Novi Pazar: crocevia di culture e intersezione di lotte

di Lavinia Bagnai*

Gli ultimi raggi di sole abbracciano ancora timidamente le colline che circondano Novi Pazar quando il mio autobus da Belgrado raggiunge la sua autobuska stanica, la stazione dei bus. La città giace nel mezzo della regione del Sangiaccato, le cui montagne conservano gemme di alto valore artistico, tra cui patrimoni Unesco, come gli antichi monasteri di Đurđevi Stupovi – di San Giorgio, e di Sopoćani, nonché l’ancora più antico sito storico di Stari Ras, una delle prime capitali dello stato medievale serbo di Raška.

Il Sangiaccato e l’influenza ottomana

Il Sangiaccato è una regione estesa tra il nord-est del Montenegro e il sud-ovest della Serbia, la sua storia si distingue per essere gremita di incontri (nonché scontri) tra popoli e culture diverse. Tra tutte, spicca l’influenza dell’Impero ottomano, potenza dominante dell’area dal quindicesimo secolo, cui seguì la giurisdizione serba dal 1913, a seguito delle guerre balcaniche. È al dominio ottomano che si deve il nome della città principale della regione, appunto Novi Pazar, nota come “Novi Bazaar”, a indicare il ruolo di importante centro mercantile.

L’influenza ottomana è ben visibile nell’architettura del centro città, caratterizzato da strette vie pedonali e edifici bassi e compatti che contribuiscono a formare la čaršija, gremita di botteghe e negozi di ogni tipo, oggi come allora. Luogo fondamentale per gli scambi commerciali sotto il dominio turco, la čaršija di Novi Pazar ha dimensioni più contenute rispetto ad altre dei Balcani, come la Baščaršija sarajevese, con cui condivide la presenza della Sebilj, fontana in legno donata proprio dalla capitale bosniaca in segno di amicizia.

Novi Pazar
Una moschea di Novi Pazar (Meridiano 13/Gianni Galleri)

La maggior parte degli abitanti di Novi Pazar è di etnia bosgnacca, cioè si identifica come musulmano. Il legame tra la città e l’eredità culturale lasciata dall’Islam è stretto: le moschee, i bagni hammam e i centri di cultura religiosa ne sono l’espressione più visibile. Dietro ai restauri del patrimonio islamico c’è anche la presenza crescente della Turchia, che proietta anche in questo modo la sua influenza sui Balcani.

Oltre alla cultura, i discendenti dell’Impero ottomano si inseriscono nella zona con diversi investimenti strategici. Le compagnie turche sono molto attive nella regione, con la Turkish Cooperation and Coordination Agency (TİKA), di proprietà dello stato, in pole position, impegnata nella costruzione di scuole sia in città che nelle aree rurali. A intrattenere rapporti con il paese sono anche le persone singole: l’emigrazione verso la Turchia è un tratto in comune di diverse famiglie dell’area, i cui parenti o amici spesso lavorano per anni nel paese.

I rapporti fra Serbia e Israele

Camminando per le vie del centro, spicca il contrasto tra le strutture ristrette del centro storico e gli edifici di architettura socialista a più piani, tra cui un edificio dalla facciata composta di mezze torri allineate, noto come “Zgrada Jezero”, mi spiega un giornalista di un’emittente locale. Lo incontro nei pressi della torre, mentre sta girando uno spot per “Palestine Drinks Srbija”, tra le bevande nate come alternative etiche alla Coca-Cola in supporto alla causa palestinese.

Novi Pazar
Monastero ortodosso vicino a Novi Pazar (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Mentre parliamo, mi racconta che la popolazione di Novi Pazar è stata particolarmente attiva nell’organizzare proteste per criticare l’aggressione israeliana su Gaza e i rapporti tra Serbia e Israele, fin dal 2023. È stata anche la forte mobilitazione che ha spinto Francesca Albanese a visitare la città durante la sua visita in Serbia a marzo di quest’anno. Albanese è stata accolta a braccia aperte e con vivo interesse dalle persone che hanno partecipato alle due conferenze che ha tenuto nel paese, prima a Belgrado e poi a Novi Pazar.

Durante le conferenze, la relatrice speciale delle Nazioni Unite ha parlato dei legami sempre più stretti tra governo serbo e Israele, sollevando punti problematici come la vendita di armi dal paese, utilizzate a Gaza per compiere crimini di guerra. La risposta alle polemiche su Israele è arrivata pochi giorni prima della visita di Albanese direttamente dal presidente serbo Aleksandar Vučić:

Vendono armi a noi, noi vendiamo armi a loro, e questo continuerà.

Novi Pazar e le blokade

I rapporti della Serbia con Israele non sono l’unico motivo per cui la popolazione di Novi Pazar si è mobilitata ultimamente; la partecipazione di molti giovani bosgnacchi al movimento studentesco serbo a partire dal 2025 è stata consistente. La loro presenza è stata definita dai media indipendenti Danas e N1 come “epocale”, e potrebbe potenzialmente ridefinire la presenza della minoranza, storicamente marginalizzata, all’interno dello spazio civico serbo.

Al contrario, i media vicini al governo hanno spesso caratterizzato gli studenti bosgnacchi come pericolosi terroristi legati all’Islam radicale, “distruttori dell’ordine sociale con il piano di abbattere la Chiesa ortodossa”, e “secessionisti”, come mi dice uno degli studenti organizzatori delle proteste. La retorica dei piani secessionisti dei bosgnacchi non è nuova, ma si inserisce in un repertorio ampiamente usato dai media statali al tempo delle guerre jugoslave.

Novi Pazar,
Il “Sebilj” di Novi Pazar (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Negli anni Novanta, la retorica del “nemico interno” era servita al regime di Milošević a mantenere il controllo sul popolo serbo con la paura, portando l’esercito jugoslavo a circondare Novi Pazar per anni, agitando lo spettro di una possibile insurrezione. Gli abusi sulla popolazione bosgnacca si erano concentrati nelle città di confine, soprattutto nella municipalità di Priboj. Nel silenzio generale, le persone di etnia bosgnacca venivano rapite, per poi essere picchiate e, in alcuni casi, torturate nelle centrali di polizia.

L’equilibrio fra serbi e bosgnacchi

Nonostante le ombre nel passato dei rapporti tra bosgnacchi e serbi, le persone che incontro a Novi Pazar mi raccontano una realtà diversa dei rapporti interetnici. La convivenza è semplice per loro, la vita scorre tranquilla: “qui non dobbiamo imparare a vivere tra serbi e bosgnacchi, lo facciamo e basta”, mi dice una persona.

Le proteste studentesche iniziate nel novembre 2024 sono state un momento decisivo nella vita di tutti e anche al di fuori di Novi Pazar si è capita l’importanza di una lotta contro la corruzione sistemica che trascenda i confini etnici e religiosi.

Novi Pazar, tombe ortodosse
Cimitero ortodosso nei pressi di Novi Pazar (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Le numerose immagini circolate di abbracci tra studenti serbi e studenti bosgnacchi, immersi tra bandiere serbe e del Sangiaccato, hanno manifestato il decisivo rifiuto della retorica nazionalista del governo. I discorsi fatti al tempo delle blokade hanno rafforzato questa solidarietà, come quello del veterano di guerra davanti alla sede dell’emittente pubblica RTS, che affermava che i ragazzi di Novi Pazar sono “figli di tutti i serbi”. Ciò che ha dato davvero corpo alla solidarietà sono stati, però, gli atti concreti.

Un episodio in particolare ha segnalato il cambiamento nella società civile serba rispetto
all’inclusione della minoranza bosgnacca. Una mattina di fine giugno, un gruppo di uomini
mascherati di nero è entrato nell’università di Novi Pazar, assalendo brutalmente gli studenti e
gettandoli fuori dall’edificio che stavano occupando. Una scia enorme di solidarietà si è diffusa ben oltre il Sangiaccato, con studenti che venivano in supporto ai colleghi di Novi Pazar o
organizzavano sit-in in altre città
.

Un altro momento cruciale è stato la protesta Either them or us (“O loro o noi”), in supporto agli oltre 200 studenti che avevano perso il loro status e ai circa 30 professori licenziati dall’università di Novi Pazar. La protesta è stata molto partecipata e ha attirato migliaia di studenti da varie parti della Serbia. La questione della protezione delle università come spazio critico e indipendente dal potere politico è una lotta che ha attivato tantissimi giovani, sia serbi che bosgnacchi. E non è l’unica.

La miniera e Ne damo Rogozna

È da qualche mese che va avanti una mobilitazione contro la possibile futura apertura di una miniera d’oro nei pressi del monte Rogozna, vicino a Novi Pazar. Nonostante la società addetta ai lavori affermi di essere ancora in fase di ricerca geologica, le persone si stanno già attivando, ad esempio con il blocco delle strade che portano al monte. Tra i motivi contro l’apertura molti citano i rischi per la salute della comunità locale, come dimostra il caso di Bor. La miniera di rame e oro della città serba è una delle cause degli alti livelli di biossido di zolfo, contribuendo, secondo esperti, all’aumento di malattie respiratorie tra i residenti.

I rischi per la salute, così come il degrado ambientale legato all’apertura della miniera, hanno spinto i cittadini ad organizzare una protesta davanti al municipio di Novi Pazar, iniziativa lanciata sotto il nome Ne damo Rogozna. Lo slogan riprende quello di Ne damo Jadar, usato alle proteste contro l’apertura di una miniera di litio nella valle di Jadar in Serbia. Alla manifestazione a Novi Pazar c’erano anche attivisti di Ne damo Jadar che, in solidarietà alla comunità, hanno parlato alla folla da un palco:

Qualcuno vi ha mai chiesto se vi piacerebbe aprire una miniera a Rogozna? Vi interessa questo oro di Rogozna? Pensate che vi arriverà? Assolutamente no.

Mentre cala la sera, Novi Pazar si riempie del suono del richiamo alla preghiera dei muezzin, le strade si affollano di persone, per la maggior parte sono giovani ragazzi e ragazze: “Novi Pazar è una delle città più giovani della Serbia”, mi conferma un amico bosgnacco. Quella della città è una storia sempre più legata proprio a questi giovani, che stanno riscrivendo la narrazione sulla loro presenza nel paese, lotta dopo lotta, senza perdere di vista i valori legati alla loro identità.


*Lavinia Bagnai è studentessa di scienze politiche, ha lavorato con organizzazioni della società civile sulla rotta balcanica in Bosnia e Serbia. Collabora con East Journal.

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Redazione
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