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Alla fine gli studenti hanno vinto. Con un risultato storico, la loro lista ha battuto Aleksandar Vučić, che nelle prime ore successive alla chiusura dei seggi ha riconosciuto la sconfitta. Non c’è dubbio che un’affermazione così netta e chiara sia stata una sorpresa e che molti analisti non avevano compreso fino in fondo la portata di questo movimento spontaneo nato ormai due anni fa.
Da dove vengono gli studenti
Il 1° novembre del 2024 la nuova pensilina della stazione di Novi Sad è crollata uccidendo sedici persone e mettendo in luce, una volta di più, la corruzione e la mancanza di controlli nei lavori effettuati. Niente di nuovo, si potrebbe obiettare. Questa volta però la società civile si è organizzata e ha dato delle forti risposte di piazza. I protagonisti di questa agitazione sono stati in primo luogo gli studenti e le studentesse serbe che per un numero infinito di giorni hanno portato avanti la loro causa, arrivando a questo impensabile e storico risultato: la vittoria elettorale.
Nel recente passato erano state già molte le ondate di mobilitazione nel paese. Basti pensare alla lotta contro il progetto di Belgrado sull’acqua (Belgrade Waterfront), un complesso residenziale e commerciale di lusso sulle rive della Sava, o a quella contro l’estrazione di litio da parte della multinazionale Rio Tinto. Tante battaglie, capaci di mobilitare ampie fasce di popolazione, anche al di fuori delle grandi città, in quei piccoli centri della Serbia profonda dove il sistema di potere di Vučić riusciva ancora a mantenere una certa presa.
La svendita e lo sfruttamento dei territori, affari internazionali (e miliardari) poco trasparenti, corruzione, controllo asfissiante dei media, hanno creato l’humus perfetto per la diffusione del malcontento. Il crollo della pensilina a Novi Sad ha definitivamente fatto saltare gli equilibri.
Un cartello a Bor (Meridiano 13/Gianni Galleri)
Si è strutturato sin da subito un movimento guidato dagli studenti, da una generazione che rivendica protagonismo, che non aspetta immobile tempi migliori ma che collettivamente prova a cambiare le cose. Dieci mesi di occupazione delle facoltà, di manifestazioni quotidiane e assemblee, sarebbero impossibili senza una comune assunzione di responsabilità: rischiare tutto per ottenere tutto.
Dalle grandi città ai piccoli centri, il paese ha vissuto due anni di sperimentazioni, in cui si è discusso di politica, di futuro, di rapporto tra giovani e organizzazioni politiche. Un tema che ha caratterizzato molto la lista. Nessuno dei candidati, pur ricoprendo ruoli importanti nella società, aveva legami con i partiti tradizionali. Una rottura (quasi) totale con il vecchio mondo politico, marcio fino al midollo. L’applicazione fedele del que se ne vayan todos argentino. Agli studenti si sono presto unite altre fasce della popolazione, lavoratori precari, insegnanti, agricoltori.
Un movimento per lo più pacifico
Come tutte le transizioni che si rispettino, e in Serbia ne sanno qualcosa, non sono mancati momenti di tensione e di scontro. Il governo ha più volte attaccato i manifestanti, prima con una campagna denigratoria e ridicolizzante, dove non sono mancate accuse di ingerenze esterne, poi con la repressione di piazza e gli arresti.
Gli scontri di piazza, seppur sporadici rispetto alla portata del movimento, non hanno mai frenato la mobilitazione né spaccato il fronte comune. Lo sterile dibattito sulla violenza, alimentato per spostare l’attenzione dalle ragioni della protesta, non è riuscito a imporsi e a indebolirne la legittimità. Il conflitto però non è scomparso, si è manifestato con i blocchi stradali, le facoltà occupate, la difesa della piazza, nella capacità di creare i propri canali di comunicazione, un proprio linguaggio, diversi da quelli del potere.
Il valore simbolico della vittoria
Il potere simbolico di questa affermazione, qualsiasi cosa succeda nei prossimi mesi, è enorme. Significa che la piazza ha ancora un peso. Significa che manifestare il dissenso rimane uno dei punti cardine della nostra società.
In questi anni si è assistito a un sostanziale silenzio dei media italiani sulla questione serba. Questo perché la mobilitazione utilizzava delle modalità e portava avanti delle istanze che facevano fatica ad essere incasellate in un discorso politico sempre più banalizzato. Erano buoni o cattivi gli studenti? Erano bianchi o neri? Europa o Russia? Occidente o Stato canaglia? In questo mondo giornalistico manicheo, dove non si spiega al lettore, ma lo si tratta come un bambino che non è in grado di capire, una terza alternativa non era contemplata. Quindi è regnato il silenzio.
Ci sono dinamiche giornalistiche che ovviamente portano a parlare di un argomento quanto più è vicino a un evento importante. Quindi è normale che in questi giorni si sia trattato molto più del solito degli studenti e della loro lista, mettendo in evidenza anche alcune contraddizioni. Tuttavia, il movimento non ha mai preteso di risolvere tutti i mali del mondo, né di avere una chiara posizione su tutto lo scibile umano. Hanno impostato una serie di temi come preferenziali e in quell’ambito si sono mossi, dando risposte (giuste o sbagliate, lo vedremo) solo a quelle stesse problematiche che hanno sollevato.
Un forte impegno per “smascherarli”
Questo ha portato spesso a una volontà di “smascherarli”, di dire che non erano quello che sembravano, che non erano poi così “buoni”, perché non avevano una posizione di rottura sul Kosovo, sull’Europa, sulla Russia, sul nazionalismo etc. Curiosamente questi attacchi (o analisi tardive o sospettosamente puntuali) sono spesso giunti da ambienti e giornali dell’arco progressista (se oggi vuole ancora dire qualcosa), piuttosto che da posizioni più simili a quelle del loro avversario Aleksandar Vučić. Questo in parte sorprende, in parte ci racconta di quanto la figura del discusso leader non fosse poi così invisa a un certo tipo di politica, anche di casa nostra.
La Serbia ci prova, mentre l’Europa brucia
Mentre l’Europa va a fuoco, la Serbia – la cattivissima Serbia, la maledetta Serbia – ci mostra che andare in piazza ha un senso, che protestare ha ancora un peso, che le istanze legittime e giuste della popolazione possono passare anche da forme di democrazia diretta. Mentre in Italia si assiste a una frattura generazionale fra chi è in strada e chi invece critica dal divano, pur essendo in tutto e per tutto simile a chi protesta per condizione sociale, in Serbia le prime generazioni post-jugoslave hanno stretto un patto di supporto con gli studenti. Si sono fidati, hanno rinunciato a una parte di protagonismo e hanno sostenuto in maniera meno evidente ma utile il movimento, anche con l’ultimo decisivo gesto dell’urna.
Augurandosi che l’onda lunga di una diversa scelta politica travolga anche alcune vetero-istituzioni di tutta la penisola balcanica, Bosnia in testa, si può riflettere su come alcune tematiche affrontate dal movimento degli studenti. In particolare ci riferiamo a università, salute, politiche del lavoro: nelle loro idee, nelle loro parole si odono alcune eco che sembrano riportare il tempo indietro di qualche decennio. C’era una sanità pubblica gratuita, così come l’università e il mondo del lavoro maggiormente impegnato a dare una dignità economica a chi lavorava piuttosto che un profitto a chi quell’impiego lo metteva a disposizione. Il tempo ci sta dicendo che forse non tutto era da buttare di quel vecchio esperimento di trentacinque anni fa.
La redazione di Meridiano 13 è composta da un grande numero di persone che collaborano saltuariamente, approfondendo tematiche nelle quali sono particolarmente competenti.