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Il patrimonio industriale di Zenica (Meridiano 13/Gianni Galleri)
Nel cuore della Bosnia ed Erzegovina, a circa un’ora d’auto dalla capitale Sarajevo, si trova Zenica, forse la città che più ha incarnato l’idea di centro industriale nella Jugoslavia socialista. Raramente si incontrano luoghi che in maniera così intensa hanno legato la propria identità con quella del lavoro: non è un caso se la più comune associazione mentale di Zenica è con l’acciaio.
Il suo skyline parla della produzione di questo metallo, la sua squadra di calcio ne porta il nome (Nogometni Klub Čelik), i muri dei palazzi raccontano del passato rimando fra lavoratori e industria pesante, grazie ai numerosi murales. Eppure oggi ci troviamo di fronte a un momento molto delicato per il futuro della città, in bilico fra un rilancio turistico e l’abbandono degli spazi industriali e, in qualche modo, della sua anima.
La guida cittadina Afan Abazović ci ha condotto in un viaggio attraverso i secoli, per trovare il bandolo della matassa dello sconfortante presente del patrimonio industriale della città di Zenica. Con lui siamo partiti da un aspetto prettamente storico, per poi provare a immaginare un futuro che tenga insieme tutto quello che l’apparato industriale ha rappresentato per il centro bosniaco.
Una piccola introduzione storica
L’ascesa di Zenica come fulcro industriale è il risultato di una posizione geografica strategica e della ricchezza di risorse naturali del sottosuolo. La città sorge su vasti giacimenti di carbone, lungo il fiume Bosna.
Il momento chiave che ha segnato il destino della città è stata la fine dell’Ottocento, quando tutta la Bosnia ed Erzegovina è passata dal controllo ottomano a quello austro-ungarico. In particolare il 1880 ha significato l’apertura della miniera di carbone nero (o lignite bruna, mrki ugalj), un combustibile fossile solido intermedio tra la lignite e il carbone fossile (litantrace), caratterizzato da un alto potere calorifico e un colore nero-marrone.
Uno dei simboli della miniera di Zenica (M13/Gianni Galleri)Da notare la bandiera della Palestina (M13/Gianni Galleri)
La miniera fu decisiva per lo sviluppo successivo dell’industria pesante. Solo dodici anni dopo, infatti, venne aperta la Željezara, l’acciaieria di Zenica, che in breve tempo sarebbe diventata la spina dorsale della città e dell’identità dei suoi abitanti. Le due attività fondamentali, quella estrattiva e quella produttiva, furono tenute insieme grazie alla costruzione della ferrovia che da Bosanski Brod arrivava a Sarajevo. Questa permise il rapido trasporto di materie prime e prodotti finiti: da piccola cittadina ottomana, in pochi decenni Zenica si era trasformata in un moderno centro industriale.
La miniera e l’acciaieria come centro dell’identità cittadina
A Zenica l’industria pesante non era soltanto un “luogo di lavoro”, ma la forza formatrice della società. L’attività che ha forgiato l’identità delle sue genti. Per capire meglio questo processo costitutivo dell’“uomo di Zenica” può essere utile mettere in luce le tre grandi ondate demografiche che hanno plasmato il “sangue” della città. La prima ondata si può far risalire al periodo austro-ungarico.
In un piccolo centro ottomano, grazie all’arrivo della “Duplice Monarchia”, affluiscono migliaia di nuovi abitanti. Zenica diventa un centro di importazione di competenze: arrivano ingegneri, tecnici e artigiani da ogni parte dell’Impero. Sono austriaci, ungheresi, cechi, italiani e portano con sé anche l’architettura europea e un moderno spirito urbano. In qualche modo, si può dire che il centro abitato diventa una città.
La seconda ondata, ovvero quella della Jugoslavia socialista rappresenta il periodo dell’industrializzazione di massa. Zenica diventa la “Ruhr jugoslava”. Migliaia di persone giungono in città da tutte le repubbliche della Federazione. Si crea in questo modo un orgoglio proletario unico e un’identità multiculturale autentica nella classe operaia cittadina.
Spazi legati alla miniera, oggi in abbandono (Meridiano 13/Gianni Galleri)
Infine la terza ondata avviene durante le guerra degli anni Novanta. Non è un flusso legato al lavoro o alla ricerca di un miglioramento economico nella qualità della vita. Questa ondata è segnata dalla lotta per la sopravvivenza, dal tentativo di rimanere in vita durante i complessi anni della pulizia etnica, degli assedi e dei bombardamenti. Zenica diventa un fondamentale “rifugio sicuro” e accoglie oltre 50mila rifugiati, provenienti da ogni parte della Bosnia ed Erzegovina.
Per avere un’idea di questa affluenza di uomini e donne, basti dire che secondo il censimento del 1991, la città aveva 96mila abitanti. Questa ultima ondata, che ha rappresentato a tutti gli effetti un’impresa umanitaria, ha influenzato pesantemente e permanentemente la dinamica sociale e l’attuale struttura identitaria della popolazione.
Perché si parla di patrimonio industriale a rischio?
La fine della Jugoslavia socialista ha significato anche un enorme cambiamento per la città di Zenica. Il periodo dopo il 1992 ha portato una trasformazione dolorosa. Il ristagno della produzione durante la guerra e la successiva privatizzazione, con l’ingresso nella proprietà dell’acciaieria da parte della multinazionale ArcelorMittal, hanno ridotto drasticamente il numero dei lavoratori. Molte strutture industriali sono state abbandonate e quelli che un tempo erano simboli di progresso sono diventati simboli di degrado ambientale.
La città (in parte come metafora dello stato in cui si trova) attraversa in questi anni una sorta di vuoto tra il suo passato industriale e la ricerca di un nuovo scopo.
La cartiera e la sua ciminiera (M13/Gianni Galleri)La ciminiera (M13/Gianni Galleri)
Quale futuro per il patrimonio industriale
Per cercare di cogliere del tutto le possibilità e le strade da percorrere per non smarrire l’identità fisica e psicologica, ci siamo, una volta di più, affidati all’immaginazione e ai suggerimenti di Afan Abazović:
“Vedo il futuro esclusivamente nel ‘riuso adattivo’ (adaptive reuse). Il patrimonio industriale non deve essere visto come un rudere, ma come una risorsa. I vecchi impianti, come l’altoforno o le strutture minerarie, hanno il potenziale per diventare musei dell’industria o hub creativi, come già accaduto ad esempio in Germania.
C’è un crescente interesse per il turismo industriale: Zenica può offrire un’esperienza autentica che unisce la storia delle miniere, dell’acciaio e dell’architettura socialista. Il nostro compito è conservare le storie della dignità del lavoro prima che l’oblio le distrugga completamente. È un debito verso le generazioni che hanno costruito questa città.
Un monumento (M13/Gianni Galleri)L’acciaieria (M13/Gianni Galleri)
Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".