paese. Anche i libri di testo utilizzati nelle scuole della Federazione sono pieni di inesattezze e narrazioni di parte. Nel cantone di Tuzla un libro di testo per la terza media, scritto dai professori Almir Bećirović e Nazim Ibrahimović dedica 64 pagine alla dissoluzione della Jugoslavia e alle guerre degli anni Novanta, ma non approfondisce le sofferenze dei gruppi etnici non bosniaci.
BIRN aveva lavorato, a tal proposito, a una proposta molto concreta: un database di fatti legalmente accertati, basato su tutte le sentenze del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Attraverso materiali multimediali e testimonianze di sopravvissuti (svuotate dei dettagli più cruenti) si era cercato di preparare un percorso di accompagnamento didattico sulla base dell’equilibrio e della sobrietà. BIRN aveva offerto questo materiale ai ministeri dell’Istruzione di ciascun cantone bosniaco e al ministero dell’Istruzione della Republika Srpska.
Solo i cantoni di Sarajevo e Tuzla hanno aderito all’iniziativa, impegnandosi a integrare il database nei loro programmi di storia.
Durante la scrittura del libro Sarajevo. Laboratorio fragile dei Balcani, metronomo d’Europa (2025), avevo visitato quasi la totalità dei musei della capitale bosniaca. Mi aveva molto colpito sentire da Indira Kučuk-Sorguč, direttrice del circuito dei musei cittadini di Sarajevo, che nel corso dell’anno, tra le numerose scolaresche che visitano i musei di Sarajevo nessuna proviene dalla Republika Srpska.
Per metà degli studenti del paese i musei di Sarajevo, la cui ricchezza è unica al mondo, semplicemente non esiste. E se vanno in gita nella loro capitale, a Banja Luka, potranno scoprire, grazie al Museo nazionale della Republika Srpska – un grosso edificio che documenta tutta la storia della regione dalla preistoria ai giorni nostri – che dalla dissoluzione della Jugoslavia agli anni Duemila non è successo praticamente nulla di rilevante.
(Meridiano 13/Joshua Evangelista)
Memorie divise, memorie resistenti
La scuola è il punto in cui le ferite non rimarginate diventano futuro. Una memoria divisa non resta confinata nei musei, nelle commemorazioni o nei discorsi politici: entra nei quaderni, nei compiti, nelle mappe, nei nomi e nelle date da imparare a memoria. Se un ragazzo cresce in un sistema in cui il passato viene organizzato come proprietà esclusiva del proprio gruppo, difficilmente potrà riconoscere il dolore dell’altro come parte di una storia comune.
Eppure in Bosnia c’è anche chi dice no. A Jajce, nel 2016 e 2017, gli studenti si sono opposti al progetto di creare una nuova scuola separata su base etnica, di fatto boicottando le lezioni come simbolo del rifiuto dell’idea che la separazione fosse l’unica risposta possibile alla pluralità.
Questa piccola protesta forse racconta qualcosa che spesso sfugge agli osservatori esterni: la Bosnia non è soltanto il luogo delle divisioni imposte dall’alto, ma anche quello delle pratiche quotidiane di resistenza. Ci sono insegnanti che provano a introdurre prospettive plurali, associazioni che lavorano con i giovani, ricercatori che analizzano i manuali, studenti che rifiutano di essere arruolati in memorie prefabbricate.
La dimensione europea è inevitabile. La Bosnia ed Erzegovina ha presentato domanda di adesione all’Unione Europea nel 2016, ha ottenuto lo status di paese candidato nel 2022 e nel marzo 2024 il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati di adesione. Nel rapporto 2025, la Commissione europea ha continuato a monitorare il Paese nel quadro dell’allargamento, mentre il tema dello stato di diritto, dei diritti fondamentali e della non discriminazione resta centrale nel percorso europeo.
Ma proprio per questo la scuola bosniaca non può essere considerata una questione interna o periferica. Se l’allargamento dell’Unione Europea non è soltanto un processo amministrativo, ma una scelta politica sul futuro del continente, allora il modo in cui la Bosnia educa le nuove generazioni riguarda direttamente l’Europa. Non si può chiedere a Sarajevo, Mostar, Banja Luka o Jajce di diventare parte di uno spazio europeo comune ignorando che molti studenti crescono ancora dentro spazi educativi separati.
La domanda, dunque, non è soltanto come riformare il sistema scolastico bosniaco. È quale idea di Europa si vuole costruire. Un’Europa che considera la memoria una questione decorativa, da evocare nelle commemorazioni, o un’Europa che capisce che la democrazia comincia anche dai manuali scolastici, dai corridoi, dai nomi delle aule, dal modo in cui si raccontano i morti dell’altro?
La Bosnia resta un laboratorio fragile proprio perché mostra in anticipo ciò che altrove diventa visibile più tardi. Del resto, la scuola divisa non è un’anomalia balcanica: è una forma estrema di una tentazione che attraversa molte società europee, quella di trasformare l’educazione in conferma identitaria anziché in esercizio critico. Per questo il sistema scolastico bosniaco parla anche al resto del Continente e lo sfida a trovare il modo di costruire le condizioni perché memorie diverse possano finalmente parlarsi. Ovunque.
*Joshua Evangelista è giornalista e responsabile della comunicazione della Fondazione Gariwo. Ha scritto reportage e interviste da Medio Oriente, Europa orientale, Africa e Sud America per testate italiane e internazionali, tra cui La Stampa, Avvenire, L’Espresso, Internazionale, Domani, The New Humanitarian, Middle East Eye, New Eastern Europe e New Lines Magazine. Nel 2025 ha pubblicato Sarajevo. Laboratorio fragile dei Balcani, metronomo d’Europa per Paesi Edizioni ed è coautore del documentario Zemlja – The Land that Remembers, the Land that Forgets.
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