Zaim Kobilica è stato una leggenda

È il 13 dicembre, il giorno di Santa Lucia. Sto camminando fra le tombe del cimitero di Montecarlo, in provincia di Lucca. Pensavo che sarebbe stato più facile trovare quello che sto cercando. Alla fine mi arrendo, prima di andarmene però mi avvicino al negozio di fiori che c’è proprio all’ingresso. Chiedo senza rivolgermi a nessuno in particolare se possono aiutarmi. Ci sono quattro donne in cerchio che stanno parlando degli affari loro. “Sto cercando una tomba”, “Di chi?”, “Zaim Kobilica”, scuotono la testa, il nome non gli dice niente. “Il giocatore di pallamano…”, aggiungo. Una si illumina, “Ma certo, è nel campo, ti accompagno”. E mi fa strada.

La ricerca

Confesso la mia ignoranza. Non sapevo chi fosse Zaim Kobilica, fino a quando ho sentito il suo nome pronunciato dall’ex portiere e allenatore bosniaco, Damir Cipurković: “Anche ai miei tempi c’erano dei giocatori piuttosto forti, come Zaim Kobilica, che ha giocato per la nostra nazionale per poi passare a quella italiana”. In quel momento la mia curiosità si è messa in moto. Sono partito alla ricerca di un uomo che ho poi scoperto essere una leggenda.

Non volevo scrivere un freddo articolo che riportasse giusto due o tre dati sportivi, perché fin da subito ho capito che mi trovavo di fronte a qualcosa di più di un normale giocatore. Tuttavia non è stato semplice trovare chi me ne parlasse. Avevo quasi rinunciato, fino a quando un mio amico pratese mi ha passato un ultimo contatto, quello di Settimio Massotti, giocatore italiano di pallamano del secolo. Ho pensato di fare un tentativo e ho inviato una breve mail, alla quale ho ricevuto subito una risposta, con una chiusura inequivocabile: “Zaim per me è stato come un fratello”.

L’atleta

Zaim Kobilica nasce a Zenica nel 1965. Siamo nel cuore della Bosnia jugoslava e nella città dell’acciaio, l’atleta muove i suoi primi passi come giocatore di pallamano, ovviamente indossando la maglia della squadra simbolo, il Čelik. Da lì, nel 1991, sbarca in Italia, più precisamente a Prato, che in quegli anni sta allestendo una squadra competitiva. È un terzino sinistro, che può giocare anche a destra o centrale, grazie alle capacità non comuni.

Almeno inizialmente però la sensazione è che Zaim sia un po’ da solo a lottare per i colori della squadra toscana. Le sue capacità spiccano ma nel complesso la formazione laniera non è ancora pronta per vincere. “Ci siamo affrontati tantissime volte da avversari. Fra di noi c’è sempre stato rispetto, agonismo e stima”. A raccontarcelo, come detto, è Settimio Massotti, autentica leggenda della pallamano italiana. È il giocatore italiano con il maggior numero di presenze e reti con la maglia azzurra, (302 presenze e 1.371 gol), “Giocatore italiano del secolo” e Palma d’Argento al Merito Tecnico dal CONI.

Ci invita a cercare i video di Kobilica su YouTube: si nota uno strapotere fisico e tecnico percepibili anche da chi non sa niente di pallamano. Nel 1997, insieme ad altri rinforzi, anche Massotti arriva a Prato. “In campionato fummo imbattibili. Nello spogliatoio c’era un’incredibile fiducia nei nostri mezzi. Ci presentammo alla fase finale senza perdere neanche una partita. Zaim ce le faceva vincere da solo”.

Il momento in cui la storia della pallamano a Prato cambia per sempre è lo stesso in cui il rapporto fra Massotti e Kobilica, fra Settimio e Zaim, diventa qualcosa di speciale. “Nella finale con Trieste si è creato qualcosa di unico”. La prima gara in casa se l’aggiudicano i toscani, ma la seconda va ai giuliani, che hanno maggiore confidenza con la vittoria. Hanno vinto cinque titoli di fila e, nonostante i lanieri abbiano disputato un campionato migliore, sanno come compiere l’ultimo decisivo passo.

“In finale subentrò un aspetto psicologico, una sorta di blocco per chi non aveva mai vinto”. È un fenomeno abbastanza comune nello sport. “Vidi che Zaim non era il solito”. C’è uno scambio di sguardi, qualche parola, come a dire “Oggi vai tu, Settimio, trascina la squadra”. Massotti segna dodici reti e per la prima volta nella sua storia Prato è campione d’Italia.

“Al ristorante, stavamo festeggiando, tutti mi elogiavano. Io dissi chiaramente che quella era stata la mia giornata, ma che senza Zaim non saremmo arrivati neanche a giocarcela. Poi ne parlammo in privato e da quel giorno diventammo più che amici, come fratelli”. Ci sono le immagini online, che tolgono quasi il respiro. C’è un palazzetto gremito, c’è la folla festante e rumorosa, racconto di una giornata leggendaria per la città.

La nazionale

Massotti ci racconta anche dell’esperienza in nazionale. Dal 1997 Kobilica diventa cittadino italiano e può essere convocato con l’Italia, nonostante abbia giocato una decina di partite con la Bosnia. “Quando arrivò, noi ci eravamo appena qualificati per la fase finale dei mondiali in Giappone”. Per anni quella fu l’unica partecipazione degli azzurri alla competizione internazionale più importante. “Lui entrò in punta di piedi, dicendo chiaramente che c’era chi per l’impegno nelle qualificazioni, si era meritato il posto più di lui”.

Un gesto non da tutti, che fu apprezzato dallo spogliatoio. “Per noi fu fondamentale”. The last dance di Kobilica in nazionale arrivò nel 2003. “Aveva già lasciato da tanto tempo e io ero l’allenatore. Ero in difficoltà, avevo tantissime assenze e una trasferta a Cipro da affrontare. Tornò per me, per lui era solo un rischio, poteva farsi male. Segnò 17 reti, che è ancora il record di segnature in una partita degli azzurri”.

La persona

Zaim Kobilica però non era solo un giocatore molto forte, era anche una grande persona. “Era eccezionale, aveva una bontà incredibile”. Ci racconta ancora Massotti: “Con lo sponsor aveva fatto accordi per portare materiale sportivo in Bosnia”, in quegli anni dall’altra parte dell’Adriatico c’era la guerra. “Era umile, anche se sapeva di essere il più forte”.

Quello fra pallamano e famiglia Kobilica è un rapporto che va avanti. Diana, una delle due figlie di Zaim, ha ripreso le orme del padre. Inizia a giocare verso i 13-14 anni e verso i 16 viene già chiamata in nazionale under 18 di beach handball. “Da lì ho continuato. Ho giocato a Prato, poi Mestrino e Cassano Magnago, adesso mi sono fermata con l’indoor che purtroppo non paga come uno sport dovrebbe fare e quindi studiando e lavorando non riuscivo più a fare tutto”.

Arriva anche la convocazione in nazionale senior con la quale partecipa ai Giochi del Mediterraneo, Europei, qualificazioni varie e ancora Giochi del Mediterraneo. “Adesso continuano a chiamarmi anche non giocando più nel campionato indoor da due anni, io continuo ad allenarmi con la squadra e da sola, per poi andare in nazionale quando ci sono i raduni”.

“Parlare di mio papà per me significa farlo soprattutto da un punto di vista personale e di figlia. È sempre stato considerato un campione, e questo l’ho forse sentito più raccontare dagli altri che vissuto direttamente, perché non ho potuto seguire fino in fondo la sua carriera sportiva. Ho visto alcune sue partite e so quanto fosse forte”, ci spiega Diana Kobilica.

Ci racconta anche di come la passione per la pallamano sia stata sicuramente trasmessa dal papà, insieme alla mamma. Qualcosa di naturale, come se facesse parte della famiglia. “Mia mamma dice che tiro come lui”. Il piano sportivo e quello personale, familiare, si mischiano – come è ovvio che sia – nelle parole della figlia: “Quello che però ricordo molto bene di lui è la sua forza, non solo come atleta ma soprattutto come papà, e l’amore enorme che aveva per noi. Un’altra cosa che mi è rimasta molto impressa è il rapporto speciale che aveva con mia sorella Emma: erano incredibilmente simili, quasi due caratteri speculari”.

Anche Emma Kobilica ha praticato la pallamano, ma poi ha capito come quella non fosse la sua strada. Eppure questo sport è rimasto centrale nel ricordo del padre: “Attraverso la pallamano trovava il modo migliore per esprimere sé stesso, e quando ha capito che il tempo stava per finire ha scelto di donare ancora una volta ciò che amava di più, condividendo la sua esperienza e la sua passione con gli altri su una sedia a rotelle. Anche in questo, si è riconfermato il campione che è stato sul campo e che, per me, continua a essere”.

La sua scomparsa

“Negli ultimi anni, durante la malattia, ho capito davvero quanto fosse forte: ha lottato fino alla fine e ricordo che anche i medici rimasero stupiti dalla sua capacità di reagire. Nonostante tutto, in quel periodo era una persona solare, gentile e dolce”. Anche Settimio Massotti ne parla in questi termini. “Ci siamo sentiti spesso, anche in quei momenti…”, poi non riesce a proseguire. Si commuove per l’amico. E anche per chi lo ascolta non è semplice trattenere le lacrime.

“Tra i ricordi più vivi che ho di lui c’è sicuramente quando mi allenava in sedia a rotelle. Quei momenti sono rimasti molto impressi dentro di me. E se ci penso ora mi emoziono ancora”. Aggiunge Diana, che avrebbe voluto far vedere al papà i suoi traguardi sportivi. Ma nelle sue parole non sembra mai esserci il rimpianto, semmai l’orgoglio e la forza che Zaim le ha trasmesso. “Mi manca molto e avrei voluto che fosse ancora qui per fargli vedere e conoscere tante cose, ma mi rimane un ricordo bellissimo di lui. E tutto quello che le persone raccontano su di lui non fa altro che confermare ciò che ho sempre sentito anche io”.

Zaim Kobilica
Il palazzetto Zaim Kobilica (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Zaim Kobilica se n’è andato il 17 luglio del 2015. Qualche tempo dopo una mozione comunale ha proposto di dedicargli il palazzetto dello sport di Prato, che dal 2017 porta il suo nome. Al suo ingresso era presente anche la mitica maglia numero 7 che aveva portato in città due campionati e due coppe Italia. Momentaneamente la teca che la ospitava è in ristrutturazione. Purtroppo il tempo è passato e Prato non è più il tempio della pallamano come un tempo. Anche la squadra gioca in un palazzetto molto più piccolo.

Un freddo pomeriggio di autunno

La signora del negozio di fiori mi fa strada, costeggiando la chiesetta che si trova al centro del cimitero. Ha modi garbati e gentili, la ringrazio e mi risponde che non fa niente, anzi le fa piacere. Passiamo a pochi metri dalla sepoltura di Carlo Cassola, l’indimenticato autore de La ragazza di Bube e Il taglio del bosco, poi ci fermiamo davanti a una tomba a terra.

Non ci sono croci o simboli cristiani, ma solo piante a coprire lo spazio. Avevo letto che si era trattata di una cerimonia laica. La signora mi lascia da solo: il sole ormai sta quasi per tramontare, fa un po’ freddo. Io ho in mano un fiore che ho raccolto per strada. Lo appoggio delicatamente, incastrandolo in una venatura della parte in legno, dov’è riportato il nome di Zaim Kobilica.

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Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".