Le terre contese della minoranza magiara in Slovacchia

Durante la domenica elettorale dello scorso 12 aprile in cui Péter Magyar ha conseguito una clamorosa vittoria ai danni di Viktor Orbán (che era al potere da sedici anni), per le strade di Budapest non erano solo i sostenitori del nuovo primo ministro ungherese a festeggiare. Giusto qualche ora prima che iniziassero a essere resi pubblici i risultati, e che l’atmosfera della capitale cominciasse a “surriscaldarsi” di musica, balli e grida euforiche, nei pressi di Batthyány tér – piazza sul lungofiume di fronte al parlamento – si svolgeva infatti un’altra piccola commemorazione, con un sottotesto certamente più doloroso ma comunque legata a doppio filo anche con quanto nel frattempo stava avvenendo alle urne: decine di persone salivano su un’imbarcazione ancorata sulle rive del Danubio per ricordare le deportazioni subite dalla popolazione magiara al termine della Seconda guerra mondiale.

La cerimonia, organizzata da diversi anni dall’associazione Rákóczi, richiama attivisti, rappresentanti partitici e familiari delle vittime.

Nello specifico, si rimembrano le dinamiche con cui l’allora Cecoslovacchia – adducendo come giustificazione il fatto che i governi ungheresi guidati da Miklós Horthy prima e dalle Croci Frecciate furono collaborazionisti della Germania hitleriana (cosa che d’altra parte successe parallelamente anche con la Slovacchia di Jozef Tiso) – decise per uno scambio di popolazioni su base etnica, che avrebbe “ricondotto verso sud” le comunità magiare presenti sul territorio (e contestualmente espulso le minoranze sudete) e “richiamato in patria” le famiglie slovacche che si trovavano in Ungheria.

Tuttavia, se circa 70mila slovacchi fecero appunto ritorno nelle proprie zone d’origine in maniera più o meno volontaria, per i circa 100mila magiari si trattò di un percorso in molti casi forzato e costellato da violenze e soprusi – che ha lasciato strascichi e cicatrici ancora aperti nel presente.

“Quelle vicende per noi rappresentano un trauma collettivo che si tramanda di generazione in generazione”, afferma László Gubík, presidente del partito delle minoranze ungheresi in Slovacchia Magyar Szövetség che, come ha già fatto altri anni, si è recato a Budapest per presenziare alla cerimonia di commemorazione delle deportazioni.

Più in generale, Gubík racconta di essersi sempre battuto per i diritti dalla comunità magiara. Non da ultimo, con un gesto di disobbedienza civile di cui paga il prezzo personalmente: al momento si trova in un contenzioso legale perché si è visto revocare la propria cittadinanza originaria dopo aver acquisito quella ungherese (il codice slovacco vieta infatti il doppio passaporto, ed è contestato da tanti che sentono di possedere una “identità molteplice”). Cresciuto in una cittadina ai bordi settentrionali del “confine interno” dell’area magiara in Slovacchia, il leader di Magyar Szövetség spera che sulla scorta dei recenti sviluppi politici il suo partito possa rientrare in parlamento (dove non riesce più a eleggere rappresentanti dal 2010).     

La questione dei decreti Beneš

Il fatto è che, proprio negli ultimi mesi, la questione delle minoranze ungheresi in Slovacchia è tornata al centro del dibattito politico – con una piccola “crisi” diplomatica fra Bratislava e Budapest, che ha giocato anche un ruolo in occasione delle elezioni magiare e, nel frattempo, addirittura in sede europea.

In particolare sono tornati a far discutere i cosiddetti “decreti Beneš”, una serie di leggi approvate dalla Cecoslovacchia al termine della Seconda guerra mondiale – nel già accennato contesto di soprusi ed espulsioni – che fra le altre cose prevedeva l’esproprio coatto di beni e proprietà appartenenti alle comunità ungheresi e tedesche residenti sul territorio. Una misura che di fatto adottava un principio di responsabilità collettiva su base etnica per i tragici accadimenti del conflitti e che, secondo alcuni storici, fu applicata in maniera talmente arbitraria da colpire in certi casi addirittura sopravvissuti ebrei ai campi di concentramento che magari avevano origini risalenti alle due nazionalità interessate dai decreti.

“Per molto tempo ho pensato che si trattasse di una questione legata soltanto alla memoria storica del nostro paese e le cui uniche conseguenze nel presente riguardavano richieste di compensazioni o simili”, racconta il giurista e attivista per i diritti umani János Fiala-Butora, che da alcuni anni si sta occupando del tema. “Eppure, con mia grande sorpresa, all’incirca dal 2018 in avanti mi sono trovato di fronte a casi di persone che ancora si vedevano le proprie case o i propri terreni requisiti dallo stato sulla base delle leggi che erano state promulgate alla fine della Seconda guerra mondiale. Lavorando con alcuni colleghi, ci siamo accorti che si tratta di un fenomeno estremamente diffuso. Anzi, è probabile che esista un vero e proprio sistema attraverso cui vengono portate avanti le confische”.

In un report prodotto in collaborazione con il partito Magyar Szövetség, Fiala-Butora per esempio ipotizza che negli ultimi due anni siano stati requisiti almeno 83ettari di terreni.        

In generale, dopo l’indipendenza della Slovacchia (ottenuta con il crollo del regime comunista fra l’89 e il ‘91 e poi con il referendum di separazione dalla Repubblica Ceca nel 1993), il problema è rimasto sommerso e solo talvolta dibattuto in parlamento dalle forze politiche legate alla minoranza ungherese.

Il senso comune però era che i decreti Beneš, e in particolare le norme che prevedevano la possibilità di confische coatte delle proprietà, non fossero sostanzialmente più attivi per quanto formalmente ancora in vigore. Invece, negli ultimi tempi, sono emerse sempre più testimonianze, ricerche e inchieste che hanno portato alla luce una realtà diversa.

Dal 2020 il giornalista ed educatore Gábor Czímer ha documentato con una serie di reportage le dinamiche di esproprio, che nel frattempo sono state contestate in misura crescente con mezzi legali facendo ricorso contro il Fondo per la terra slovacca (istituzione che appunto gestisce e registra i beni demaniali). Similmente, un appello della FUEN (Unione federale delle nazionalità europee) pubblicato a dicembre denunciava la natura discriminatoria del processo e indicava una cifra di mille ettari di proprietà espropriate fra il 2019 e il 2025.

minoranza magiara
Il Danubio presso Komárno (Meridiano 13/Francesco Brusa)

Ed è proprio nell’autunno dell’anno scorso che la questione in Slovacchia è “esplosa” con una certa forza, soprattutto quando il partito Progresívne Slovensko (che al momento rappresenta la maggiore forza d’opposizione) ha deciso di inserire l’abolizione dei decreti Beneš come punto esplicito del proprio programma.

“A novembre abbiamo organizzato un viaggio nelle regioni meridionali del paese a maggioranza ungherese fra le città di Dunajská Streda e Komárno”, racconta il deputato di Progresívne Slovensko e vicepresidente del parlamento slovacco Martin Dubéci. “Lì abbiamo approvato una risoluzione riguardante un vasto campo di questioni, tra cui anche quelle delle confische. È un tema che i giornalisti di lingua magiara e giuristi stanno provando a portare all’attenzione del più ampio pubblico di lingua slovacca da almeno cinque anni. Il fatto che sia arrivato all’ordine del giorno solo dopo che il nostro partito se ne è interessato direttamente, e dopo che il governo ha reagito alla nostra risoluzione in maniera così maldestra, dice molto di quanto siano ancora forti le barriere linguistiche nel paese”.  

La risposta dell’esecutivo guidato da Robert Fico (primo ministro eletto nel 2023 nelle fila del partito Smer, nominalmente social-democratico ma di recente espulso dal gruppo dei Socialisti Europei per via della sua vicinanza a Mosca e per le sue tendenze autoritarie) è stata infatti improntata al rifiuto e alla chiusura.

A dicembre è stato emendato il codice penale, proibendo per legge (con pene che arrivano fino a sei anni di reclusione) di criticare “l’ordinamento nazionale slovacco successivo alla Seconda guerra mondiale” – una formulazione che opera un chiaro riferimento ai decreti Beneš e alle loro conseguenze. In pratica, una mozione di censura che non solo rigettava l’eventualità di un ravvedimento sulle confische ma proprio cercava rendere inesistente il tema.

“È probabile che con questa mossa la maggioranza intendesse insabbiare il dibattito più che effettivamente apprestarsi a perseguire per via penale chiunque decidesse di parlarne pubblicamente”, commenta ancora Fiala-Butora aggiungendo che, da giurista, non può non considerare una tale misura lesiva dei diritti umani e della libertà d’espressione. Pertanto, assieme a Örs Orosz (rappresentante del partito Magyar Szövetség) e di Attila Stubendek (attivista), a gennaio del 2026 ha deciso di mettere in atto un gesto di disobbedienza civile: dopo aver creato e raccolto firme per una petizione riguardante i decreti Beneš si sono autodenunciati alla polizia, che è stata costretta ad aprire un’indagine nei loro confronti.

Prosegue Fiala-Butora: “Al momento i tribunali ci stanno dando ragione, segno che da parte del governo pare non esserci la volontà di andare fino in fondo con questo emendamento. Perciò credo che il problema di Smer, oltre magari a dover accontentare il proprio alleato ultra- nazionalista (il partito Slovenská národná strana, fin dagli anni Novanta fra i più estremi nel panorama politico del paese, ndr), sia più che altro quello di non aver mai elaborato un discorso chiaro sulla storia slovacca e sulle conseguenze per altre minoranze presenti sul territorio. Da lì, il tentativo di fare in modo che non se ne discuta”.

La minoranza magiara in Slovacchia tra proteste e mobilitazioni

Come spesso succede in questi casi, però, la scelta della linea dura per silenziare il dibattito sembra aver ottenuto l’effetto opposto.

Dopo una prima manifestazione indetta Progresívne Slovensko ha per denunciare le misure introdotte dal governo, si è mossa anche la società civile: un mese dopo – fra Bratislava e Dunajská Streda, cittadina a forte presenza magiara nel sud-est della Slovacchia – centinaia di persone sono scese in piazza per protestare la stretta sulla libertà di espressione e per chiedere la fine delle confische arbitrarie. Alcuni presidi si sono volti anche a Budapest, in Ungheria – a riprova, forse, che i magiari in patria e all’estero continuano appunto a essere un popolo se non unico comunque unito, connesso dai fili sotterranei dell’identità e della memoria.

“È un tema che intercetta tutti, al di là degli orientamenti politici”, spiega Róza Kotiers, che ha co-organizzato l’iniziativa assieme a Laura Bárcziová. Originaria del piccolo villaggio Chotín/Hetény, al confine con l’Ungheria nei pressi di Komárno, Kotiers si è trasferita nella capitale per studiare all’università portando con sé la consapevolezza di appartenere a una minoranza.

“Nella regione in cui sono cresciuta, che ospita il grosso della comunità, mi era già capitato di attivarmi per i diritti della popolazione ungherese”, racconta. “Ci siamo concentrati soprattutto sul bilinguismo nella toponomastica e nelle stazioni di trasporto pubblico. Molti poi molti si sono trasferiti comunque a Bratislava, o per studio o per lavoro, condizione che per certi versi ha reso il nostro gruppo forse un po’ meno coeso ma che comunque non ci ha impedito di continuare a incontrarci e organizzarci”.

È su questa base, assieme allo “scandalo” generatosi con le decisioni governative, che è stato possibile costruire una prima protesta trasversale sui decreti Beneš e sulle loro contraddittorie conseguenze nel presente.

Secondo Kotiers, tuttavia, l’attenzione dedicata alle manifestazioni da parte dei media locali in lingua ungherese è stata meno ampia di quello che ci si poteva aspettare. Un altro interrogativo aperto, nonostante la già citata trasversalità delle iniziative, riguarda il potenziale di collaborazione con altri movimenti attivi nel paese (come quello contrarie alle politiche e all’autoritarismo del premier Robert Fico): un dialogo che al momento non si è ancora concretizzato, ma che potrebbe rappresentare una sfida per il futuro.

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Per quanto dall’esterno possa apparire un tema circoscritto, che magari è giusto affrontare soprattutto nelle aule di tribunale dal momento che riguarda esclusivamente le persone che si vedono requisire in maniera indebita proprietà o terreni, le implicazioni del dibattito sui decreti Beneš vanno infatti a toccare la società slovacca nel suo insieme nonché il piano delle relazioni internazionali.

In primo luogo, come accennato, a essere messa in discussione è la validità del discorso nazionale post-indipendenza, nella necessità di riconsiderare le fasi successive al secondo conflitto mondiale senza tralasciare ombre ed episodi problematici (soprattutto in merito al rapporto con le comunità non-slovacche).

Da un punto di vista dei diritti umani, inoltre, la stessa impostazione delle norme relative alla confisca di beni è più che controversa, dal momento che rappresenta una discriminazione legislativa su base etnica. Non a caso, la questione di recente è stata portata all’attenzione del Parlamento europeo – grazie all’impegno, fra gli altri, proprio di Fiala-Butora. Ed è a questo livello che si producono inoltre alcune contraddizioni che non hanno più a che fare con la sola Slovacchia: la protezione e il sostegno delle comunità ungheresi oltrefrontiera (in particolare quelle che si sono create oltre che in Slovacchia, in Romania, Ucraina e Serbia come conseguenza del restringimento dei confini dello stato magiaro in seguito al Trattato di Trianon del 1920) costituiscono uno dei pilastri della politica estera ungherese fin dagli anni Novanta e poi, in particolare, dall’inizio del secondo mandato di Viktor Orbán – che estese la cittadinanza ai residenti al di là del confine e iniziò a prevedere a loro beneficio un programma piuttosto vasto di assistenza e finanziamenti. Una dinamica che, nel corso del tempo, ha garantito al leader di Fidesz anche un certo ritorno in termini di consenso politico: pure alle ultime elezioni, nonostante la sconfitta generale, fra le poche regioni che hanno confermato la fiducia verso l’ex-primo ministro ci sono stati i territori a forte presenza ungherese nelle nazioni confinanti (a eccezione proprio della Slovacchia dove, come già accennato, la doppia cittadinanza non viene consentita).

La dimensione internazionale

Va da sé, allora, che lo scoppio delle proteste sui decreti Beneš abbia messo in un certo imbarazzo Orbán, dato il rapporto di mutuo sostegno che vigeva fra lui e l’omologo Robert Fico. L’ex-sfidante e ora capo di governo ungherese Péter Magyar ha colto la palla al balzo, parlando del tema durante la campagna elettorale e poi, una volta eletto, con il primo ministro slovacco nella loro prima telefonata, facendosi promettere che si arriverà a una “soluzione” per i problemi che riguardano la minoranza magiara – “strappando” così al suo predecessore, e in maniera piuttosto facile, il ruolo di “protettore” delle comunità all’estero.

“In generale le persone ungheresi qui nel sud della Slovacchia sono piuttosto grate verso l’operato di Fidesz”, afferma László Gubík, presidente di  Magyar Szövetség. “Similmente, è ovvio che una buona relazione fra i leader di Bratislava e Budapest rappresenti teoricamente un fatto positivo anche per le minoranze, e non si può negare durante i suoi mandati il partito di governo uscente in Ungheria abbia reso possibili l’avviamento di diversi progetti e la costruzione di nuove strutture. Allo stesso tempo, bisogna riconoscere che questo “dialogo privilegiato” fra Fico e Orbán non ha aiutato la nostra comunità a risolvere i nostri problemi specifici, quali le confische arbitrarie, la necessità di leggi che salvaguardino l’educazione in lingua, maggiori garanzie di sussidi e assistenza, ecc. Insomma si è trattato sì di un rapporto più che cordiale, ma un rapporto fra il governo ungherese e quello slovacco e non automaticamente con la minoranza ungherese in Slovacchia”.

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Stadio costruito con fondi ungheresi a Dunajská Streda (Meridiano 13/Francesco Brusa)

Come succede spesso in queste circostanze, all’isolamento etno-culturale si aggiunge la marginalità socio-economica. Per quanto nel paese le principali linee di divisione in termine di sviluppo passino in maniera marcata soprattutto fra ovest e est e fra i centri urbani e le campagne, una folta letteratura ha dimostrato come le zone a forte presenza magiara godano di standard peggiori della media nazionale per ciò che concerne il tasso di disoccupazione e il livello dei salari nel settore industriale.

In generale, l’incorporazione di territori precedentemente ungheresi nei confini slovacchi ha anche comportato una sorta dei cesura dei collegamenti interni, che, se prima si sviluppavano in maniera abbastanza “naturale” lungo la direttrice nord-sud (verso l’ex-capitale Budapest), ora vanno ripensati con maggiore fatica per connettere est e ovest.     

La comune inclusione dei due paesi all’Unione Europa ha chiaramente contribuito ad abbattere, almeno parzialmente, queste barriere. Chi dal sud della Slovacchia, anche in assenza di forti tutele da parte dello stato, volesse comunque proseguire la propria educazione in lingua magiara può abbastanza comodamente studiare nella capitale ungherese, per esempio. È una “porosità” dei confini che da un lato facilita il mantenimento della propria identità per le minoranze, dall’altro forse la ostacola.

“Quello che sento a volte è che lo spazio per essere ungherese in Slovacchia si sta restringendo”, annota con una punta di amarezza Róza Kotiers, la co-organizzatrice delle proteste contro i decreti Beneš. “Per tanti è appunto molto facile trovare la propria dimensione frequentando la vicina Ungheria, cosa che magari ha come effetto il far passare in secondo piano la difesa dei propri diritti in patria”.

Stando all’ultimo censimento del 2021, la comunità magiara in Slovacchia ammonta a circa 422mila individui (oltre il 7% della popolazione) – con un tasso di persone che, di generazione in generazione, va gradualmente naturalizzandosi. Da una tale prospettiva, il riemergere di questioni che rimettono in discussione alcuni dei fondamenti dello stato e i rapporti di quest’ultimo con le minoranze presenti sul territorio può rappresentare un pungolo per ripensare la cittadinanza da un punto di vista più ampio. Certo, come dimostra fra le altre cose la scomposta reazione del governo di Robert Fico, il rischio di un innalzamento della tensione è sempre dietro l’angolo ma – a detta di quasi tutti – le condizioni rispetto agli anni ‘90, con il loro livello di nazionalismo molto più virulento, o all’epoca socialista, in cui il tema delle differenze comunitarie era per così dire “congelato”, sono oggi di gran lunga migliori e la Slovacchia si trova forse per la prima volta sulla soglia di un dibattito concreto sulle proprie coordinate storiche e sui propri criteri di appartenenza.

minoranza magiara in Slovacchia
Stazione a Komárno (Meridiano 13/Francesco Brusa)

Intanto, con il cambio di rotta in Ungheria sancito dalle recenti elezioni chissà che non si aprano nuovi margini di dialogo e di immaginazione – per cui il “terreno mobile” degli sviluppi politici influisca anche sulla sorte di lotti e appezzamenti materiali, oggetto di battaglie che assieme alla domanda sulla proprietà individuale nel presente sollevano anche zolle di interrogativi sul senso della memoria collettiva.    

Sul tema segnaliamo anche la serie Pressburg, disponibile in streaming su Netflix. La storia segue le vicende di un giovane che si trasferisce a Bratislava per salvare il frutteto di famiglia, esplorando con ironia gli stereotipi nazionali.
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Francesco Brusa
Francesco Brusa

Giornalista pubblicista, collabora con diverse riviste e diversi siti on-line, occupandosi principalmente di quanto si muove a livello politico e sociale in area est-europea e anatolica. Ha scritto di proteste femministe in Polonia, dell’elezione del primo sindaco comunista eletto in Turchia, di compagnie teatrali clandestine in Belarus' e di cosa vuol dire fare informazione indipendente in Transnistria.