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Sfratti a Tbilisi, tra strozzini, proteste e politica

A fine gennaio, la polizia georgiana ha effettuato a Tbilisi uno sfratto forzato sotto gli occhi di decine di giornalisti e manifestanti. Due degli organizzatori delle proteste, arrestati per vandalismo, sono stati rilasciati a prezzo di una multa salata. L’evento ha riportato al centro della discussione pubblica georgiana la necessità di tutelare la fragilità economica della popolazione, nonché di proteggere la libertà d’espressione degli attivisti. Un articolo di Sofia Mischi*.

Gli sfratti a Tbilisi e la repressione del dissenso

Il 23 gennaio 2024, il Consiglio nazionale esecutivo georgiano ha sfrattato Maria Khatiashvili e la sua famiglia dalla loro residenza in via Kekelidze a Tbilisi. Le forze di polizia sono state bloccate da decine di attivisti riunitisi per impedire che i residenti fossero espulsi in pieno inverno, senza che fosse loro garantito un alloggio alternativo.

Nonostante le proteste, l’operazione si è conclusa con successo, ma non senza colluttazioni: ben venti manifestanti sono stati arrestati, tra i quali due cofondatori del movimento di sinistra per i diritti dei lavoratori Khma (Voce): Giorgi Khasaia, borsista e dottorando presso l’università Ilia Chavchavadze, e Akaki Chikobara, professore associato dell’università statale di Tbilisi (Tsu).

Il 25 gennaio, mentre tutti gli altri militanti in stato di fermo erano già stati rilasciati su cauzione, Khasaia e Chikobara sono stati posti in custodia cautelare con l’accusa di vandalismo e danneggiamento di una delle volanti della polizia.

A questa notizia, la società civile ha immediatamente agito: il 26 gennaio un gruppo di studenti del May Student Movement ha occupato la segreteria dell’università statale e, in un comunicato stampa rilasciato sulla loro pagina Facebook, ha domandato l’immediato rilascio dei due intellettuali, spronando le autorità universitarie ad intervenire.

Contemporaneamente, Khma ha organizzato una protesta ai cancelli dell’università con richieste simili, minacciando però ripercussioni nel caso i loro membri fossero stati condannati al carcere (la pena prevista per il crimine di cui i due sono stati accusati prevede dai tre ai sei anni di reclusione, secondo l’articolo 187 del Codice penale georgiano). Il giorno dopo, la Tsu ha dichiarato il suo supporto alla causa di Khasaia e Chikobara, senza esimersi però dal condannare i toni violenti con cui gli studenti si sono rivolti alle autorità universitarie.

Un manifesto contro gli sfratti a Tbilisi.
Striscione con la dicitura Libertà per Kako e Giorgi (Meridiano 13/Sofia Mischi)

Il 27 gennaio stesso, ben ottantasei tra scrittori, traduttori ed editori georgiani hanno sottoscritto un comunicato di condanna del fermo dei due, ritenuto “una decisione grave” e controproducente per la formazione di una società civile e libera di contrastare ingiustizie quali il brutale sfratto di una famiglia in pieno inverno. L’indignazione generale non si è spenta, anzi ha ripreso vigore in seguito alla condanna a cinque giorni di detenzione per Nata Peradze, l’attivista che, il 9 gennaio, aveva imbrattato con della vernice blu l’icona di Stalin nella cattedrale della Santissima Trinità di Tbilisi.

Significative, dunque, sono state le dichiarazioni dell’organizzazione Human Rights House:

La libertà di espressione gioca un ruolo fondamentale nella costruzione di una società democratica. Quindi, la legittimità di una protesta deve essere oggetto del solo dibattito pubblico e delle discussioni della società civile. La detenzione per tali atti è una risposta inaccettabile e sproporzionata.

L’indigenza e gli sfratti

Il comunicato del 27 gennaio, oltre a sottolineare la pericolosità sociale delle misure repressive attuate durante il picchetto in via Kekelidze, allude alla possibile creazione di una sorta di rete criminale di strozzinaggio parallela alle istituzioni finanziarie legali: essa danneggerebbe lo stato, ma riuscirebbe comunque a operare grazie alla connivenza di banche ed enti. In effetti, una lunga inchiesta promossa nel 2020 dal Social Justice Center (SJC) attesta l’esistenza di un simile sottobosco criminale.

In seguito alla vicenda del 23 gennaio, inoltre, è tornata al centro della discussione pubblica la questione, decisamente endemica, degli sfratti forzati: il giorno seguente, infatti, il SJC ha pubblicato una dichiarazione che punta il dito contro l’inattività dello stato nei confronti del diritto all’abitazione, un indispensabile passo per tutelare la dignità dei singoli cittadini. Tra l’altro, la Georgia, nel 1994, ha aderito alla Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr), promossa dall’Onu, la quale tutela e garantisce diritti fondamentali quali quello all’abitazione.

La Georgia da anni è in una situazione di decisa crisi economica: con un minimo salariale ancora attestato sui livelli degli anni Novanta (uno stipendio mensile base è pari alla somma di 20 lari, circa sette euro), buona parte della popolazione non riesce ad accedere a un prestito.

Spesso, quindi, talora anche su consiglio della banche stesse, chi ha necessità si rivolge a strozzini che impongono interessi spaventosi. Le famiglie, allora, ipotecano frequentemente le loro abitazioni per offrire una garanzia agli usurai ma, se non riescono a saldare i debiti, ricevono l’ingiunzione di sfratto.

Alla luce dell’assenza di efficaci provvedimenti istituzionali (come, ad esempio, le normative del 2018 sui prestiti tra privati), risulta quindi un’emergenza civile il continuo intervento delle forze di polizia nelle operazioni di sfratto, senza il supporto di una rete sociale che permetta alle famiglie l’accesso ad alloggi a prezzo convenzionato.

La stessa Maria Khatiashvili ha poi dichiarato in un’intervista di essere stata indirizzata proprio dalla Banca di Georgia all’usuraio che in seguito ha promosso il suo sfratto; naturalmente, i vertici dell’istituto di credito hanno negato qualsiasi forma di coinvolgimento.

La rete di strozzinaggio si costruisce su di un settore in crisi dalla pandemia. Inoltre, dall’inizio della guerra in Ucraina l’emigrazione russa (e bielorussa) ha causato un ulteriore rialzo dei prezzi e ha reso il mercato immobiliare ancora più inaccessibile. Gli studenti sono stati i più colpiti dall’aumento del costo della vita e, ad oggi, non ricevono alcun sostegno dalle autorità universitarie.

Dal due maggio 2022 la Tsu, infatti, ha ripreso le lezioni in presenza senza concedere la didattica a distanza agli studenti lavoratori, o provenienti da famiglie indigenti. In più, gli unici dormitori offerti dall’università sono nella periferia di Tbilisi, a Lisi e a Bagebi, e, oltre ad essere distanti dal centro e mal collegati, hanno gravi problemi infrastrutturali. Shalva Tabatadze, il presidente del Centro per l’integrazione civile della East European University di Tbilisi, sostiene, quindi, che la crisi del settore immobiliare non solo impedisca il diritto all’alloggio, ma anche quello allo studio.

Se l’accesso all’istruzione è in discussione anche solo per pochi studenti, l’università dovrebbe concentrarsi su loro.

Shalva Tabatadze, East European University

Che cosa è successo dopo

A seguito della reazione in seno alla società civile, le autorità hanno postposto altri due sfratti a Tbilisi, programmati per il 24 e il 26 gennaio (in via Dadiani e Balakhadze).

La misura, tuttavia, non è stata accolta con troppo entusiasmo. Secondo Mariam Nikuradze, condirettrice della testata Open Caucasus Media, l’aver rimandato e non cancellato i provvedimenti di sfratto dimostrerebbe che il partito di maggioranza Sogno georgiano, non voglia assumere una posizione in merito alla vicenda, nonostante la presidente Salome Zourabichvili abbia dichiarato di voler ridiscutere in parlamento la questione.

Inoltre, gli appelli di studenti e intellettuali non hanno impedito il processo a Khasaia e Chikobara, tenutosi il 3 febbraio; il tribunale cittadino non ha ritenuto necessario convalidare ulteriormente il fermo, ma li ha rilasciati con una cauzione di tremila lari ciascuno (corrispondente a più di mille euro, una somma decisamente esorbitante).

La solidarietà nei confronti dei due si è mossa per tempo: il movimento Khma ha sin da subito organizzato raccolte fondi per il loro rilascio e, grazie a eventi quali quello del 2 febbraio presso Muhudo, un ristorante vegetariano nel cuore di Tbilisi, è stata raccolta l’intera somma con i contributi dei partecipanti, appartenenti a tutte le anime della società civile.

Raccolta fondi contro gli sfratti a Tbilisi
Raccolta fondi organizzata da Khma (Meridiano 13/Sofia Mischi)

La vicenda, infine, ha acceso la debole speranza di una collaborazione tra vari movimenti sociali georgiani, poiché, per la prima volta, diverse organizzazioni politicamente non allineate (men che meno con le idee di sinistra di Khma) hanno combattuto insieme per una causa. Tuttavia,
sempre secondo l’opinione di Nikuradze, un’alleanza stabile tra le forze civili sembra una prospettiva ancora lontana. Sebbene vi siano comuni intenzioni, infatti, i vari enti non hanno mai rilasciato dichiarazioni comuni.

La rappresentante del SJC, Salome Shubladze, ha affermato che l’associazione eseguirà altre indagini per spronare il governo a provvedere affinché estirpi alla radice il corrotto sistema di prestiti privati. Il movimento Khma, invece, è intenzionato a riportare la questione nelle piazze, come si legge nell’ultima dichiarazione del primo marzo:

Siamo diventati un popolo governato dagli interessi e dagli interessi sugli interessi! La storia di trent’anni di indipendenza è stata anche la storia di sfratti a Tbilisi, di emigrazione, di abbandono delle case. Ogni sgombero ripete, in piccolo, la nostra storia recente.

L’urgenza della questione sta dunque decisamente sollecitando le più varie componenti della società civile: si impone quindi una riflessione che apra spazi di collaborazione e alleanze, anche considerando le spinte dell’intera popolazione georgiana verso un orizzonte europeo, più equo e meno in balìa di dinamiche criminali.

* Studentessa del master in East European and Eurasian studies (MIREES) presso l’università di Bologna. S’interessa della storia, politica e cultura dello spazio post-sovietico, specialmente nel Caucaso. Ha vissuto sei mesi a Tbilisi, e per un breve periodo a Mosca. Parla inglese, russo e georgiano (base).

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Redazione
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