Lettera aperta a Dacia Maraini sulla repressione in Georgia dalla scrittrice Tamta Melashvili

Il 23 ottobre 2025 la scrittrice Dacia Maraini è stata invitata alla Casa degli Scrittori di Tbilisi, per parlare dell’importanza della scrittura e della disobbedienza. Durante l’incontro sono intervenute Khatuna Tskhadadze, celebre traduttrice in georgiano di Calvino, Pasolini, Eco e molti altri autori italiani, e la scrittrice Teona Dolenjashvili. In uno scambio diventato virale, Tskhadadze ha descritto a Maraini la situazione attuale in Georgia, dove molti intellettuali – tra le centinaia di persone che protestano chiedendo un governo democratico – sono stati arrestati, marginalizzati e ostacolati dalle autorità

Khatuna ha chiesto a Dacia Maraini, in quanto simbolo di anticonformismo, disobbedienza e difesa della democrazia, cosa direbbe oggi a coloro che nel paese caucasico lottano per gli stessi valori che lei promuove come scrittrice e come figura pubblica. La risposta dell’autrice italiana è stata assai deludente per molti georgiani, inclusa la celebre e pluripremiata scrittrice Tamta Melashvili*, che ha espresso i suoi sentimenti in una lettera aperta a Dacia Maraini. La pubblichiamo qui in italiano**.


Lo scambio in italiano tra la traduttrice Khatuna Tskhadadze e Dacia Maraini durante l’evento del 23 ottobre alla Casa degli Scrittori di Tbilisi.

Lettera aperta a Dacia Maraini

Cara Dacia Maraini,

Le scrivo come scrittrice georgiana, dal paese che di recente ha avuto il piacere di accoglierLa in visita. Sono certa che questa sia la prima volta che sente il mio nome, anche se uno dei miei romanzi è stato tradotto in italiano. Rimanere invisibili è il destino comune di molti autori che scrivono in lingue minori, ma questo è un altro discorso che forse affronterò un’altra volta.

Vorrei solo farLe sapere che scrivo anch’io di donne combattive, ribelli, testarde, disobbedienti.

Come molti, sono affascinata dall’Italia, dalla sua cultura, dal suo cinema e dalla sua letteratura fin dall’infanzia. Tuttavia, ho potuto visitarla solo nove anni fa, quando ai cittadini georgiani è stato concesso di viaggiare senza visto nei paesi dell’Unione Europea.

Ricordo che, durante quel viaggio, il proprietario dell’albergo in cui alloggiavo, pur leggendo il mio passaporto georgiano, ha iniziato a parlarmi della Russia e mi ha chiamata con un nome russo: Tanya. Ne rimasi sorpresa – non capivo perché quell’uomo fosse tanto entusiasta della Russia e perché, nonostante le mie precisazioni, continuasse a chiamarmi Tanya invece di Tamta. L’aspetto fisico non c’entrava nulla. Mi creda, come molte donne georgiane assomiglio più a un’italiana che a una russa.

Concorderà con me che la guerra in Ucraina ha cambiato molte cose – per voi come per noi.

Se incontrassi oggi quell’uomo, forse non sarebbe così disinvolto nel chiamarmi Tanya, e io non resterei sorpresa, ma mi arrabbierei.

Vorrei raccontarLe un altro episodio. Circa due anni fa, tramite il mio editore italiano, una giornalista di un importante quotidiano mi contattò per un’intervista. Poiché il mio romanzo tradotto in italiano [La Conta, ndr], scritto in risposta alla guerra russo-georgiana del 2008, racconta le esperienze di adolescenti in una zona di conflitto, la giornalista forse pensava che fossi la persona giusta per parlare dei rapporti tra i nostri paesi.

In quel periodo, il governo filo-russo della Georgia, guidato dall’oligarca Bidzina Ivanishvili – formatosi e arricchitosi in Russia, tuttora al potere e determinato a restarci, ignorando la democrazia e seguendo la via dell’autoritarismo – aveva proposto per la prima volta la cosiddetta “legge russa”, che limitava la libertà di stampa e di espressione, sopprimeva le organizzazioni non governative e violava i diritti umani. La proposta di legge aveva scatenato grandi proteste popolari. Avevo dunque molto da dire sulla Russia e sulla sua influenza in Georgia.

Durante la conversazione, la giornalista si mostrò attenta e interessata, ma ancora oggi non so cosa si aspettasse da me né perché sia rimasta delusa. Come forse ha già intuito, quell’intervista non fu mai pubblicata. Ricordo però di averla ringraziata sinceramente per il tempo e lo spazio concessomi, dicendole che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, era davvero arrivato il momento per l’Europa di ascoltare con maggiore attenzione le voci delle nazioni che combattono l’imperialismo russo. Alla fine, rimasi delusa anch’io: la speranza che le nostre voci venissero ascoltate si rivelò un’illusione.

La Sua recente visita in Georgia ne è stata un’ulteriore conferma. A dire il vero, non avrei nemmeno saputo del Suo arrivo e della presentazione del Suo libro alla Casa degli Scrittori se non fosse stato per l’incidente avvenuto alla chiusura dell’incontro.

La Casa degli Scrittori, che l’ha invitata, mi ha bloccata da tempo sulla propria pagina Facebook per un commento critico, come ha fatto con la maggioranza di scrittori, traduttori ed editori che oggi boicottano la sua direzione. La direttrice, ex parlamentare del Sogno Georgiano – il partito al potere – è stata posta lì per garantire il controllo totale sull’istituzione, un’operazione che negli ultimi anni ha coinvolto anche altre istituzioni culturali. È stata una vera e propria “cattura” del settore, ma su questo non posso dilungarmi adesso.

Se volesse approfondire, La invito a consultare la relazione Taming Culture in Georgia (il link con le informazioni), che contiene interviste e testimonianze di figure chiave della cultura georgiana. Sono certa che Lei, che ha sempre criticato i regimi autoritari e difeso l’indipendenza della cultura, la troverebbe inquietante. Le ricordo che la relazione risale a due anni fa e da allora la situazione è ulteriormente peggiorata.

Tornando all’”incidente” del 23 ottobre: si è trattato dell’intervento di due mie colleghe venute ad ascoltarLa, che tenevano in mano fogli con i nomi di due scrittori georgiani imprigionati dal regime di Ivanishvili. Khatuna Tskhadadze, che Le ha parlato in italiano, è traduttrice di Calvino, Pasolini, Eco e molti altri autori italiani, nonché presidente di PEN Georgia, organizzazione che tutela la libertà d’espressione e i diritti di scrittori e giornalisti. Tra i molti riconoscimenti per il suo lavoro, c’è anche l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, conferitale nel 2020 dal Presidente Mattarella. Con lei c’era la scrittrice Teona Dolenjashvili, anch’essa tradotta in italiano, che ha documentato il momento con il telefonino.

Mi chiedo come mai una scrittrice e attivista del Suo calibro e della Sua sensibilità non abbia colto la tensione che la loro apparizione ha suscitato nel pubblico. Non ha notato che, dopo la presentazione, il moderatore – visibilmente a disagio – ha annunciato in fretta che non ci sarebbe stata alcuna sessione di domande e risposte? Non si è chiesta di chi fossero i nomi che Khatuna e Teona tenevano in mano, o a chi si riferissero?

Uno di quei nomi era Zviad Ratiani, uno dei migliori poeti georgiani, oggi prigioniero politico e di coscienza. L’altro era Beka Kurkhuli, arrestato per aver “bloccato” il viale Rustaveli proprio nei giorni della Sua visita a Tbilisi. Vorrei sottolineare che, in rapporto alla popolazione, la Georgia conta più prigionieri politici della Russia: centinaia, in un paese di soli tre milioni e mezzo di abitanti. Sì, nel nostro paese oggi si arrestano persone per ciò che, fino a pochi mesi fa, era un diritto costituzionale: la libertà di riunione e di espressione.

Sa che la Sua traduttrice georgiana, Nunu Geladze, ha tradotto in italiano anche un libro di Kurkhuli?

Sa che non ha espresso una sola parola di solidarietà nei suoi confronti e che, vedendo il foglio con il suo nome, ha cercato di impedirne la visione prima dell’inizio dell’evento? Sapeva che in Georgia esiste ormai anche una legge sulla censura, sostenuta e firmata nel 2023 anche dalla direttrice della Casa degli Scrittori?

Le parole di Khatuna Tskhadadze rappresentavano la voce di tutti noi: scrittori, poeti, editori, traduttori e operatori culturali che ancora creano valore in questo paese. Khatuna Le ha chiesto:

In quanto simbolo di anticonformismo, disobbedienza e difesa della democrazia, cosa direbbe oggi a coloro che in Georgia lottano per gli stessi valori che Lei promuove come scrittrice e come figura pubblica?

La Sua risposta, purtroppo, è stata deludente. Ha detto di non sapere molto di ciò che accade in Georgia, che i regimi autocratici stanno riemergendo ovunque, che è una tendenza globale e che bisogna reagire. Tutto qui. Ha persino citato Trump come esempio. Sono certa che condividiamo la stessa opinione su di lui, ma Le ricordo che il 20% del territorio georgiano è occupato da una dittatura che, ahimè, non è quella di Trump.

Le Sue parole mi sono sembrate dettate dall’indifferenza, e temo di non essere stata l’unica a percepirlo. Ma c’è qualcosa di più grave dell’indifferenza: una presa di posizione che è fondamentalmente sbagliata.

Credo che siano finiti i tempi in cui si potevano dividere i problemi in “nostri” e “vostri”. Non ci sono gerarchie nel dolore o nella libertà. Forse, se ascoltassimo meglio il problema dell’altro, sapremmo affrontare meglio anche il nostro. In un mondo che si fa ogni giorno più stretto, tra guerre, disastri ecologici e ritorno delle tirannie, forse il mio problema è anche il Suo.

 Forse, in fondo, esistono solo problemi comuni.

Dire che “va tutto male ovunque” significa tirare l’acqua ai mulini degli autocrati e degli oligarchi: spegne la speranza che la democrazia esista ancora da qualche parte, che ci siano risorse per resistere e sopravvivere. Noi scrittori dobbiamo invece custodire questa speranza.

Tutti noi dobbiamo essere scrittori di speranza, perché oggi la speranza è un’arma comune contro un male comune.

Tra poco sarò ospite di un festival letterario in Croazia, dove so che ci sarà anche Lei. Mi dispiace che i nostri interventi siano programmati in giorni diversi e che non avrò l’occasione di incontrarLa di persona.

Anche la Croazia è un piccolo paese, con un passato difficile e la minaccia dell’ascesa di forze ultranazionaliste di destra. La parte del programma cui parteciperà Lei si intitola Disquiets e affronta l’attuale instabilità del mondo attraverso gli occhi della letteratura e dell’arte.

Io credo – e spero – che Lei sarà una scrittrice di speranza.

Tamta Melashvili

*Tamta Melashvili è una scrittrice pluripremiata che vive a Tbilisi, in Georgia. Ha scritto tre romanzi, numerosi racconti e diversi saggi. Le opere di Melashvili sono state tradotte in diverse lingue, tra cui tedesco, polacco, italiano, macedone, russo e francese.

**Introduzione di Laura Mafizzoli, traduzione a cura di Khatuna Tskhadadze.

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Redazione
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