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“Quando la casa era ancora casa, quando la casa ancora c’era” (Iya Kiva/Instagram)
Iya Kiva è una poetessa, traduttrice e saggista ucraina, membro del PEN Ukraine (organizzazione culturale non governativa che riunisce autrici e autori e sostiene la tutela dei diritti umani), cresciuta a Donec’k e scappata dalla regione con lo scoppio del conflitto nel Donbas nel 2014.
Nel saggio dal titolo emblematico “Ucraina” a Donec’k, Kiva riflette sulla sua città natale, sulla sua storia, sul suo passato e su quelle domande che meritano una risposta davanti al futuro. Il testo si inserisce all’interno del focus tema “Essere nel mondo” del PEN Ukraine 2025, realizzato con il supporto mediatico della testata Suspil’ne Kul’tura, della casa editrice Projetor Publishing e degli artbook di Telegraf.
La traduzione dall’ucraino all’italiano è a cura di Kateryna Mychka*.
Quando la tua città viene occupata dai russi e tu diventi una sfollata per forza di cose, vale a dire una persona senza casa (un concetto perfettamente descritto dall’espressione inglese displaced person), ti ritrovi al di là di un mondo in cui si può essere o non essere. Perché sono gli altri a renderci ciò che siamo, e gli sfollamenti in tempo di guerra, come forma di violenza, rappresentano sempre la distruzione dell’ecosistema sociale, che solitamente viene plasmato e costruito non da un individuo, ma da diverse generazioni della sua famiglia.
In quale specchio devo guardarmi per vedere me stessa? Chi ricorda la mia Donec’k, me come Donec’k, Donec’k come me? Chi mi conosce davvero? Chi è pronto ad accettarmi completamente?
A volte mi sento come la luna: l’occupazione russa di Donec’k ha reso la mia città invisibile alla libera comprensione (irraggiungibile) e me stessa semioscurata. Io, Iya, ho inizio per la maggior parte dei miei conoscenti di oggi insieme con l’inizio della guerra russo-ucraina. O finisco con essa, quando le persone, sentendo la parola “Donec’k”, si sbarrano dietro le porte sorde di stereotipi e pregiudizi.
Qui mi viene in mente il film Allegro di Christoffer Boe, in cui al posto dei ricordi rimossi dal protagonista a Copenaghen appare una zona di vuoto del tutto reale, il quadrato nero di Malevyč.
La narrazione staliniana, secondo cui la colpa dell’occupazione è sempre degli occupati, è stata purtroppo ereditata dalla nostra società più di quanto avremmo voluto. Se non consapevolmente, almeno a livello inconscio. Anche se è proprio sotto questo slogan che la cosiddetta “fanteria nera” ucraina (i čornosvytnyky, come venivano chiamati i civili mobilitati dall’Armata Rossa nel 1943-1944, mandati in battaglia senza addestramento, armi o equipaggiamento, ndr) è stata usata dai cinici e incapaci generali sovietici per spianare la strada alla liberazione dell’Europa dal nazismo. Se, naturalmente, si può definire la vittoria del totalitarismo sovietico come una liberazione da qualcosa.
Scrivendo queste righe, penso a mio nonno Ivan, cresciuto in un orfanotrofio (la memoria famigliare repressa dai sovietici non permette ancora di pensarci con precisione: quell’orfanotrofio era nella regione di Zaporižžja) e da lì partito per il grande mondo come ostarbeiter (di nuovo la guerra e la repressione); ha combattuto per un po’, poi ha lavorato in miniera, dove si è preso borsite e poliartrosi, e quando ormai è nata mia mamma era un normale idraulico.
La mancanza di una casa, la guerra, la violenza, la repressione: tutto questo si sta ripetendo, solo in un ordine diverso, come se la storia giocasse a carte sulle terre ucraine con il diavolo e il gioco fosse truccato. Solo che non si tratta della Storia, ma dell’Impero. Se non di uno, allora di un altro. Se non dell’altro, allora sempre dello stesso.
Se provo a paragonare la mia vita a quella del nonno, non ho di che lamentarmi. E non mi lamento. Ma penso al fatto che, rimanendo senza casa, ti ritrovi al di fuori della storia. Una storia privata che racconti a te stessa e agli altri attraverso le cose, facendole entrare (le cose e gli altri) nello spazio della tua intimità, della tua immaginazione, delle tue paure e delle tue sofferenze, delle tue speranze e dei tuoi segreti. E in più, ti ritrovi senza ricordi, che iniziano ad assumere dei contorni, un volume e un peso, materializzandosi.
Ecco una buffa figurina di legno, il regalo della persona amata, che porta dentro innumerevoli passeggiate, conversazioni, carezze, risate e lacrime, silenzi e discussioni. Una gatta gialla dagli occhi color smeraldo. Una gatta che avrebbe dovuto dare inizio a una vita insieme, ma che invece ne ha segnato la fine.
Ecco la scrivania dietro la quale svolgevo i compiti, scrivevo poesie e le pagine su cui cresceva la tesi magistrale. La scrivania della gioventù? La scrivania dell’infanzia? Il luogo della forza? Il luogo degli sforzi?
Ecco il pianoforte “Ucraina”, il cui color nero non ha resistito alla prova del tempo, tanto che ora sembra più del cioccolato, ricoperto di polvere, che un lucido frac da musicista, da cui spunta una camicia bianca con i bottoni neri. Alcuni di questi bottoni sono marroni. Chissà se tutti avevano quel difetto, oppure fosse una particolarità, come un neo sulla guancia?
Sarà ancora viva la mia “Ucraina” a Donec’k? Chi la fa suonare?
Da piccola, fino alla fine della scuola, sognavo di diventare pianista. A causa di una grave malattia del sangue, alle superiori ho dovuto mettere una croce sopra questi sogni. Sui sogni sì, ma non sulla musica. Però, in quasi dodici anni di guerra russo-ucraina, ho praticamente disimparato a suonare il pianoforte. Conta come perdita di guerra o no? Chi è questa persona nuova senza musica?
Finire sotto occupazione significa ritrovarsi fuori portata. La persona che hai chiamato non esiste, si prega di riprovare più tardi. È più o meno così che penso ai trent’anni di vita a Donec’k. Il mio mondo di Donec’k, da quando non sono lì, è come se non esistesse. Le mie cose, senza di me, hanno perso la voce. La maggior parte di me è rimasta senza interlocutori. Reali e possibili, passati e futuri. Il ricordo, quando non c’è nessuno con cui condividerlo, si indurisce come il pane in un negozio, che alla fine nessuno ha comprato.
Ah, e poi, ogni volta che partecipi a un evento letterario da qualche parte nell’Unione Europea, devi spiegare in conversazioni private, e persino in quelle pubbliche, che è più che evidente che la guerra è iniziata nel 2014 con l’occupazione della mia regione, della mia città. Ma c’è qualcuno che vuole ascoltare?
Non mi piace molto il formato dell’accusa rivolta agli europei, perché anche il nostro attuale presidente è arrivato al potere con lo slogan “bisogna semplicemente smettere di sparare”. Ma non posso fare a meno di pensare che l’indifferenza nei confronti della guerra russo-ucraina abbia inizio proprio dove questa guerra è destinata a scoppiare solo nel 2022. Sia all’interno dell’Ucraina, sia al di fuori del suo perimetro. Eppure, basterebbe aggiungere al vocabolario l’espressione “su larga scala”.
Allo stesso modo, non riesco a capire perché la fase della guerra precedente all’invasione su larga scala continui tuttora a essere chiamata operazione antiterroristica. Da dove abbiamo preso questo vocabolario propagandistico russo, utilizzato durante la prima guerra russo-cecena? Ci dispiace usare parole precise o è solo una mia ipersensibilità professionale? E se la battaglia per l’aeroporto di Donec’k, le battaglie per Ilovajs’k, l’occupazione della mia città non sono la guerra della Russia sul territorio ucraino, allora cosa lo è?
Essere una persona di Donec’k significa trovarsi, di volta in volta, in un quadrato nero dell’invisibilità, oltre la zona raggiungibile della compassione. Perché come si può provare compassione per qualcosa che non si vuole nominare, che non si vuole vedere, ascoltare, sentire? Nel febbraio 2022 questo “essere” è stato ridimensionato a “essere dall’Ucraina”. Ora fa male sia qui che là, contemporaneamente, con doppio dosaggio, da tutte le parti. Tuttavia, proprio il diritto alla compassione mi sembra l’ultimo baluardo della dignità umana, per il quale vale la pena lottare.
Quando mancano le risorse, si può cominciare dalle parole. Esatte, senza pietà, senza compromessi. E non stancarsi di ripeterle. Per restituire alle persone il diritto alla dignità, il diritto di essere se stessi, il diritto di sentirsi a casa. Perché chi sono io senza Donec’k e chi è l’Europa senza l’Ucraina? E chi siamo tutti noi se smettiamo di sintonizzare la radio dell’umanità sulla frequenza esatta?
A volte, ripetendo le cose semplici e ovvie su Donec’k e sull’Ucraina, mi sento come una bambina insistente. Nell’arte di insistere, i bambini sono difficili da battere. Ma voglio che nel mio mondo torni la musica. E alla scuola di musica mi hanno insegnato la precisione.
In fondo, parlare apertamente delle cause, dello sviluppo e delle conseguenze dell’occupazione – sia quella hitleriana, sia quella stalinista, sia quella recente russa, effettiva, dell’informazione, delle risorse – è la strada verso la comprensione dell’Europa di oggi e verso la vittoria rinviata nella Seconda guerra mondiale, che non riesce mai a finire, se vogliamo ancora parlare di valori. La strada, senza la quale, diciamo, non potrò mai tornare a casa. Almeno a parole. Almeno nelle parole.
*Nata e cresciuta in Ucraina, Kateryna Mychka si è trasferita in Italia nel 2012, dove ha studiato lingue e letterature straniere all’Università degli Studi di Milano. Èdottoranda in Studi germanici e slavi in un programma a doppio titolo tra l’Università Carolina di Praga e La Sapienza di Roma, specializzandosi in letteratura ucraina contemporanea e studi ucraini in Europa. Dal 2023 è membro dell’AISU, di cui gestisce il sito e cura un database di autori ucraini tradotti in italiano. Ha collaborato con diverse testate e progetti culturali come Slava Evropi, Linkiesta e Ukraine World, per cui cura la versione italiana.
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