“Vini armeni”: un libro per raccontare il legame fra vino e Armenia

Diciamoci la verità: in Italia, anche per ragioni legittime, tendiamo a conoscere soltanto i nostri vini. Bastiamo a noi stessi. I grandi intenditori poi possono appassionarsi a quelli francesi. Uno sguardo rivolto verso est, dal nostro punto di vista privilegiato, è quantomeno raro. Eppure oltre il meridiano 13 ci sono culture e tradizioni millenarie, che da sempre hanno a che fare con il vino. Il libro Vini Armeni. La cultura del vino ha radici antichissime di Kellermann Editore ha il merito di portarci a conoscere tutto ciò che c’è da sapere sul vino proveniente da Erevan e dintorni.

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Il volume, che fa parte della collana Grado Babo, è stato curato da Manuela Da Cortà e Enrico Dal Bianco e si presenta al lettore con una cura estetica davvero notevole. La bella copertina riprende i tratti delle decorazioni degli antichi tappeti armeni, mentre all’interno è presente un nutrito apparato fotografico che aiuta l’immaginazione del lettore ad essere trasportata fin dentro il Caucaso e le sue bellezze.

Il cuore dell’opera ruota intorno a un passaggio fondamentale: il vino armeno non è (solo) un prodotto agricolo, non è (solo) una bevanda, ma è il simbolo culturale di un paese. Partendo da questo assunto si viene guidati dai due autori lungo due rotte diverse ma tangenti che hanno il comune denominatore di dimostrare l’inscindibile legame di vino e Armenia.

Gli autori di Vini armeni

A Manuela Da Cortà (laureata in lingue e conservazione dei Beni culturali, già autrice di La Siria ritrovata negli studi di Adriano Alpago-Novello per i tipi di Il Poligrafico) spetta il compito di portarci per mano nella storia del paese, ripercorrendola con attenzione dalla preistoria fino ai giorni nostri, mettendo in risalto ogni volta (tramite tracce evidenti) di come il vino sia sempre stato presente fin dall’antichità nella cultura del paese.

Citiamo ad esempio, durante un passaggio del capitolo “Dall’età della pietra alle croci di pietra”:

Nella cultura Trialeti-Vanazdor la vite e il vino assunsero particolare importanza. Lo testimonia ad esempio un calice in argento meravigliosamente decorato proveniente da una ricca tomba del cimitero di Karashamb in Armenia, in cui compaiono scene di banchetti e libagioni, in una stile che ricorda la scena del banchetto svoltosi nel 2.000 a.C. nel palazzo di Assurbanipal a Ninive.

p. 24

Enrico Dal Bianco (sommelier, apprendista contadino e bracciante della vigna, autore del sito winealogue.com), invece, si occupa maggiormente dell’aspetti inerenti il vino vero e proprio. Come già detto però, non ci si sbagli, in Armenia è impossibile parlare di vino senza parlare di storia, identità, ricerca, religione, appartenenza, ospitalità ecc. Parafrasando un detto ormai entrato nell’uso comune in altri campi, ci verrebbe da dire, che qui, “chi sa solo di vino, non sa niente di vino”.

Vini armeni: complessità e accessibilità

Quello che colpisce lungo le pagine dell’opera è la capacità degli autori e dell’editore di aver messo insieme un titolo che parla in maniera accessibile anche a un lettore non necessariamente esperto di vino e lo fa senza però rinunciare al rigore e alla complessità che questo tema richiede, soprattutto in relazione a una situazione simbiotica come quella che l’Armenia vive rispetto a uno dei suoi frutti più importanti.

Visto che i nostri lettori potrebbero non conoscere assolutamente i vitigni armeni, ne riportiamo alcuni, per iniziare ad avere familiarità con questi nomi: Voskehat, Koghbeni, Svanush, Banants, Garan Dmak, Tozot, Lalvari, Khatoun Kharji, Khndoghni, Chilar, Kakhet.

L’opera è arricchita anche da alcune importanti liste, come quella dei vitigni, o quella dei produttori, oltre che da suggerimenti di ricette. Infine è utile ricordare che Vini Armeni. La cultura del vino ha radici antichissime è aperto dalla prefazione di Antonia Arslan, scrittrice, saggista, docente universitaria, autrice di La masseria delle allodole (Rizzoli), e dall’introduzione di Aldo Ferrari, professore ordinario presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".