Viaggio nella terra degli istro-romeni

Luglio 2025. Percorrendo strade affiancate da un rigoglioso verde di pini e ontani, intorno a vasti campi agricoli, con direzione contraria rispetto all’azzurro mare estivo, ci perdiamo dentro le valli a sud del Monte Maggiore (Monte Učka) in Istria.

Perché il richiamo del fresco cielo di terra, a cui in seguito cederemo per rilassare lo spirito e mitigare il peso del calore estivo, lascia il posto al richiamo di un canto raro della ricca orchestra istriana: quello della piccola comunità degli istro-romeni. No, non parliamo di rumeni in Istria, ma di una minoranza che sulla linea del tempo ha costruito una propria identità culturale e una propria lingua.

(Tommaso Landucci)

Questa comunità non ha un’origine universale e condivisa; anzi, molta incertezza maschera le sue radici. Facendoci strada tra diversi studi accademici che si confondono con le leggende popolari del posto, possiamo dare voce a due teorie principali sulla provenienza di questo popolo.

La “Teoria Sud-Danubiana”

La prima è la cosiddetta “Teoria Sud-Danubiana”, secondo la quale gli antichi antenati degli istro-romeni sarebbero l’ampio gruppo etnico dei valacchi (noti come vlahi o cici) provenienti dalle regioni orientali dell’attuale Serbia. In particolare, dall’asse che dalla Valle del Timoc, al confine con la Bulgaria, porta fino all’area kosovara di Prizren. Spinti dalle pressioni turche e dalla loro cultura seminomade e pastorale, questi popoli di lingua romanza furono protagonisti di grandi migrazioni che li condussero, già a partire dalla seconda metà del XII secolo, in Bosnia ed Erzegovina, fino ad arrivare alle coste della Dalmazia.

Le lunghe dislocazioni si intensificarono durante il XV secolo, spingendo le popolazioni valacche fino all’Istria orientale, luogo in cui la comunità istrorumena prese forma. Del loro passaggio, in tutti i Balcani, sono testimoni diverse parole entrate a far parte della toponomastica e del vocabolario serbo-croato, ad esempio: Kručica (nome di un villaggio dalmata), magura (altura/collina), krna (carne) e krbun (carbone).

La “Teoria Nord-Danubiana”

La “Teoria Nord-Danubiana”, invece, si basa quasi esclusivamente su analisi linguistiche. Essa postula che l’istro-romeno sia un dialetto del daco-romeno (ovvero il romeno parlato in Dacia) che ha subito trasformazioni nel tempo dovute alla lontananza dalla terra madre.

Secondo questa teoria, l’istro-romeno fu introdotto in Istria da coloni provenienti dalle regioni del Banato e del sud-ovest della Transilvania, in particolare dall’area di Țara Moților (Contea di Moților).

A sostegno di questa tesi vengono messe in evidenza le diverse assonanze tra i due dialetti, come il rotacismo, cioè la trasformazione della “n” semplice in “r”, o la simile costruzione grammaticale del condizionale.

Istro-romeni
Chiesa con annesso cimitero (Tommaso Landucci)

Inoltre, vista l’assenza nella lingua di elementi magiari, la teoria suggerisce l’ipotesi che il distacco dalle aree rumene sia avvenuto prima che queste popolazioni avessero intensi contatti con gli ungheresi e che quindi gli antenati degli istro-romeni fossero giunti in Istria già dal X-XI secolo.

Tuttavia, va notato che questa stessa assenza di elementi ungheresi è utilizzata da alcuni studiosi sostenitori della Teoria Sud-Danubiana come argomento contro un contatto con il Banato e i Monti Apuseni nei secoli XIII e XIV, poiché sarebbe stato impossibile non conservare vecchie parole di origine ungherese. A livello accademico il dibattito è aperto.

Le memorie e le leggende di un popolo

Non sappiamo quale ipotesi sia la più valida e forse nessuna lo è totalmente. Sappiamo però che si tratta dell’ultimo popolo romanzo d’Oriente a essersi stanziato, migrando verso ovest, nelle terre balcaniche. Le terre intorno al Monte Učka ne custodiscono le memorie e magari, per comprendere davvero le loro radici, dobbiamo abbandonare i dibattiti accademici e lasciarci guidare dalla loro stessa tradizione, quella sussurrata attraverso i secoli.

L’ingresso del paese (Tommaso Landucci)

La leggenda narra che nel Medioevo giunsero sette carovane in Istria dai remoti territori della Transilvania. Sei di esse attraversarono i valichi montani dell’Učka, stanziandosi nelle valli a sud, mentre una carovana rimase nel nord, protetta dai monti.

Proprio come tramandato, sono due le comunità istro-romene: i ćići, il cui nome deriva dalla regione montuosa della Ćićarija in cui si sono stabiliti, precisamente nel villaggio di Jeiăn (in croato Žejane) a nord dell’Učka; e i ćiribirci, la comunità stanziata nella Valea Boljunčica a sud dell’Učka, dove troviamo il centro principale di Suşneviţa (Šušnjevica), oltre a Noselo (Nova Vas), Sucodru (Jesenovik), Letai (Letaj), Costărcean (Kostrčane) e Bârdo (Brdo).

La comunità dei ćiribirci

È proprio la comunità dei ćiribirci che esploreremo nel nostro viaggio. I loro villaggi seguono tutti fedelmente l’andamento del fiume Boljunčica. Per raggiungerli bisogna uscire fuori dalle linee di traffico principali addentrandoci in strade sempre meno frequentate, fino a trovarsi di fronte a un cartello stradale giallo con su scritto “Šušnjevica” seguito da bianche case di campagna.

Istro-romeni
Scorcio (Tommaso Landucci)

Suşneviţa è il paese principale e si sviluppa lungo una singola stradina alla quale si affacciano vecchi casolari, talvolta abbandonati, che dipingono un paesaggio silenzioso e solitario.
Non esiste un centro o una piazza principale. A chiudere il paese si trova il cimitero con la graziosa cappella dedicata a Papa San Silvestro, mentre pochi metri prima si incontra la Chiesa di San Giovanni Battista, punto di riferimento per gli abitanti della Valea Boljunčica.

Un tratto distintivo degli istro-romeni è proprio la fede cattolica, che li distingue dagli altri gruppi romeni sud-danubiani come gli aromani e i megleno-romeni. Essendo una piccola comunità, nel corso della loro storia hanno subito un forte processo di assimilazione alle diverse autorità dominanti sul territorio, come gli italiani e soprattutto i croati. In questo processo, un pilastro fondamentale fu quello religioso. Gli istro-romeni, nel corso dei secoli, sono passati dall’ortodossia, elemento chiave di identità e resistenza per i romeni balcanici, al cattolicesimo.

Una targa partigiana

A fianco della chiesa troviamo la targa commemorativa dedicata ai caduti della Seconda guerra mondiale, eretta dagli abitanti di Šušnjevica nel 1988. Tale targa, comune in diversi paesi del territorio istriano, diviene tangibile evidenza di questo processo di omologazione. Essa rappresenta l’unico monumento di paese e non mette in risalto la peculiarità di queste terre, anzi, delinea una narrativa uniformata con il resto del territorio croato concentrandosi sulla resistenza partigiana.

Inoltre, a completare l’opera di omogeneità, si osserva che i nomi delle vittime sono stati croatizzati. È chiaro quindi come il monumento non commemori semplicemente le vittime della guerra, ma assuma un linguaggio specifico, a discapito della specificità locale e la complessità del conflitto.

La targa partigiana (Tommaso Landucci)

Una passeggiata in paese

Nel caldo pomeriggio estivo non circolava alcun veicolo, solo un ragazzino col motorino che per ammazzare il tempo correva avanti e indietro per la strada di paese. A osservarlo c’era un vecchio, piantato, fermo su una piccola sedia di plastica di fronte all’unico minimarket esistente. Si percepiva un tempo sospeso, come se si fosse rimasti indietro di qualche decennio.

Il retaggio agricolo del paese si rivelava in vecchi macchinari e aratri arrugginiti abbandonati, insieme a storiche automobili ferme da troppo tempo, in prati incolti. La decadenza della comunità era tangibile.

Auto abbandonate (Tommaso Landucci)

Ormai, poche centinaia di persone parlano istro-romeno e gran parte di queste sono anziane. Le stime sul numero di parlanti attivi indicano un netto calo: da 1.500 nel 1960 (Prof. A. Kovacec) a 400 nel 1994 (Prof. G. Filipi) e a circa 250 nel 2000 (Prof. G. Filipi). La lingua non viene coltivata dalle nuove generazioni, non c’è un ricambio sufficiente. Per questo l’Unesco l’ha inclusa nella “lista rossa”, a seria minaccia di estinzione, con la previsione che possa scomparire definitivamente nel primo secolo di questo millennio.

La sopravvivenza di una lingua

Le responsabilità di ciò vanno ricercate a diversi livelli, ma sicuramente, il processo di assorbimento croato è stato e continua ad essere determinante. Nei villaggi istro-romeni la lingua croata deve essere studiata e rappresenta la principale via di comunicazione con il resto del paese. Con i tempi moderni, l’isolamento delle terre e la mancanza di opportunità di lavoro hanno obbligato i giovani a emigrare o comunque a muoversi, uscendo dal guscio e permettendo loro di scoprire e vivere il mondo al di là dell’Učka.

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L’istrorumeno, al contrario, è rimasto ancorato a una forma di società che fatica a sopravvivere, con un vocabolario legato alle esigenze di una vita tradizionale. È la lingua della casa, centro del mondo rurale. Un idioma plasmato e tramandato oralmente. La contaminazione croata ne ha segnato le vulnerabilità, insinuandovi alcuni mutamenti e indebolendone il tessuto.

Attrezzi agricoli (Tommaso Landucci)

Così, in assenza di una sfera pubblica in cui impiegarla e richiedendo un impegno volontario e non più naturale per mantenerla viva, questa lingua sta lentamente scomparendo, persino tra le intime pareti domestiche.

La crisi della lingua, perno centrale della dimensione istro-romena, ha accompagnato anche quella dell’identità. La maggior parte delle persone appartenenti alla comunità non si considera parte di una minoranza etnica o nazionale distinta ed il senso di appartenenza lentamente si affievolisce. Sono croati, croati che parlano anche po naški (alla nostra maniera).

I tentativi di salvataggio

Ma non tutto è perduto. Anche se l’istrorumeno sembra dirigersi verso un disilluso epilogo, esiste una rete di iniziative locali e della diaspora che cercano di mantenere viva la memoria di questo popolo. In particolare, da Trieste l’associazione istro-romena “Andrei Glavina”, fondata con l’esplicito scopo di salvare il dialetto, si batte attivamente.

Un impegno che si manifesta in pubblicazioni come il Calindaru lu Rumeri din Istrie o il Vocabolario istroromeno-italiano, nell’attivazione di gruppi di ricerca universitari e in progetti culturali e didattici come l’insegnamento sperimentale del dialetto in alcune scuole. Tra le iniziative locali, il paese di Žejane trova nei festeggiamenti del carnevale un momento centrale, animato dallo storico gruppo degli Žejanski Zvončari, uomini mascherati con pelli di pecora e grandi campane che, con il loro assordante frastuono, canti e danze, allontanano gli spiriti maligni e l’inverno.

Passando attraverso il villaggio di Šušnjevica, invece, nel bianco edificio storico che ospita la scuola elementare, si trova l’Ecomuseo Vlaški Puti. Frutto del “progetto Učka 360°” finanziato dall’Unione europea nel 2016, esso trae origine da un progetto di conservazione della lingua valacca e žejanese del 2007, il quale aveva come scopo primario l’istituzione di centri culturali a Šušnjevica e Žejane. 

L’Ecomuseo Vlaški Puti

L’Ecomuseo si articola in tre sezioni: Il “Centro di Interpretazione” (Interpretacijski centar) che espone la cultura e la lunga storia della piccola comunità istrorumena di Šušnjevica e delle località limitrofe. La sezione “Mediateca” (Medijateka), ovvero, l’archivio digitale dove è possibile consultare il materiale scritto in lingua istrorumena. Infine, la sezione dedicata ai “Sentieri Tematici del Contrabbando” (Stȃnzele de kuntrobånd), percorsi che introducono la storia del contrabbando istrorumeno.Il Kontraband fiorì principalmente negli anni Trenta del secolo scorso, a seguito dell’istituzione di una zona franca esente da dazi da parte del governo italiano nell’allora Provincia di Fiume.

I poveri villaggi istro-romeni erano esclusi da quest’area e la sensibile differenza di costi unitamente al notevole dislivello economico tra le città costiere della zona franca e l’entroterra dell’Učka provocarono la nascita di questo fenomeno. Zucchero, caffè e petrolio venivano trasportati lungo rischiosi sentieri (škrivši) sfidando il roccioso Monte Učka, e venivano rivenduti oltre il confine della zona franca. Il pericolo era alto. Se la polizia avesse catturato i contrabbandieri (kontrabandijeri) li avrebbe arrestati o senza remore uccisi.

Il museo vuole quindi immergere il visitatore nella tradizione, nella storia della comunità, ponendo al centro la lingua. Fondandosi sulla resilienza, sulla volontà di mantenere viva la storia e la cultura di questa minoranza nel grande mosaico dei Balcani, si inserisce nella rete internazionale che resiste e si oppone all’amnesia storica dei nostri tempi. In queste terre, tale oblio è dettato dal dominio croato e dalle moderne esigenze di uniformismo, che rischiano di fagocitarne l’essenza. L’istrorumeno ci ricorda quanto l’identità sia volubile, un instabile e ricco mosaico che ci aiuta a conoscere un’altra faccia della storia, permettendoci, aggiungendo un pezzo alla volta, di comprenderla più a fondo.

Per farlo è fondamentale rimanere in ascolto, anche e specialmente di ciò che è diverso, di ciò che rimane sussurrato, nascosto tra le pieghe della storia. La voce di questo popolo è un monito che risuona ancora tra i sentieri rocciosi dell’Učka e ci invita a tutelare la sua identità e, se prestiamo attenzione, anche la ricca molteplicità del mondo.

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Tommaso Landucci
Tommaso Landucci

Studente magistrale di Scienze per la Pace presso l’Università di Pisa, nel curriculum di regolazione pacifica di conflitti e terrorismo. Si occupa di dinamiche sociali e culturali nello spazio post-sovietico e balcanico, con particolare interesse per le società del Caucaso e della penisola dei Balcani. Viaggiatore indipendente, esplora i territori marginali attraverso un approccio dal basso, attento alle narrazioni locali e alle forme di resistenza.