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Tombe ebraiche nella città di Quba, in Azerbaigian (Meridiano 13/Maria Savigni)
Secondo diverse fonti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe includere soldati azeri nella “Forza di stabilizzazione internazionale” (ISF), il contingente di truppe che vari paesi dovrebbero inviare nella Striscia di Gaza per garantire il cessate il fuoco (il piano di Washington è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso 17 novembre). Baku ha in parte smentito la cosa dichiarando di non essere pronta a dislocare propri militari prima “della fine di tutte le attività militari a Gaza”. In ogni caso, l’esistenza di negoziati sotterranei sul tema è innegabile e rivela quanto siano strette le relazioni tra Azerbaigian e Israele.
Alle origini delle relazioni tra Azerbaigian e Israele
Il 25 dicembre 1991 Israele fu tra i primi membri dell’Onu al mondo a riconoscere l’Azerbaigian, poche settimane dopo che Baku aveva dichiarato l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Questa assertività si spiega con la presenza, all’epoca, di una consistente minoranza ebraica nel paese caucasico – in particolare, i cosiddetti ebrei della montagna – ma soprattutto con il percepito potenziale dell’Azerbaigian in chiave anti-iraniana (ci torniamo) e come fonte di risorse energetiche.
Da questo ultimo punto capiamo perché le relazioni, già cordiali, fiorirono dal 2006, con l’entrata in funzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan che trasporta il petrolio azero dal bacino del Mar Caspio al porto turco sulle rive del Mediterraneo sudorientale.
La nuova infrastruttura consentì crescenti legami in ambito energetico; attualmente circa il 40% delle importazioni israeliane di petrolio (dal valore di 1,3 miliardi di dollari) arriva proprio dall’Azerbaigian e un rapporto di Oil Change Internationalha recentemente confermato che il paese caucasico è stato il primo fornitore di idrocarburi per Israele dal 2023 a oggi. Tale approvvigionamento è stato quindi cruciale per permettere di portare avanti le tristemente note operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza che, in base agli ultimi dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, hanno causato l’uccisione di almeno 70mila palestinesi.
Nel 2023 l’Azerbaigian ha aperto un’ambasciata in Israele, la prima nazione a maggioranza sciita a farlo. In precedenza, Baku aveva esitato a intraprendere questo passo per non scontentare l’Iran. Infine, di recente, lo stato caucasico ha anche investito nei giacimenti di petrolio e gas israeliani. Tra gli altri, nel 2024 l’azienda energetica azera Socar ha acquistato una partecipazione del 10% nel giacimento israeliano Tamar, il cui gas estratto viene usato per produrre il 70% dell’energia elettrica del paese.
Negli anni, hanno invece fatto il percorso inverso armamenti israeliani, un qualcosa su cui le due parti hanno provato a tenere un basso profilo. In un telegramma diplomatico risalente al 2016 trapelato alla stampa, infatti, il presidente azero Ilham Aliyev paragonava le relazioni tra Azerbaigian e Israele a “un iceberg” del quale i nove decimi sono sotto la superficie.
Secondo le analisi del Stockholm International Peace Research Institute il 69% delle armi che Baku ha importato nel periodo 2016-2020 arrivava proprio da Israele (il 17% delle esportazioni israeliane in questo settore nello stesso periodo). Proprio tali armamenti tecnologicamente avanzati (in particolare i droni), insieme al supporto dell’intelligence israeliana, si sarebbero poi rivelati decisivi nella guerra dei 44 giorni contro l’Armenia con cui Baku ha ripreso il controllo di parte del Nagorno-Karabakh nel 2020.
Ricordiamo che, dopo aver affamato per nove mesi la popolazione armena della parte del Nagorno-Karabakh che era rimasta indipendente, l’Azerbaigian ha attaccato il territorio nel settembre 2023 spingendo alla fuga in Armenia gli oltre 100mila abitanti della regione.
I rapporti con la Turchia…
Un altro punto di incontro e potenziale cooperazione tra Azerbaigian e Israele è la Turchia.
Baku e Ankara hanno storicamente ottimi rapporti anche per via della vicinanza linguistica e culturale tra turchi e azeri, tanto che le relazioni tra i due paesi sono descritte con il motto “una nazione, due stati”.
L’unico punto di divergenza è l’atteggiamento nei confronti di Israele. Al contrario di Aliyev, il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan ha condannato in modo molto forte le violenze commesse dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza dal 2023 in avanti, non esitando a usare il termine genocidio.
Il discorso di Erdoğan all’Assemblea Generale dell’Onu lo scorso settembre
Tutto ciò non ha guastato i rapporti tra Turchia e Azerbaigian ma, anzi, Baku ha provato a inserirsi come mediatore. In questo contesto l’iniziativa di Trump di coinvolgere soldati azeri nell’ISF si spiega come un modo di accontentare sia Israele (fortemente contrario a una partecipazione turca alla forza di peacekeeping a Gaza) che Ankara, che vedrebbe un paese alleato coinvolto nella missione.
…e quelli con l’Iran
Lo scorso giugno sono girate voci insistenti sul fatto che l’Azerbaigian avrebbe concesso l’uso del proprio spazio aereo ai droni israeliani nell’ambito dell’operazione “Leone Nascente”, l’attacco che ha dato via alla cosiddetta “guerra dei dodici giorni” tra Israele e Iran. Aliyev ha negato la cosa e indagini da parte iraniana successive non hanno confermato questa ipotesi.
Da quando l’Azerbaigian è diventato indipendente nel 1991 i rapporti con Teheran sono sempre stati caratterizzati da alti e bassi. La presenza di una consistente minoranza azera in Iran (pari a circa il 20% della popolazione) ha, infatti, complicato le relazioni tra i due paesi confinanti. In particolare l’establishment iraniana teme che Baku possa usare il supporto di Israele per provare a destabilizzare le sue regioni settentrionali sfruttando proprio la presenza degli azeri iraniani.
Nella realtà, l’Azerbaigian ha sempre tentato di curare i rapporti con Israele in nome dei già menzionati interessi, senza però scontentare troppo il vicino Iran, un equilibrismo complicato dalle tensioni crescenti degli ultimi anni.
Offensive propagandistiche
Le convergenze di interessi alla base delle relazioni tra Azerbaigian e Israele emergono anche a livello propagandistico. Se da parte israeliana l’alleanza con un paese a maggioranza sciita è un modo di mostrare apertura verso il mondo musulmano, per Baku è uno strumento di promozione di uno dei punti cari alla narrazione nazionalista azera: quella del multiculturalismo.
Sul tema del multiculturalismo in Azerbaigian consigliamo la lettura di questo articolo.
Nel 2024 i noti blogger Aija Mayrock e Nas Daily (il secondo è israelo-palestinese) hanno pubblicato un video in inglese su YouTube dal titolo “Il paese della coesistenza” in cui raccontano l’armoniosa coesistenza tra ebrei e musulmani che hanno “scoperto” nel corso di un viaggio di cinque giorni in Azerbaigian. Lo stesso concetto è stato poi ribadito in altri contenuti proposti da altri autori vicini a Israele nello stesso periodo, rendendo evidente che si trattava di una vera e propria offensiva propagandistica per rendere l’alleanza con Baku vendibile al pubblico israeliano e a quello statunitense con simpatie per Israele.
Il video in cui si parla del “miracolo” di una coesistenza pacifica in un paese “circondato dalla guerra”
Bisogna evidenziare che, anche se tale coesistenza è una realtà, in Azerbaigian vivono ormai poche migliaia di ebrei (i più hanno lasciato il paese negli anni Novanta). I rapporti con le maggiori minoranze etniche, quali i talisci e i lesghi sono, invece, ben più problematici. Capitolo a parte quello degli armeni scappato dal paese durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh (1988-1994) per fuggire alle violenze di cui erano caduti vittima in Azerbaigian (nello stesso periodo, la minoranza azera in Armenia e Nagorno-Karabakh si spostava invece in direzione inversa).
Inoltre, dopo anni di propaganda armenofobica non c’è da stupirsi se nel 2023 gli armeni del Nagorno-Karabakh hanno lasciato la regione per non rischiare di finire sotto la sovranità di Baku. Tutto ciò è molto lontano dall’idea di una società multiculturale.
Si possono quindi notare delle convergenze anche a livello propagandistico tra due paesi, che da una parte si presentano come società multietniche (ed entro un certo livello lo sono), ma poi si sono resi responsabili di violenze che vanno nella direzione opposta rispetto a questa immagine.
Nato a Milano, attualmente abita a Vienna, dopo aver vissuto ad Astana, Bruxelles e Tbilisi, lavorando per l’Osce e il Parlamento Europeo. Ha risieduto due anni nella capitale della Georgia, specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica all’Università Ivane Javakhishvili. Oltre che per Meridiano 13, scrive e ha scritto della regione per Valigia Blu, il manifesto, New Eastern Europe, East Journal e altre testate.