Che cos’è un’Olimpiade (invernale)

Sergio Tavčar*, classe 1950, ha dedicato tutta la sua vita allo sport ed ha raggiunto il successo come commentatore di TeleCapodistria, soprattutto di basket, a partire dagli anni Settanta. In questa veste ha partecipato in prima persona alle Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1976, alle Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984 e alle Olimpiadi estive di Seul del 1988. In questo pezzo ci racconta che cosa rappresenti, per lui, un’Olimpiade.

Quando non vi si partecipa dal vivo è difficile spiegare cosa sia un’Olimpiade.

Gli snob, quelli che pensano che lo sport sia solo ed esclusivamente un modo di trascorrere il tempo in modo non produttivo, divertendosi e giocando invece di dedicarsi a qualcosa di “importante”, come anche quelli (e sono purtroppo la maggioranza in paesi di scarsa se non inesistente cultura sportiva come, ahinoi, l’Italia) che semplicemente non hanno capito un tubo di cosa sia la vita e di come debba essere vissuta, la vedono come una vetrina luccicante di spettacolo sportivo. Una vetrina nella quale le nazioni del mondo competono a chi raccoglierà più medaglie per gonfiarsi il petto e soddisfare bassi impulsi nazionalistici nel nome di una bandiera sventolata a sproposito e che dovrebbe invece servire per occasioni più importanti e decisive, ovvero quelle che decidono le sorti di una nazione o di un popolo.

Dall’altra parte i sognatori la vedono come una fantastica occasione per vedere all’opera la miglior gioventù del mondo che in un clima di fraternità e amicizia si cimenta in competizioni leali, improntate dalla più grande onestà, che alla fine determinano sì un vincitore, ma nelle quali l’importante è partecipare per poter dare il meglio di se stessi.

C’è senz’altro qualcosa di vero in ambedue le visioni sopra riportate, ma la cosa che più mi ha colpito quando sono stato presente e attivo in un’Olimpiade (sono state tre, quelle invernali di Innsbruck ’76 e Sarajevo ’84 e quella estiva di Seul ’88) è l’atmosfera che si vive. È qualcosa che può capire solo chi ci è stato: soprattutto per gli atleti degli sport considerati minori, quelli cioè che non si mantengono da soli per mancanza di sufficiente pubblico interessato e dunque pagante, per non usare perifrasi, i Giochi olimpici sono l’unica occasione che hanno per essere visti in Mondovisione. Rappresentano dunque il culmine di tutta una carriera e fare bella figura alle Olimpiadi è per loro lo scopo unico e ultimo per il quale si sono fatti un mazzo come dei babbuini e dunque vivono l’esperienza olimpica quasi in una specie di trance, di febbrile attesa che si percepisce a ogni passo, appena ci si imbatte in loro sui campi di gara o semplicemente anche camminando per strada o nel villaggio olimpico.

Nelle due settimane di gara aleggia dappertutto una specie di strana aura di attesa, di suspense quasi, che si percepisce perfettamente e che non può lasciare nessuno indifferente. Sempre e comunque hai l’impressione di essere parte di un evento epocale e, soprattutto per uno come me che è appassionato di vero sport (dello sport cioè visto come espressione di una cultura primigenia fatta di sacrificio, abnegazione, ricerca dei propri limiti e contemporaneamente di senso di responsabilità e di rifiuto per ogni alibi esterno che possa fungere da scusa per una prestazione non all’altezza delle previsioni e speranze), l’atmosfera che vi si respira fa vivere le due settimane olimpiche in uno stato di continua adrenalina, in grado di fare compiere cose incredibili che mai si sarebbe pensato di poter fare. Alla fine non solo le fai, ma finisci la giornata stanchissimo, felice e appagato.

Sergio Tavčar
Sergio Tavčar con la nostra Martina Napolitano (Meridiano 13/Martina Napolitano)

La prima cosa che bisogna rimarcare quando ci si confronta con gli scettici è che lo spirito olimpico esiste, è una realtà quasi palpabile che ti avvolge ovunque tu vada e con chiunque tu parli. Vale per gli atleti, che fraternizzano senza problemi sia nella vita quotidiana nel villaggio olimpico, dove si creano amicizie transnazionali e anche vere e proprie storie sentimentali a volte lunghe tutta una vita, ma anche in gara. Infatti alle Olimpiadi le competizioni sono molto più leali e cavalleresche rispetto a quelle della normale stagione agonistica, per quanto la posta in palio sia infinitamente superiore.

Ma questo spirito agonistico vale anche per le altre persone che vi prendono parte, per esempio i giornalisti, e posso affermarlo con cognizione di causa. Ancora oggi sia io che Sandro Vidrih ricordiamo con affetto e nostalgia una serata trascorsa alle Olimpiadi di Sarajevo, quando, dopo una giornata piena di lavoro con spostamenti continui su e giù per monti e valli, ci ritrovammo in un ristorante caratteristico del capoluogo bosniaco a cena assieme agli amici della TV della Svizzera italiana. E ridemmo a crepapelle quando, con il loro caratteristico accento che somiglia tanto a quello di Gene Gnocchi quando parla in bergamasco, ci raccontarono con dovizia di particolari – di quelli che di solito si omettono perché rovinano la poesia del racconto – le peripezie di una gita in montagna d’inverno, dal bivacco di fortuna in un desolato rifugio, passando per la levataccia alle quattro del mattino e finendo con tutte le avventure che possono capitare durante una scalata quando fa un freddo boia. Insomma una perfetta ed esilarante replica di “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome in salsa elvetica.

Quella che però per me è la cosa più importante, che rende le Olimpiadi una manifestazione unica e non replicabile in qualsiasi altro contesto, è lo spirito olimpico che si manifesta fra gli spettatori. I supporter arrivano da tutte le parti del mondo per seguire i loro atleti, per i quali fanno ovviamente tutto il tifo possibile, ma sempre in un magnifico spirito di solidarietà e quasi complicità con gli appassionati che provengono da ogni altra parte. Certo, gli scettici qui subito tireranno in ballo la tragica giornata di Monaco ’72 con l’eccidio all’aeroporto degli atleti israeliani e dei terroristi che li avevano sequestrati, ma proprio questo fatto, che cioè è stato l’unico che si sia verificato nella storia, e si verificò proprio perché le autorità pensavano che lo spirito olimpico fosse superiore rispetto a qualsiasi crisi politica e dunque furono colti impreparati, ci testimonia il fatto che le Olimpiadi sono comunque una manifestazione speciale. Nella quale, normalmente, la gente sventola le sue bandierine per strada, ma nel contempo fraternizza senza problemi con quelli che incontra e che sventolano bandiere diverse.

Tanto speciale che, e qui purtroppo bisogna parlare di brutte cose, l’importanza delle Olimpiadi a livello globale fa sì che, attraverso di loro, si faccia politica. Politica vera, quella che coinvolge anche precisi interessi geopolitici. Intanto è ovvio che, quando accadono cose tragiche nel mondo, si riverberino inevitabilmente anche nello sport, soprattutto quando è visto e seguito a livello planetario. È già stato detto di Monaco ’72, ma ci sono stati anche altri episodi che vanno a costituire un triste bagaglio della storia olimpica. I più vecchi ricordano ancora con raccapriccio la vasca della pallanuoto di Melbourne ’56, letteralmente rossa di sangue durante il match fra Urss e Ungheria (ricordo che quell’anno ci fu in Ungheria una rivoluzione anticomunista repressa nel sangue), o l’eccidio degli studenti che manifestavano a Città del Messico prima delle Olimpiadi del ’68 (e che portò fra l’altro alla rinuncia di Lew Alcindor, poi Kareem Abdul Jabbar, fenomeno marziano del basket, di far parte della squadra Usa, che poi comunque vinse facilmente lo stesso).

Olimpiade invernale, giochi olimpici sui generis

Per fortuna le Olimpiadi invernali sono molto meno sottoposte a pressioni del genere (che rivoluzioni potrebbero mai esserci in Scandinavia o in Svizzera? E Israele non pratica sport invernali… se non per qualche pattinatore), però per esempio ancora adesso tutti ricordano la furibonda battaglia a Grenoble nel ’68 tra le due superpotenze dell’hockey: l’Urss e la Cecoslovacchia. Proprio allora si celebrava a Praga una rivoluzione che aveva portato al potere il liberale Dubček contro il volere dei sovietici causando, di lì a qualche mese, l’invasione della Repubblica e la ristorazione dell’“ordine”.

Un’altra cosa che riesce difficile da spiegare a quelli che non hanno mai preso parte a un evento planetario del genere è l’organizzazione che bisogna mettere in piedi per portarlo a buon fine. Ciò vale soprattutto per le Olimpiadi invernali. L’ostacolo principale e al contempo più banale è che sono, per l’appunto, invernali, e dunque di solito fa un freddo cane con continui cambiamenti di clima, dalla nebbia più fitta ai colpi di vento in alta quota alle nevicate copiose che rovinano le piste preparate con cura sommergendole al di sotto cumuli di neve fresca sulla quale ovviamente non si può né sciare né tanto meno fare snowboard, rendendo peraltro difficile i collegamenti in generale per la continua formazione di neve e ghiaccio.

Per non parlare di quando, soprattutto in questi ultimi tempi di riscaldamento globale, piove e dunque va tutto velocemente a ramengo. Delle due l’una: o non fa tanto freddo, e di conseguenza la neve si scioglie, oppure c’è neve e allora fa anche freddo. Ambedue le condizioni portano molto disagio, anche se la prima ha effetti molto più importanti in quanto le competizioni si svolgono su un manto nevoso costituito di norma da neve riportata, tenuto insieme con lo sputo, che si rovina subito e rendendo le gare particolarmente irregolari. Se invece c’è freddo e neve, questo significa inevitabilmente che le comunicazioni sono molto difficili, in quanto bisogna ovviamente pulire le strade con mezzi spalaneve e spargisale e fare inoltre molta attenzione affinché gli accessi alle zone di gara siano abbastanza larghi affinché gli spettatori possano muoversi senza incidenti, scivolate su lastre di ghiaccio e conseguenti cadute di massa.

E questo non è tutto, anzi non avete visto ancora niente. Alle Olimpiadi invernali ci sono tantissime competizioni in sport diversi che, quasi tutti, si svolgono all’aperto su piste, pedane e trampolini che non si trovano certamente nel centro delle località organizzatrici, ma normalmente anche una trentina di chilometri lontano su qualche altipiano per fondo e biathlon o addirittura sui crinali di monti e colli per lo sci alpino. E portarvi tutta la carovana di atleti, allenatori, funzionari, giornalisti, per non parlare degli spettatori, in condizioni di tempo invernale non è certamente impresa da poco. E poi: avete mai pensato che, quando vi dicono che ci sono circa a occhio qualcosa come un migliaio di metri di dislivello fra la partenza e l’arrivo di una gara di discesa libera maschile, questo vuol dire che dal basso per arrivare alla partenza bisogna assolutamente prendere mezzi di trasporto di alta montagna come funivie, ovovie, seggiovie, trenini, motoslitte o quant’altro vogliate, e che tutto questo comporta organizzazioni capillari e meticolose che non possono permettersi ritardi e errori, pena l’irregolarità di tutta la gara?

Se ancora questo non bastasse, per avvicinarle a un pubblico più giovane e “moderno”, le Olimpiadi invernali hanno in queste ultime edizioni introdotto tutta una serie di competizioni acrobatiche, di quelle che vanno tanto di moda soprattutto nell’America del nord e in Giappone, tipo le evoluzioni su quella specie di tubo a “U” che chiamano halfpipe, ma soprattutto su un percorso cosparso di scale, ringhiere e salti vari, sui quali fanno veri e propri percorsi di guerra sullo snowboard. In più ci sono anche percorsi dotati di gobbe e salti per il freestyle e per la disciplina delle gobbe, appunto, che a me personalmente sembra la cosa più scema che sia mai stata inventata, in quanto praticarla costa una fatica spaventosa per procurare uno spettacolo che dal mio punto di vista è semplicemente ridicolo, per non dire penoso.

È da tempo che sono molto preoccupato per il futuro delle Olimpiadi invernali, intanto ovviamente per il riscaldamento globale che fa sì che, più passa il tempo, più bisognerà ricorrere a località di alta montagna, con conseguenze sulla presenza di pubblico facilmente comprensibili, ma anche proprio a causa di questi impianti che, a parte appunto dove sono popolari, in tutte le altre parti del mondo sono inevitabilmente destinati a rimanere più o meno cattedrali nel deserto, per cui ci saranno sempre meno nazioni che potranno permettersi di proporre candidature. E infine anche perché sono, appunto, Olimpiadi invernali e dunque tutto il mondo che c’è nella fascia fra i due tropici è tagliato fuori da ogni possibile interesse di volerle, e dunque di poterle, organizzare.

Tornando al tema “climatico” e prendendola un po’ meno sul serio potete capire quale sia l’atteggiamento dei giornalisti televisivi nei confronti di un coinvolgimento nel lavoro che seguire un’Olimpiade invernale comporta. La divisione è netta e crudele. Ci sono quelli, come eravamo a Telecapodistria io e Sandro Vidrih, che sono destinati a levatacce mattutine, a colazioni frettolose al buio per poter prendere l’autobus che (si spera) li porterà in luoghi “dietro alla schiena di Dio”, come dicono gli sloveni, su qualche lontano altipiano nevoso e ventoso a seguire in container riscaldati sì, ma con letali spifferi dappertutto, le varie gare di sci (e di snowboard) di tutti i tipi, alpino, di fondo, salti e biathlon, vedendo dal vivo solo la partenza e l’arrivo e per il resto facendo telecronache dal tubo che si sarebbero potute fare molto meglio a casa, e infine dovendo fare un altro viaggio periglioso per tornare indietro appena in tempo per mangiare in mensa quello che è rimasto del pranzo.

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E poi ci sono quelli, come da noi Ferdi Vidmar, che sono gli esperti del ghiaccio e possono facilmente alzarsi a ore normali, fare tutte le altre cose quotidiane con calma, dopo una mattinata di norma libera (a meno di qualche strana qualifica di short track), pranzare serenamente, poi prepararsi per le gare pomeridiane e serali di pattinaggio artistico e tranquillamente godersi uno spettacolo magnifico, tipo la leggendaria prestazione del duo di ballo Torwill-Dean che a Sarajevo, sulle note del Bolero di Ravel, presero dai giudici tutti 10, il massimo teorico possibile.

Da quanto detto sembra che per i giornalisti che seguono gli sport all’aperto le Olimpiadi invernali siano una specie di tortura della quale avrebbero fatto volentieri a meno. Niente di più lontano dalla realtà. Per esempio, per quanto riguarda il sottoscritto che alle Olimpiadi faceva di tutto e di più, uno dei ricordi più belli della mia carriera risale proprio a Innsbruck ’76, quando seguivo ovviamente anche l’hockey, lo sport con il quale avevo cominciato la mia avventura televisiva. Ebbi la fortuna di commentare dal vivo la partita decisiva fra l’Urss e la Cecoslovacchia. Erano passati otto anni dal ’68 e l’atmosfera che si percepiva era sì di grande tensione con i cecoslovacchi che tutto erano meno che benevoli nei confronti dei russi, ma sempre nei limiti di una competizione sportiva. Fu una partita magnifica, vinta dai sovietici dopo una dura battaglia, e godetti e me la gustai tutta, centellinandola quasi nella mia memoria.

E allora: seguiresti ancora, malgrado la tua veneranda età, un’Olimpiade invernale dal vivo in veste di telecronista?

Quando si parte?

* Sergio Tavčar è stato dal 1971 telecronista sportivo per TeleCapodistria, divenendo un punto di riferimento per generazioni di appassionati di basket e non solo. Nel 2022 è uscito il suo libro “L’uomo che raccontava il basket”. Nel 2024 ha pubblicato “I pionieri. Le incredibili storie di una televisione di confine”. Qui un’intervista di Meridiano 13 a Sergio Tavčar.

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Redazione
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