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Una adolescente in uno dei campi di Leopoli che ospita rifugiati interni, in cui opera Mediterranea Saving Humans (Riccardo Giori)
di Giulia Manzini e Silvia Panini*
Mediterranea Saving Humans è attiva dal 2022 in Ucraina, prestando supporto umano e materiale alla popolazione di sfollati interni nella città di Leopoli, che vive in condizioni di estrema precarietà. L'associazione porta avanti missioni periodiche di rifornimento di cibo e beni essenziali, affiancato da un’attività di prevenzione sanitaria ed educazione alla salute. Oltre al supporto materiale, l'intervento cura la dimensione psicologica insieme al progetto Music & Resilience, che offre alle persone sfollate uno spazio di cura ed elaborazione. Questo articolo raccoglie la testimonianza diretta di due attiviste di Mediterranea Saving Humans.
Olena ride mentre ci corregge i movimenti. «No, così no», dice, e ricomincia da capo contando i passi. La musica dal cellulare si sente appena, siamo in un prato insieme a tanti altri bambini e bambine, i nostri tentativi sono goffi, c’è concentrazione e tante risate. È un tempo breve, fragile, ma reale. In Ucraina le parentesi di leggerezza esistono, ma sanno chiudersi in fretta.
Olena vive in una condizione che non ha scelto, come le altre bambine e bambini che la circondano. La sua quotidianità è fatta di attenzioni continue: sapere dove sono i documenti, riconoscere il suono dell’allarme, capire quando è il momento di smettere di giocare.
Persino a Leopoli, a un’ora e mezza dalla frontiera con la Polonia, gli allarmi sono frequenti e gli attacchi a centri abitati e infrastrutture iniziano ad intensificarsi, facendo tornare a galla vecchi traumi, tenendo in allerta adulti e bambini. Non lo racconta con parole grandi, ma lo mostra nei gesti, nel modo in cui osserva gli adulti prima di fare una domanda, nel desiderio di sembrare più grande di quello che è. In fondo, crescere in fretta è una delle conseguenze meno raccontate della guerra. Lidija e Katja, invece, si sono lasciate un’intera vita alle spalle, prendendo con sé quello che riuscivano nella fretta di andarsene.
Ci offrono il tè, e mentre le foglie in infusione producono un tepore amarognolo, ci raccontano della città da cui vengono, Cherson. Lì i russi avevano minato la sponda del fiume, per sventare potenziali incursioni nell’area che avevano occupato. Quando la diga è stata fatta saltare, ci dicono, il fiume si è trascinato con sé le mine inesplose, portandole in giro tra le case della città. Alcuni loro conoscenti vivono ancora lì ed i loro figli potrebbero venire arruolati durante i rastrellamenti dei russi, trovandosi a combattere contro i loro stessi amici e familiari.
Rabbrividiscono al solo pensiero: “Immagina trovarti di fronte al fucile del tuo stesso figlio”. E così, anche se i russi promettono di ridare le abitazioni a chi ritornerà e prenderà cittadinanza russa, le due donne non pensano di tornare a casa, perché la loro vita li non sarebbe comunque più la stessa, ne sono ben consapevoli. Seguono le trattative di pace con rassegnazione, mentre da casa i vecchi vicini e i familiari rimasti le rassicurano, “Sopravviviamo anche qua”, sebbene gli attacchi ed i droni siano all’ordine del giorno. Il tè si è raffreddato, beviamo in silenzio.
A tre anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il conflitto ha scavato solchi profondi, spesso invisibili a chi lo osserva da lontano. Gli equilibri globali si fanno ogni giorno più instabili, ma il racconto dominante – anche all’interno dell’Unione europea – resta ancorato a un lessico preciso: riarmo, sicurezza, alleanze, forniture militari. Intanto, la vita quotidiana di milioni di persone continua a essere compressa tra decisioni prese altrove e una realtà che non concede tregua.
Attività di musicoterapia portata avanti durante le missioni di Mediterranea Saving Humans in collaborazione con Music&Resilience presso un campo di sfollati interni a Leopoli (Anna Arisi)
Le persone sfollate che incontriamo a Leopoli portano addosso questa sospensione. C’è chi vive da anni in strutture temporanee, quelle stesse strutture dove ci è stato offerto il tè, e non sa più se chiamarle casa. Intere famiglie continuano a vivere nello spazio di una o due stanze: nelle case container che hanno preso il posto di un grande parco cittadino, in casette modulari senza riscaldamento, o all’ultimo piano di uno studentato. Alloggi pensati per essere transitori vengono ora abbelliti dagli inquilini, si appendono quadri, quando si ha un pezzo di prato antistante si comincia a fare l’orto, si creano piccole aiuole.
C’è chi aspetta una risposta amministrativa che non arriva, chi cerca un lavoro in un’economia ormai orientata quasi esclusivamente alla guerra e agli armamenti, chi ha imparato a muoversi poco per non attirare attenzioni indesiderate. Le storie non sono mai uguali, ma condividono la stessa precarietà, la stessa difficoltà a immaginare un futuro che non sia solo una prosecuzione dell’emergenza.
Documentario girato presso la Comunità di Sant’Egidio di Leopoli durante una missione di Mediterranea (Camilla Valli)
Vivere questa “convivenza forzata”, come la chiamano scherzosamente alcune donne incontrate, con altri profughi, li tiene lì, col pensiero a quello che hanno perso e a quello da cui sono scappati, in attesa di un ritorno alla normalità e col timore di perdere persino l’equilibrio attuale. A volte emerge più forte la malinconia, il senso di impotenza. Lidija ci parla di sua nipote Halja e della bambina, che vivono in Europa. “Se mai volessero, che casa hanno ora a cui ritornare?” si chiede con gli occhi lucidi.
Nel frattempo, mentre a migliaia di chilometri di distanza si moltiplicano incontri e vertici, sul campo la percezione è chiara: le trattative tra Stati Uniti e Russia, così come le conferenze internazionali sulla “ricostruzione”, sembrano rispondere più a logiche di potere e profitto che a un reale interesse per la vita delle persone. Qui, la parola “negoziato” non suscita entusiasmo, ma cautela. In pochi credono che una tregua, se arriverà, sarà pensata a partire dalla popolazione civile.
Olena, Lidija e Katja non parlano di geopolitica, ma ne vivono gli effetti. Quando suona l’allarme, la conversazione si sposta in rifugio. Quando salta la corrente, il gioco si interrompe. In alcune zone del Paese, proprio nelle ultime settimane invernali, la fornitura di energia è stata interrotta forzatamente, con temperature ben sotto lo zero. I bambini che incontriamo sono contenti di andare a scuola: almeno li fa meno freddo che nelle loro case. La guerra entra così nelle abitazioni, nei dormitori, nei centri di accoglienza, trasformando bisogni elementari – scaldarsi, curarsi, mangiare – in problemi quotidiani da risolvere.
Accanto all’emergenza materiale, si estende una crisi più silenziosa: il logoramento della salute mentale. L’incertezza, gli attacchi continui, l’abitudine alla paura scavano lentamente. Un bambino, poco più che due anni, ha smesso di parlare il giorno in cui la sua casa è stata bombardata: era nel rifugio con la madre e la sorellina. Non è un’eccezione, ma una delle tante conseguenze invisibili di un conflitto che non accenna a finire.
Veterani al cimitero militare di Lyčakiv (Giulia Manzini)
In questo tempo sospeso abbiamo incontrato veterani poco più che diciottenni con amputazioni, persone che convivono con il disturbo da stress post-traumatico, anziane consapevoli di non poter più tornare nella propria casa, bambine e bambini che non riescono a immaginare un domani senza guerra. Non chiedono compassione, ma riconoscimento. Non vogliono essere ridotti a simboli o numeri, né diventare lo sfondo di analisi strategiche.
Oggi chi vive in Ucraina si sente spesso ostaggio di scelte prese lontano, attraversato da un senso diffuso di abbandono. E così, prima di salutarci, Olena ci chiede se torneremo. Non è una promessa che cerca, ma una risposta concreta. Vuole sapere se avrà tempo di insegnarci un altro balletto, se ci ricorderemo i passi. Dentro quella domanda c’è il bisogno di continuità, di legami che non si spezzano all’improvviso, di una normalità possibile anche in mezzo all’incertezza.
Quando andiamo via dalla struttura, la musica è già spenta. Olena ci saluta con la mano e torna dalle altre bambine, Lidija e Katja si affrettano a rassettare le stoviglie. La giornata continua, con le sue regole non scritte e le sue interruzioni improvvise. È da qui – da un ballo imparato a metà, da una risata breve, da una vita che prova a restare intera – che emerge un’altra lettura della guerra. Non quella delle mappe e delle alleanze, ma quella delle persone che la attraversano ogni giorno. Ed è da queste storie, intrecciate a decisioni globali che spesso le ignorano, che continuiamo a partire.
*Giulia Manzini e Silvia Panini sono attiviste per Mediterranea Saving Humans, ONG attiva nella città di Leopoli dal 2022 con la missione Medcare, prima, e dal 2024 con missioni di rifornimento e attività di musicoterapia in collaborazione con il progetto non profit Music&Resilience.
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