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Banconota da 500 Lei che ritrae Brâncuși wikipedia
Il y a des imbéciles qui définissent mon œuvre comme abstraite, pourtant ce qu’ils qualifient d’abstrait est ce qu’il y a de plus réaliste, ce qui est réel n’est pas l’apparence mais l’idée, l’essence des choses.
Ci sono imbecilli che definiscono il mio lavoro astratto; eppure ciò che chiamano astratto è la cosa più realistica che ci sia. Ciò che è reale non è l’apparenza, ma l’idea, l’essenza delle cose.
In Ritratto di Constantin Brâncuși il fotografo Edward Steichen ritrae l’artista romeno, donandogli una sorta di moto immobile. Lo scatto sembra dividere in due lo scultore: la parte bassa si àncora a terra, si rifugia nel materiale. Rappresentata dall’abito formale ed elegante è incorniciata dalla barba: bianca alle estremità, scura alla radice. La bocca scompare. Emerge il naso che trasporta l’osservatore verso la parte alta dello scatto. Non ci sono occhi, oscurati dall’ombra di uno sguardo accigliato e pensante. Sono i capelli ad ascendere verso l’alto, verso il moto eterno, incontrollabili, financo luminosi.
Lo studio di Brâncuşi a Voulangis, foto di Edward Steichen (wikimedia)
I primi anni in Romania
Constantin Brâncuși nasce il 19 febbraio 1876 vicino a Târgu Jiu, nella regione storica dell’Oltenia, nella Romania sud-occidentale. Nonostante le sue origini molto umili, le sue capacità di lavorare i materiali vengono ben presto notate e viene così iniziato agli studi a Craiova, dove frequenta la scuola di arti e mestieri (dove si diploma con ottimi risultati nel 1898), per poi passare all’Accademia di Bucarest (Universitatea Națională de Arte Bucuresti), dove mostrerà già alcune sue tendenze e stili che ritroveremo nel corso della sua carriera.
Verso la fine del secolo, Brâncuși è a Vienna e a Monaco dove lavora per procurarsi da vivere. Poi decide di spostarsi a Parigi, città che ritiene più affine alla sua idea di arte. Sarà probabilmente la svolta della sua vita. Raggiunge la capitale francese a piedi ed è subito un grande innamoramento. Viene colpito in particolare dalle opere di Medardo Rosso, Auguste Rodin e Antonin Mercié.
Collabora per due anni nello studio di quest’ultimo, poi si sposta presso quello di Rodin. Soltanto due mesi dopo lascia, nonostante la grande ammirazione per il maestro: “Niente cresce sotto i grandi alberi”.
Brâncuși a Parigi
Il suo circolo di frequentazioni a Parigi include alcune delle più incredibili personalità del XX secolo europeo e mondiale Amedeo Modigliani, Ezra Pound, Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso, Marcel Duchamp, Henri Rousseau, Peggy Guggenheim e altri. Inoltre, pur circondato dall’avanguardia, non rompe mai i suoi rapporti con la diaspora romena parigina, fra cui si possono ricordare, fra gli altri, George Enescu, Traian Vuia, Eugène Ionesco, Emil Cioran e Paul Celan.
Dopo l’allontanamento da Rodin, inizia il Brâncuși che conosciamo e che è noto in tutto il mondo: non più un’attenzione verso la forma esteriore, ma un’attenzione all’idea, alla sostanza delle cose. In questa fase si dedica molto all’intaglio, anziché a modellare i materiali. La sua prima opera meritoria di essere ricordata è La preghiera: una giovane donna inginocchiata, intenta a farsi il segno della croce.
L’artista raggiunge ben presto una notorietà a livello internazionale. Oltre che in Romania e Francia è molto apprezzato anche negli Stati Uniti dove espone per la prima volta nel 1913, presso The Armory show. Nel 1920 arriva lo scandalo legato all’opera Principessa X, accusata di essere un richiamo fallico troppo evidente. A niente serviranno le spiegazioni e le contestualizzazioni dell’artista stesso: l’opera verrà rimossa dall’esposizione.
Con L’oiseau dans l’espace (“L’uccello nello spazio”) Brâncuși percorre un altro dei temi che gli saranno cari durante tutta la sua produzione, ovvero un certo primitivismo, l’interesse per le tradizioni, i costumi appartenenti al passato, anche ancestrale. Il punto di partenza di quest’opera è da ricercarsi nel Măiastra, ovvero un mitologico animale del folclore romeno, un bellissimo uccello dorato che predice il futuro e cura i ciechi.
L’artista annulla le caratteristiche fisiche dell’uccello, cancella ali e piume., concentrandosi sul suo movimento. Quest’opera, nelle sue diverse declinazioni e versioni (saranno 36), segnerà quasi tutta la vita di Brâncuși.
Il così detto “Caso Brâncuși” è l’esempio di come una società dove tutto è merce ha difficoltà a riconoscere l’arte. Ci vollero un processo, dei giudici, dei testimoni e degli avvocati per capire che L’uccello fosse un’opera d’arte.
Quando nell’ottobre 1926, Brâncuși, insieme a Marcel Duchamp, sbarcò a New York, negli Stati Uniti, diretto alla galleria d’avanguardia Brummer, venne sottoposto a un controllo doganale. Un funzionario aprì la cassa che essi trasportavano e notò questo oggetto di bronzo lucido che poggiava su una base di metallo. Ovviamente non ci scorse l’essenza del volo ma gli sembrò un utensile da cucina, per cui non vide ragione per applicare l’esenzione fiscale prevista per le opere d’arte. L’uccello sarebbe stato tassato come un qualsiasi oggetto di metallo importato negli Stati Uniti. Brâncuși dovette sborsare 240 dollari e non poté fare a meno di andare a processo.
Sei testimoni deposero a favore di Brâncuși. Nomi eccellenti: il fotografo Edward Steichen (già nominato in apertura di articolo), lo scultore Jacob Epstein, l’editore della rivista The Arts, Forbes Watson, quello di Vanity Fair, Frank Crowninshield, il direttore del Brooklyn Museum of Art, William Henry Fox, e il critico d’arte Henry McBride.
Due scultori deposero, invece, a favore del governo degli Stati Uniti d’America, affermando che la scultura era troppo astratta, un abuso di forme. Il contenzioso giuridico si chiuse con una sentenza che avrebbe fatto storia: l’importante principio secondo cui l’arte non deve necessariamente implicare una rappresentazione realistica della natura e che è legittimo che rappresenti semplicemente un concetto astratto, come in questo caso quello del volo.
L’Ensemble di Târgu Jiu
Gli anni Trenta segnarono per l’artista il raggiungimento della fama mondiale, tanto che gli venne chiesto anche di progettare un tempio di meditazione in India. Tuttavia quando Brâncuși si recò nel paese per completare i piani e iniziare la costruzione, chi aveva commissionato il lavoro era assente. Presumibilmente, aveva perso interesse nel progetto che doveva essere un omaggio a sua moglie, purtroppo scomparsa improvvisamente.
Nel 1938 Constantin Brâncuși torna a casa e raggiunge probabilmente il suo apice artistico con la creazione dell’Ensemble di Târgu Jiu, ovvero un insieme di opere che onorano l’impegno dei soldati romeni nella resistenza contro gli imperi centrali durante la Grande Guerra. Sono tre le opere che lo compongono: Masa tăcerii (“Tavolo del silenzio”), Poarta sărutului (“Porta del bacio”) e la celeberrima Coloana fără Sfârșit (“Colonna senza fine” o “Colonna infinita”).
L’opera è composta da quindi moduli romboidali impilati, a cui si aggiungono mezza unità in alto e mezza in basso, che rafforzano il concetto di infinito. Il simbolismo richiama il sacrificio e l’impegno dei soldati, ma porta con sé anche altri significati legati all’ascensione verso l’alto, che questo moto supposto disegnano nel cielo di Târgu Jiu.
Furono le associazioni di donne di Gorj che invitarono l’artista a realizzare un’opera in ricordo di quei tempi. Brâncuși non volle mai essere pagato per quanto fatto. Durante il periodo socialista, in una prima fase, si parlò dell’abbattimento della Colonna infinita, ma alla fine non ci fu mai un passaggio all’azione e le accuse di “formalismo borghese cosmopolita” rimasero solo parole.
Addirittura dopo il 1965 la figura dell’artista venne riabilitata e posta fra i grandi uomini del paese. Non vivrà mai in Romania durante il periodo socialista, ma visiterà il paese per otto volte. Dopo il 1989, l’Ensemble ha visto diversi interventi tesi a conservarlo. Oggi questo grande esempio di arte monumentale, l’unico di Brâncuși, fa parte del patrimonio Unesco.
Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".