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Le sofferenze dimenticate dei rom del Kosovo durante la guerra

di Ljupka Mandić Kelijašević * (comparso su Balkan Insight; traduzione di Tobias Colangelo)

Le testimonianze della comunità rom del Kosovo, della quale si racconta raramente e che a causa della guerra e delle violenze post-conflitto fu costretta a scappare dal Kosovo per rifugiarsi in Serbia, rivelano come questa minoranza marginalizzata continui oggi a essere vittima delle conseguenze degli scontri tra kosovari albanesi e serbi.  

I rom, durante la guerra del 1998-1999, sono stati vittima delle azioni sia delle autorità serbe che dell’Esercito di Liberazione del Kosovo; eppure, vengono di fatto esclusi dalla narrazione storica di questo conflitto. Durante la guerra sono stati mobilitati, costretti ai lavori forzati, hanno subìto episodi di vandalismo e furti, alcuni bambini sono stati costretti a lavorare, torturati, sequestrati, uccisi e sono stati vittime di violenze sessuali. Inoltre, sono stati discriminati per quello che riguarda la distribuzione degli aiuti umanitari e hanno subito pressioni per esprimere supporto al governo serbo guidato da Slobodan Milošević. Per conoscere l’opinione dei diretti interessati, abbiamo raccolto alcune interviste dettagliate a venti persone di etnia rom che dal 1999 sono scappate dal Kosovo, rifugiandosi nel quartiere Veliki Rit di Novi Sad in Serbia. 

Uno scorcio del quartiere di Veliki Rit, a Novi Sad. (Foto: Ljupka Mandić Kelijašević)

Fai come ti dicono

Anche prima del conflitto del 1998 la minoranza rom in Kosovo versava in una situazione al limite dell’esclusione sociale ed era vittima di discriminazione su più livelli. A quel tempo in Kosovo vivevano più di 150mila persone di etnia rom, principalmente nelle municipalità di Gjakovë/Đakovica, Prishtina/Priština, Ferizaj/Uroševac, Vushtrria/Vučitrn, Fushë Kosovë/Kosovo Polje, Mitrovicë/Mitrovica e Pejë/Peć. Nonostante fossero una grande comunità, i dati delle ricerche mostrano come i rom in Kosovo occupassero gli strati sociali più bassi. Alcuni di loro lavoravano nelle fattorie collettive o in fabbrica e in genere ricevevano sussidi che li rendevano dipendenti dagli aiuti statali; ciò significa che spesso erano influenzati dal governo locale del periodo e venivano sfruttati politicamente.

“Alle prime elezioni abbiamo votato per Milošević. Io ero a suo favore. Non avevo un’opinione al riguardo, ci chiesero loro di votarlo”, dichiara una signora rom di 88 anni proveniente da Pejë/Peć. “Alcune personalità influenti della nostra comunità lo hanno fatto e ci dissero che dovevamo fare così: a quel punto non ci pensi tanto. Fai quello che ti dicono”, ha affermato. 

Le autorità serbe in Kosovo hanno spesso sfruttato le difficoltà quotidiane dei rom, costringendoli a votare per loro minacciando tagli agli aiuti sociali. Proprio a causa di questi rapporti con il potere, alcuni kosovari di etnia albanese considerarono i rom dei collaborazionisti del regime di Milošević. 

“Avevo una buona posizione a livello sociale, ma la mia famiglia ebbe dei problemi a causa del mio lavoro. Lavoravo per la polizia serba e quando iniziò la guerra gli albanesi attaccarono la mia casa e la mia famiglia”, dichiara un cinquantenne di Vushtrria/Vučitrn. “Temevamo per la nostra incolumità durante la guerra perché il nostro quartiere era piccolo ed era abitato principalmente da albanesi. Non avevamo problemi prima del conflitto”, racconta un trentacinquenne rom di Prishtina/Priština. Un uomo, al tempo ancora bambino, dichiara che durante la guerra fu testimone di un episodio in cui la polizia serba divise e picchiò i suoi vicini di casa e ricorda l’accoltellamento di una persona anziana.

La polizia serba sfruttò la comunità rom delegando ai suoi membri lo svolgimento di determinati compiti, la maggior parte dei quali comprendevano attacchi violenti alla popolazione albanese. I rom vennero poi impiegati nel trasporto e nei funerali delle vittime, svolti sotto la stretta sorveglianza delle forze serbe, e nel trasporto delle refurtive rubate dalle case degli albanesi. “Ero un adolescente quando i serbi mi dissero di aiutarli a trasportare alcune cose. Mio padre serviva nell’esercito serbo. Vivevamo in povertà con nostra madre. Era importante trovare un modo per sopravvivere”, ricorda un quarantenne di Lipjan/Lipljan. 

I rom sfollati intervistati a Novi Sad hanno anche raccontato di essere stati costretti alla mobilitazione, ai lavori forzati (sia per gli adulti che per i bambini), a partecipare a rapine e atti di vandalismo e sottolineano la discriminazione da parte del governo serbo in occasione della distribuzione degli aiuti umanitari ai quali i serbi avevano priorità. 

Foto: Ljupka Mandić Kelijašević

Dio mi ha salvato

Dopo la fine della guerra nel 1999 e il ripiego della polizia serba e dell’esercito della Repubblica Federale di Jugoslavia, con il ritorno dei rifugiati di etnia albanese, i rom hanno subito una repressione feroce. Secondo alcuni membri della comunità albanese, le persone di etnia rom erano considerate come collaborazionisti dei serbi perché durante il conflitto erano stati mobilitati per combattere contro l’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uçk/Ovk).

Non esistono dati completi sul numero di persone rom che sono state vittime di crimini di guerra, anche se nel 2001 Human Rights Watch ha parlato di centinaia di persone (vittime di crimini quali abusi fisici, torture, rapimenti, omicidi e violenze sessuali). I dati dello Humanitarian Law Center di Belgrado (Fond za Humanitarno Pravo) datati 2003 riportano 543 morti e 593 scomparsi.

Una donna trentasettenne che viveva con la propria famiglia a Prishtina/Priština ci ha raccontato di essersi trasferita in una casa nella campagna circostante con i suoi parenti durante l’estate del 1999; lì alcuni combattenti armati in uniforme con insegne dell’Uçk/Ovk iniziarono a incendiare e distruggere le case. Lei scappò nei boschi con la famiglia, ma suo zio con problemi cognitivi si rifiutò di abbandonare la casa: “Rimase lì e più tardi diedero fuoco alla casa, dove è morto”, dichiara la trentasettenne.

Una quarantenne di Vushtrria/Vučitrn ricorda come tre combattenti albanesi in borghese, che lei riconobbe, si presentarono armati a casa della sua famiglia con l’intenzione di occuparla. Iniziarono a picchiare suo suocero, minacciandolo di uccidere tutta la famiglia e alla fine lo costrinsero con la forza a firmare il passaggio di proprietà. “Dopo quella tortura abbiamo abbandonato la casa. Almeno siamo vivi. È stato un avvenimento sfortunato e crudele, ma Dio vede tutto”, ha dichiarato la donna.

Tutti i venti rom intervistati a Novi Sad hanno affermato che sia loro che i membri delle loro famiglie hanno subito abusi inclusi pestaggi, rapimenti e torture. Alcuni di loro sono rimasti invalidi a causa delle violenze subite, mentre altri hanno dichiarato che alcuni membri delle loro famiglie sono stati rapiti e i loro destini restano ignoti oggi. Le loro storie dimostrano come, nonostante il loro simpatizzare per la causa serba, siano spesso stati vittime anche degli abusi del governo serbo.

Foto: Ljupka Mandić Kelijašević

Continuo ad aver paura

I rifugiati di etnia rom esprimono la loro insoddisfazione per una serie di problemi di cui continuano a essere vittima a causa delle conseguenze del conflitto: invalidità o problemi di salute, mancanza di cure mediche o sussidi, una discriminazione non riconosciuta o una mancanza di supporto da parte dell’apparato giudiziario nel processo di reintegrazione. Alcuni di loro ci hanno detto che soffrono di problemi psichici causati da difficoltà socio-economiche. 

I rom che abbiamo intervistato, inizialmente, si sono concentrati in misura maggiore sui problemi che oggi affrontano nella loro vita quotidiana invece che sui ricordi di ciò che hanno passato in Kosovo, nonostante leghino questi problemi al loro passato. “All’epoca ero giovane e non ero emotivamente legato alla casa, ma mi spiace per mio padre e per i miei traumi. Psicologicamente non sto bene, vivo con difficoltà anche oggi”, ha dichiarato un uomo di trentanove anni di Fushë Kosovë/Kosovo Polje. 

“Non posso ritornare in Kosovo. La casa non ha valore, ma la sento come nostra e ancora oggi mi dispiace averla persa; me la sono lasciata alle spalle, come fosse una vita passata”, racconta un cinquantaduenne di Istog/Istok. Perdendo la propria casa in Kosovo, i membri della comunità hanno visto un peggioramento del loro status socio-economico, venendo costretti a vivere in insediamenti illegali in Serbia. “Continuo ad aver paura di uno sfratto violento. Questo terreno è di proprietà della città e non abbiamo gli atti di proprietà di questa piccola casa”, dice una donna trentacinquenne di Pejë/Peć. 

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Le interviste condotte a Novi Sad sottolineano come i rom stiano affrontando, dal termine della guerra, problemi quali l’esclusione sociale e la povertà che li mettono a rischio in una società già di per sé instabile e li rendono potenziali vittime, ad esempio, di violenze di genere, precariato lavorativo e traffico di esseri umani. La loro esperienza mostra come il governo non abbia ancora implementato delle politiche che rendano possibile l’inclusione sociale o la creazione di una cultura della memoria che sia sensibile rispetto alle sofferenze da loro affrontate durante e dopo il conflitto in Kosovo.  

Nonostante ciò che hanno passato ed essere sopravvissuti alla guerra, alcuni dei membri della comunità rom di Novi Sad esprimono il desiderio di ritornare in Kosovo. “I miei genitori hanno avuto dei problemi là, me lo ricordo, ma non è affar mio”, afferma un quarantenne di Prishtina/Priština. Spiega di essere tornato nel paese e di aver vissuto a casa di un parente; ora desidera diventare cittadino kosovaro. “Abbiamo vissuto una tragedia, ma la guerra è finita; sono nato lì e ho stretto legami con le persone”, conclude. 

Le interviste sono state svolte tra i mesi di luglio e ottobre 2022. La ricerca completa verrà pubblicata separatamente.

Questo articolo è stato pubblicato come parte del progetto Rafforzamento della responsabilità e dei processi di memoria nei Balcani (Jačanje odgovornost i procesa sećanja na Balkanu), finanziato dal Programma Regionale Matra sullo stato di diritto (Matra regionalni program vladavine prava/Matra Regional Rule of Law Program). 

*è una sociologa dell’Amministrazione comunale per la protezione sociale e dell’infanzia (Gradska uprava za socijalnu i dečiju zaštitu Grad Novi Sad).

Immagine di copertina di Ljupka Mandić Kelijašević.

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Redazione
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