La “Šerefudinova Bijela džamija” a Visoko, una leggerezza profonda di luce e volumi

Visoko è una cittadina della Bosnia centrale, a mezz’ora d’auto da Sarajevo, famosa per i ćevapi – a detta di molti tra i migliori del paese – e per le “piramidi” di Park Ravne: qualche anno fa, infatti, l’imprenditore Semir Osmanagić ha sostenuto che alcune colline naturali attorno alla città fossero in realtà costruite dall’uomo. Il progetto di scavo nato da queste teorie ha attirato migliaia di visitatori fino alla Piramide del Sole, della Luna, del Drago e alle altre che completano la “Pyramid Valley”; la comunità scientifica, però, ha respinto tutto questo come pseudoarcheologia.

In questo periodo sono a Visoko per una residenza artistica proprio al parco di Osmanagić, tra cunicoli, colline e visite guidate che parlano di energia e misteri antichi, ma oggi mi prendo un po’ di tempo per vedere una moschea davvero particolare: da tempo desidero visitare dal vivo la Šerefudinova džamija, che così tante volte ho visto in fotografia nei libri e sul web. Così convinco qualcun altro del gruppo, altrettanto curioso, e scendiamo in paese per raggiungerla.

Šerefudinova Bijela džamija
L’esterno della Šerefudinova Bijela džamija (Meridiano 13/Francesco Damiano Desantis)

In Bosnia niente è come sembra al primo sguardo. Google indica la moschea come “chiusa temporaneamente”, ma tentare non nuoce, e un’occhiata, almeno dall’esterno, non costa nulla. È autunno, ma il sole scalda la valle: le case sono immerse in una luce morbida e l’aria profuma ancora d’estate. Ci incamminiamo lungo una strada laterale che sale piano, costeggiando il centro; non guardiamo l’orologio, anche se ben presto scopriremo che è passato mezzogiorno.

Davanti alla moschea non c’è nessuno, solo qualche macchina di passaggio e i negozi aperti. Il cancello è chiuso, e da fuori ammiriamo questa costruzione modernista e quasi mediterranea, sinuosa che sembra un serpente. Poi, quasi dal nulla, appare un uomo sulla sessantina, passo tranquillo e sguardo buono; Ekrem è il custode e, visto che deve entrare per il dhuhr – la preghiera di metà giornata, quando il sole ha superato lo zenit – coglie l’occasione per aprirci e mostrarcela.

Sorride e ci saluta mentre ci invita dentro; prima di entrare nella sala di preghiera si ferma nel sahn a compiere le abluzioni rituali, lavando mani e piedi con gesti lenti, precisi, quasi scolpiti nella routine. Poi ci fa segno di toglierci le scarpe, spiegando che la moschea non è affatto chiusa: ci lascia liberi di muoverci mentre lui si prepara alla preghiera.

Šerefudinova Bijela džamija
L’interno della Šerefudinova Bijela džamija (Meridiano 13/Francesco Damiano Desantis)

Dentro regna il silenzio. Dominano il bianco e il verde, con qualche dettaglio in legno, come la scala che sale verso il matroneo; la luce entra dall’alto, si riflette sul pavimento e disegna geometrie mobili. È una calma quasi assoluta.

Ekrem, prima di iniziare a pregare, ci racconta la storia della Bijela džamija: qui, già dal 1477, esisteva una moschea chiamata Šerefudin, fino a quando, alla fine degli anni Settanta, è stata sostituita dal nuovo edificio progettato da Zlatko Ugljen. “L’architetto ha voluto farla diversa da tutte le altre” dice Ekrem, “più chiara, più aperta, più nostra”.

La bandiera verde con la stella e la crescente è ben visibile all’interno: è il simbolo della comunità islamica di Bosnia ed Erzegovina, ma anche segno dell’identità bosgnacca, riconosciuta come popolo costituente della Bosnia con la Costituzione del 1974.

Mentre il custode si allontana per la preghiera, ci fermiamo e guardiamo attorno. I volumi si incastrano in piani sovrapposti e le superfici catturano ogni variazione di luce. Non ci sono decorazioni o mosaici: è la luce, qui, a rendere tutto vivo. A uno sguardo poco attento, il minareto sembra quasi una torre postmoderna, un dettaglio architettonico d’epoca più che un simbolo religioso.

Šerefudinova Bijela džamija
Un particolare esterno della Šerefudinova Bijela džamija (Meridiano 13/Francesco Damiano Desantis)

Ripenso a ciò che avevo letto su Ugljen. Nato a Mostar nel 1928 e cresciuto nel dopoguerra, è una figura atipica in un ambiente dominato da architetture monumentali, dal realismo socialista e dal brutalismo civile; in Jugoslavia, Ugljen avrebbe aperto una via personale al modernismo, capace di conciliare spiritualità e contemporaneità e influenzata dal linguaggio di Le Corbusier, in particolare dalla cappella di Ronchamp. Lì come qui, la luce non è solo elemento tecnico ma sostanza dello spazio, segno del divino.

Cresciuto cattolico, Ugljen ha trasformato quella sensibilità in una grammatica universale: nella Šerefudinova džamija non c’è un tabernacolo, ma la luce che scende dall’alto diventa una preghiera comune, un’esperienza del sacro che attraversa culture e fedi. Del resto, quando nel 1980 la moschea è stata inaugurata, il popolo bosgnacco viveva una fase di definizione identitaria all’interno della Jugoslavia; l’edificio, con il suo nome antico e la sua forma moderna, è diventato un simbolo di continuità e rinnovamento insieme.

Tre anni dopo, nel 1983, la Bijela džamija avrebbe ricevuto il Premio Aga Khan per l’Architettura: la giuria ne aveva lodato la capacità di fondere modernità e tradizione, creando uno spazio sacro essenziale ma innovativo, pienamente contemporaneo.

Tra il 2018 e il 2019, poi, un suo plastico sarebbe stato esposto al Museum of Modern Art di New York, nella mostra Concrete Utopia: Architecture in Yugoslavia, 1948–1980; in mezzo a grandi memoriali in cemento e all’edilizia urbana, la moschea di Visoko brillava per la sua leggerezza profonda, un edificio religioso in uno Stato laico, ma capace di parlare a tutti.

Šerefudinova Bijela džamija
Particolare della Šerefudinova Bijela džamija (Meridiano 13/Francesco Damiano Desantis)

Quando Ekrem finisce di pregare, torna verso di noi con passo calmo. Ci mostra il punto in cui la luce cade più intensa. “Ogni giorno e ogni ora entra diversamente. Al mattino viene da est, ma a mezzogiorno scende dall’alto” dice, con semplicità e rispetto.

Mentre ci accompagna al cancello, Ekrem ci ringrazia della visita e ci suggerisce di scendere verso il fiume, “dove c’è un’altra moschea che pochi conoscono”. Si chiama Tabhanska, dice, ed è stata dichiarata monumento nazionale nel 2003: più piccola e più antica, ma altrettanto preziosa.

Annuiamo e salutiamo. La Šerefudinova džamija rimane alle nostre spalle, bianca e silenziosa, in equilibrio tra passato e presente; un luogo che continua a vivere attraverso la luce, e attraverso chi la cerca.

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Francesco Damiano Desantis
Francesco Damiano Desantis

È un ricercatore e divulgatore indipendente; si occupa di decolonialità e culture visuali nello spazio del Nuovo Est, in particolare post-ottomano ed eurasiatico. Oltre che per Meridiano 13, scrive regolarmente su Meridiano 13, Est/ranei - Letteratura, cinema e culture dell'Europa orientale e Antinomie - Rivista di scritture e immagini. È anche contributing editor dell'edizione digitale di Harper's Bazaar Italia e, dall'aprile 2024, fa parte dello staff di Lossi 36 - Weekly Highlights from Central Europe to Central Asia. Oltre a tenere seminari e insegnare nelle scuole superiori, è stato consulente di ricerca e catalogazione per l'Archivio Ico Parisi, l'Archivio Mario Radice e l'Archivio Heidi Bedenknecht-De Felice.