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La torre Genex con la bandiera Ue in occasione della visita di Ursula Von Der Leyen nell'ottobre 2025 (Giorgia Spadoni/Meridiano 13)
Il cielo del mattino belgradese pende su di noi grigio, nuvoloso, pesante. Soffia un vento leggero, inaspettatamente freddo per essere inizio ottobre. Ma per il nostro gruppo di italiani non è un problema, la curiosità li guida. Vogliono capirne di più della situazione attuale in Serbia, così come di quella passata. È il loro terzo giorno nella capitale e dopo ogni nostra spiegazione le cose si intrecciano e complicano sempre più, ma non si arrendono.
Camminiamo lungo una via secondaria in un quartiere centrale della città: da una parte si ergono maestosi edifici governativi risalenti al secolo scorso, dall’altra sono disposti ben più umili condomìni. Ci fermiamo vicino a una costruzione giallastra a tre piani. La osserviamo dal retro. Portiamo all’attenzione dei nostri ospiti una delle finestre all’ultimo piano. Riceviamo in cambio sguardi interrogativi; in effetti l’intero palazzo appare alquanto insignificante.
«Da quella finestra nella tarda mattina del 12 marzo 2003 un cecchino spara e uccide Zoran Đinđić mentre sta entrando dall’ingresso di servizio dell’edificio di fronte.»
Il gruppo si blocca sul posto, di colpo tace. Gli sguardi vagano tra le due costruzioni. Anche se abbiamo già raccontato loro la storia dell’assassinio di Đinđić quando siamo stati al cimitero, diverso è vedere il luogo esatto con i propri occhi. Qualcuno domanda al mio collega se ricorda ancora quel giorno.
Ogni serbo all’epoca abbastanza cresciuto ricorda esattamente dov’era e cosa stava facendo in quella mattina di marzo, quando ha ricevuto la notizia. È il nostro 11 settembre. Il giorno in cui ognuno di noi ha capito che le porte del mondo attorno a noi, appena socchiuse, venivano sigillate di nuovo. E stavamo perdendo ancora una volta la possibilità di un normale sviluppo di questo paese.
C’erano le guardie del corpo, sì. C’era anche la possibilità di entrare con la macchina in un tunnel apposito per una maggiore sicurezza. Ma Đinđić non voleva, nonostante fosse con le stampelle perché poco tempo prima aveva avuto un infortunio durante una partita di calcio. E non era la prima volta che attentavano alla sua vita, no – rispondiamo agli ospiti. Tre settimane prima di quel 12 marzo un camion aveva provato a tagliare la strada al suo convoglio.
Il caso Đinđić
Già da studente universitario a Belgrado Zoran Đinđić dimostra pensiero pragmatico, intuizione politica, fiuto per lo spirito del tempo e talento oratorio. Negli anni Settanta viene cacciato dall’università e più tardi arrestato e condannato per aver organizzato un movimento studentesco indipendente. Emigra poi in DDR, dove nel 1979 ottiene il dottorato in filosofia.
Quando rientra in Jugoslavia nel 1989 fonda insieme ad altri intellettuali e attivisti il Partito Democratico (Demokratska stranka, DS). Un anno dopo ne diventa il leader nonché deputato dell’opposizione, anche se il suo parere nei confronti delle eterne questioni legate al nazionalismo serbo è alle volte poco chiaro (nel 1994 ad esempio fa visita al presidente della Repubblica Srpska Radovan Karadžić per “esprimere la propria solidarietà ai serbi di Bosnia”).
Negli anni Novanta Đinđić si distingue in quanto figura chiave delle proteste contro il regime di Milošević. Nel 1997 la coalizione di opposizione Zajedno, di cui fa parte anche la formazione DS, si scioglie dopo un massiccio boicottaggio delle elezioni di dicembre anche da parte di altri gruppi democratici. Lo scoppio della guerra in Kosovo nel 1998 e i bombardamenti della Nato sulla Serbia nel 1999 segnano l’inizio della fine per Milošević. Al contempo però inizia una serie di omicidi sui quali si allunga l’ombra del presidente: dal giornalista Slavko Ćuruvija al ministro della Difesa Pavle Bulatović, dal comandante paramilitare Željko Ražnatović – Arkan all’ex presidente Ivan Stambolić.
Nel settembre 2000 le strade del paese si riempiono di nuovo di manifestanti, dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del candidato della Coalizione Democratica di opposizione (Demokratska Opozicija Srbije) Vojislav Koštunica. Dopo una settimana di proteste massicce il 5 ottobre 2000 Milošević si dimette. Le elezioni parlamentari di dicembre vengono vinte dalla Demokratska stranka con il 64,5%. Il 25 gennaio 2001 Đinđić diventa primo ministro e la speranza di un cambiamento si diffonde nel paese, rinsaldata dalle aspettative dall’estero.
Il governo di Đinđić dà il via a un ambizioso programma in cui sono previste una serie di profonde e coraggiose riforme economiche e giudiziarie, così come azioni penali contro gli omicidi politici e i crimini di guerra, una commissione speciale per indagare le azioni della polizia e dei servizi segreti, la collaborazione con la comunità internazionale, la risoluzione della questione legata al Kosovo. Durante il suo mandato viene ratificata la Convenzione europea per i diritti dell’uomo e introdotta la serie di indicazioni del Consiglio d’Europa, che porta all’entrata di Serbia e Montenegro nell’organizzazione nel 2003.
Mentre però fuori dal suo paese Đinđić crea un’immagine positiva, in Serbia è accolto in modo sempre più controverso da determinate fasce della società e delle istituzioni. Inizialmente è contrario all’estradizione di Slobodan Milošević a L’Aja, ma nell’aprile 2001 gioca un ruolo fondamentale nel suo arresto in patria. Il 28 giugno invece, nonostante le obiezioni della Corte costituzionale, Đinđić emana l’ordine di estradizione dell’ex presidente in Olanda sotto pressione statunitense, da cui arriva la minaccia di fermare l’erogazione degli aiuti economici da parte della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.
Ciononostante Zoran Đinđić non sarà assassinato per via del risentimento delle frange nazionaliste. Quell’unico proiettile che lo fende dritto al cuore viene sparato da Zvezdan Jovanović, membro del gruppo paramilitare dei “Berretti rossi”, iniziato dalla Guardia militare serba guidata da Arkan, più tardi confluiti nelle forze speciali dei servizi segreti della Serbia.
Đinđić sarà assassinato a causa della sua ferma intenzione di combattere il clan di Zemun, una delle più potenti organizzazioni criminali nel paese. La stessa che già negli anni Novanta è in stretto contatto con il governo serbo e con i cui rappresentanti Đinđić si incontra qualche giorno prima delle dimissioni di Milošević, ricevendo garanzie che i loro gruppi non saranno d’intralcio alla transizione. Si tratta di un patto assolutamente cosciente con l’eredità tentacolare di Milošević.
L’omicidio di Zoran Đinđić viene pianificato in accordo tra i servizi segreti, la criminalità organizzata e parte delle figure politiche rimaste dopo Milošević.
Un mese prima dell’assassinio l’allora procuratrice capo del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia Carla del Ponte incontra il primo ministro:
Mi raccontò in dettaglio del suo programma di riforme. E allora all’improvviso mi disse: “Mi uccideranno.”
Alla domanda su chi di preciso lo ucciderà, Đinđić risponde manifestando il timore che le riforme previste nell’esercito e nella polizia lo metteranno in pericolo.
Đinđić mi spiegò come intendeva intervenire nell’esercito e nella polizia dopo aver modificato il sistema economico. La riforma richiedeva un approccio incredibilmente delicato ed era abbastanza pericolosa. E il primo ministro ne era del tutto al corrente.
Ecco come la storica Dubravka Stojanović analizza la vicenda in un articolo pubblicato dieci anni dopo l’assassinio di Zoran Đinđić:
C’erano anche i cospiratori ai vertici dei servizi segreti, che avevano partecipato anche al precedente colpo di stato del 2000 e che, grazie a ciò, godevano di una posizione privilegiata. C’era anche lo stato, subordinato agli interessi di partito. E la cultura politica che vede nell’avversario un nemico. E il sistema di valori che vede debolezza nel compromesso e nella forza eroismo. E gli interessi di potenti circoli che considerano la costruzione di un sistema giuridico e di istituzioni un ostacolo al proprio monopolio.
Forse c’era anche l’intervento delle grandi potenze. E prima di tutto la stessa divisione tra modernisti e antimodernisti, pro e anti-Occidente, alla radice della maggior parte degli attentati nella storia serba. Ecco perché l’assassinio del 2003 dimostra che esiste una continuità derivante dai profondi problemi della storia recente della Serbia: la debolezza delle istituzioni, il potere dei “fattori incontrollabili”, lo stato di partito e l’irrisolta questione chiave: “in quale direzione stiamo andando?”.
E osservando la situazione attuale nel paese dopo altri dieci anni (e più), non soltanto non appare affatto più luminosa, ma nemmeno tanto differente.
La tomba di Zoran Đinđić al Novo groblje di Belgrado (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
Democrazia e stabilocrazia
9 agosto 2024. Siamo in attesa alla frontiera tra Bosnia e Serbia. Il tour è agli sgoccioli, stiamo rientrando a Belgrado, o perlomeno ci stiamo provando. La coda è infinita, lo spietato sole estivo trasforma il minibus in un forno, l’aria condizionata è quasi impotente. Il nostro gruppo di ospiti sta chiassosamente risolvendo dei cruciverba, mentre con il mio collega e l’autista parliamo delle enormi manifestazioni previste nella capitale per il giorno successivo, 10 agosto.
La pensilina di cemento della stazione di Novi Sad, ufficialmente inaugurata un mese prima, resisterà ancora un po’. Il motivo della protesta è un altro: il progetto della più grande miniera di litio in Europa, che la compagnia anglo-australiana Rio Tinto prevede di costruire a Loznica, accanto al fiume Jadar, nella parte occidentale del paese. Fermato grazie alle massicce proteste del 2022, il piano viene di nuovo rimesso all’ordine del giorno dal governo serbo nel luglio 2024. Con il sostegno dell’Ue.
Finalmente usciamo dalla Bosnia, ma non prima di aver regalato una barretta di cioccolato al poliziotto di frontiera che, dopo averci controllato i documenti, richiede espressamente quel riscatto tanto strano e dolce. Entriamo in Serbia e passiamo proprio per la località minacciata dalle ambizioni minerarie. Qualche metro dopo la frontiera ci accoglie un enorme manifesto del Partito progressista serbo (Srpska napredna stranka, SNS), la formazione al governo, da cui ci osserva un uomo con gli occhiali e le labbra carnose. L’autista e il mio collega non si trattengono e rivolgono non poche ingiurie verso quella faccia, che appartiene ad Aleksandar Vučić, il protagonista della politica serba dell’ultimo abbondante decennio.
Nato nel 1970 a Belgrado, a 23 anni si unisce al Partito radicale serbo (Srpska radikalna stranka, SRS), formazione ultranazionalista che mira a creare una “Grande Serbia” dalle rovine della Jugoslavia. Diventa protégé del fondatore Vojislav Šešelj, condannato per crimini di guerra dal tribunale dell’Aja. Nel 1998 Vučić viene nominato dallo stesso Slobodan Milošević ministro dell’Informazione, riuscendo in soli due anni a imporre una delle legislazioni più repressive d’Europa contro i media e la libertà di parola.
Dopo il 5 ottobre 2000, quando Milošević rassegna le dimissioni, il Partito radicale serbo si trova all’opposizione mentre si assecondano governi democratici segnati da scandali e che includono l’entrata della Serbia nell’Ue nei propri programmi. Proprio attorno alla questione europea i radicali si dividono e parte dei membri del partito, guidati da Tomislav Nikolić e Aleksandar Vučić, lo lasciano per fondare il Partito progressista serbo (SNS) nel 2008. Nonostante il nome e il dichiarato europeismo, lo schieramento è profondamente conservatore e populista e rapidamente si trasforma nella principale forza all’opposizione. Alle elezioni parlamentari del 2012 ottiene il 22% dei voti posizionandosi al primo posto. Vučić è inizialmente ministro della Difesa, e poi primo vicepremier. Alle consultazioni parlamentari anticipate nel 2014 i progressisti raddoppiano il proprio risultato e ottengono la maggioranza in parlamento. Vučić diventa così primo ministro.
Nel frattempo in un’intervista riconosce i propri “errori di gioventù” e prende le distanze dalle tendenze nazionaliste degli anni precedenti, quando difendeva pubblicamente Ratko Mladić e Radovan Karadžić. Tra le sue ambizioni per la Serbia c’è l’entrata nell’Ue. In effetti, pur essendo stati i partiti liberali che lo hanno preceduto a porre le fondamenta alle ambizioni europee della nazione balcanica, è proprio Vučić a dare ufficialmente il via al processo nel 2014. Le successive elezioni anticipate del 2016 sono indette dalla formazione SNS proprio allo scopo di sostenere la prosecuzione e la buona riuscita del processo di candidatura a stato membro dell’Ue. Stavolta il risultato supera il 50%, ma dall’opposizione annunciano che i voti sono stati comprati.
All’estero intanto aumenta la soddisfazione per la stabilità che la Serbia finalmente sta dimostrando. In particolar modo in Germania. In un’intervista del 2016 Vučić dichiara di ritenere Angela Merkel “la vera leader in Europa” e che la cancelliera tedesca “si sta prendendo cura dei Balcani”. I critici nei confronti del governo sottolineano invece che l’apparente stabilità nel paese è raggiunta a scapito dei valori democratici, in particolar modo della libertà di informazione.
Le consultazioni del 2017 con le quali Vučić dà avvio alla propria carriera da presidente della Repubblica di Serbia, sono anch’esse segnate da un controllo sempre più serrato sui media e dal graduale smantellamento dello stato di diritto. Nel frattempo, al fine di continuare a edificare un’immagine “progressista” agli occhi della comunità internazionale, il presidente nomina come premier Ana Brnabić – prima donna a ricoprire tale incarico in Serbia, e per di più dichiaratamente lesbica. Senza però che ciò implichi ci sia posto per i diritti LGBTQ+ nel programma del governo, anzi: il ruolo di Brnabić le garantisce una serie di privilegi di cui la restante parte di comunità LGBTQ+ nel paese è privata.
Nel 2020 l’organizzazione non governativa Freedom House conferma il peggioramento della situazione in Serbia, che non è più classificata come democrazia, bensì “regime ibrido”, in particolare dopo i risultati delle nuove elezioni presidenziali di luglio, che SNS vince con oltre il 60%. Tale tendenza autoritaria, cominciata nel 2012, trasforma il paese in una stabilocrazia, che nonostante la retorica di governo non è garante di alcuna stabilità nella regione balcanica, com’è ormai evidente dalle incessanti proteste iniziate nel 2024.
Un’immagine delle proteste dello scorso novembre in Serbia (Studenti della Facoltà di Arti Drammatiche di Belgrado)
La Serbia fuori dall’Ue, l’Ue fuori dalla Serbia
10 agosto 2024. Il tour si conclude, salutiamo i nostri ospiti prima dell’inizio delle proteste, previsto per le 19:00. Partiamo circa un’ora prima e le strade si stanno già riempiendo di gente che si riversa da ogni parte. Nel giro di mezz’ora il centro di Belgrado è completamente bloccato: cittadini di ogni età, portando cani e carrozzine, manifesti e fischietti, si sono radunati con intenzioni pacifiche e pessimi umori. Tra gli slogan si legge “Rio Tinto via dalla Serbia”, “Non scaverete”, “L’Ue detta, Vučić esegue, Rio Tinto guadagna”. Il mio collega dice:
«Vedi quanta gente, siamo tutti contro Vučić da anni, scendiamo in strada continuamente ma lui non si schioda. Perché gode del sostegno dell’Ue.»
Le proteste a Belgrado il 10 agosto 2024 (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
In realtà la tattica del presidente a livello internazionale è mantenere buoni rapporti con forze geopolitiche in competizione tra loro. Sostiene di volere che il percorso europeo della Serbia prosegua, ma al tempo stesso mantiene rapporti amichevoli con la Russia e attira il più grande numero di progetti cinesi in Europa nell’ambito della strategia globaleOne belt One road. Di conseguenza da una parte rifiuta di applicare le sanzioni contro Mosca nonostante la Serbia abbia lo status di paese candidato all’adesione Ue; dall’altra affida sempre più progetti senza gare d’appalto a controverse società cinesi.
Vero è che, così come Boyko Borisov in Bulgaria, anche Aleksandar Vučić gode del sostegno dell’Ue, con la quale avviene oltre la metà degli scambi commerciali della Serbia. Ma a differenza della Bulgaria, il processo di integrazione europea della Serbia si trova da tempo in uno stato di paralisi burocratica, dal quale trae vantaggio il governo di Vučić. E nel mentre l’Unione europea non è più sinonimo di progresso e garanzie, ma rappresenta piuttosto un’entità lontana e astratta che pare mostrarsi sempre più ipocrita e indifferente nei confronti dell’incessante declino della democrazia e dei principi dello stato di diritto in Serbia.
Tra gli ultimi colpi inferti alla credibilità nei confronti dell’Unione è l’esplicito supporto alle ambizioni di Rio Tinto a Loznica, addirittura presentato come progetto strategico nel 2025. Inoltre la debole reazione di Bruxelles per quanto riguarda la massiccia ondata di proteste antigovernative provocata dalla tragedia di Novi Sad gioca un ruolo importante nel crollo della fiducia verso l’Ue.
Nell’ottobre 2025 il Parlamento europeo approva una risoluzione in cui viene sostenuto il diritto alle proteste pacifiche in Serbia e richiesta una responsabilità politica per le repressioni forzate. L’efficacia di tali appelli è però alquanto limitata, nonché minacciata dalla sempre più influente frangia di estrema destra, la quale è a sostegno di Vučić. Un mese dopo Rio Tinto annuncia che il progetto Jadar sarà messo in regime di “cura e manutenzione” per mancanza di licenze e progressi, così come a causa della resistenza degli abitanti del posto. Questa però molto probabilmente non sarà la fine della storia, ed è sempre più difficile prevedere cosa riserverà il futuro per il paese balcanico.
(Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
2025. Un giorno prima di mostrare al gruppo il luogo in cui è stato assassinato il primo ministro, ci raccogliamo attorno alla sua lapide nel Novo groblje. Sopra il marmo nero, sotto la scritta “Zoran Đinđić 1952-2003” stavolta troviamo una corona di fiori leggermente appassita, avvolta da un nastro. Il vento l’ha capovolto. Mi chino e lo sposto per vedere se c’è scritto qualcosa. Soltanto una breve frase: Hvala za viziju (“Grazie per la visione”).
Di fronte all’ingresso della facoltà di Filosofia di Belgrado – il luogo dal quale cominciamo ogni volta i nostri tour – lo sguardo dell’ex primo ministro, imbrattato di vernice rossa, osserva ancora studenti e passanti. Accanto al suo viso si può ancora leggere uno scrostato Gledajte u budućnost… (“Guardate al futuro…”) – per quanto opaco e spaventoso possa apparire. Perché non esiste altra opzione.
Traduttrice e interprete. S’interessa di letteratura, storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara ed ex jugoslava. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, dove si è laureata presso l’Università di Sofia “San Clemente di Ocrida”. Collabora con varie case editrici e viaggia a est con Kukushka tours. È autrice della guida letteraria “A Sofia con Georgi Gospodinov” (Giulio Perrone Editore).